“Nel cesto del Krampus non si parla” di Emily C.M.: il male, il silenzio e l’eredità delle crepe interiori
La notte del 5 dicembre, in un piccolo borgo delle Dolomiti, un bambino di cinque anni scompare. Non ci sono testimoni. Non ci sono tracce. Solo una spiegazione, tramandata da secoli: è stato il Krampus.
Ci sono eventi che una comunità non è in grado di sostenere. Non perché siano incomprensibili, ma perché sono troppo umani.
In questi casi, il male ha bisogno di essere spostato altrove, trasformato in racconto, reso sopportabile.
È da questo punto che prende forma “Nel cesto del Krampus non si parla”, un romanzo che non indaga soltanto una scomparsa, ma il bisogno profondo, quasi ancestrale, di dare un volto al male. In questo caso, un volto antico, oscuro, necessario: il Krampus.
Il Krampus: tra mito e rimozione collettiva
Nella tradizione alpina e mitteleuropea, il Krampus è una creatura demoniaca che accompagna San Nicola durante la notte del 5 dicembre. Mentre il santo premia i bambini buoni, il Krampus punisce quelli cattivi, spesso raffigurato con corna, pellicce e catene, intento a trascinare via i colpevoli nel suo cesto.
Questa figura, profondamente radicata nelle culture di area bavarese e ladina, non è soltanto folklore: è un dispositivo simbolico. Serve a dare forma al male, a renderlo riconoscibile, localizzabile, narrabile.
Nel romanzo, però, accade qualcosa di più inquietante. Il Krampus diventa un alibi collettivo. Attribuire a lui la scomparsa di Matias significa, per la comunità, evitare una domanda ben più destabilizzante: e se il male fosse umano?
Il paesaggio come psiche: montagne, freddo e silenzio
Uno degli elementi più riusciti della scrittura di Emily C.M. è la perfetta fusione tra ambiente e interiorità.
Le montagne non sono solo uno sfondo: diventano una proiezione psichica. Il freddo, il blu che intitola ogni capitolo, il buio, i silenzi e i “non detti” costruiscono un’atmosfera che lavora in profondità sul lettore.
Il gelo del dopoguerra non è solo storico, è emotivo. È il gelo della perdita, il gelo della rimozione, il gelo di una comunità che sceglie il silenzio.
In questo senso, il romanzo si muove in una dimensione quasi sospesa, dove il tempo sembra dissolversi e la realtà si piega a qualcosa di più antico, primordiale.
Il male come eredità: oltre la superficie del crimine
La vera forza del romanzo non risiede tanto nella vicenda del rapimento, quanto nella sua indagine psicologica sul male.
Emily C.M. non si limita a raccontare un atto violento: scava nelle sue radici.
Il male, qui, non è solo un evento esterno. È una trasmissione, un’eredità invisibile fatta di solitudine, mancanza di amore, bisogno distorto di calore umano.
In questa prospettiva, il silenzio della comunità può essere letto come una forma di rimozione collettiva, un meccanismo di difesa che permette al sistema sociale di non collassare di fronte a una verità troppo dolorosa.
Ed è proprio questo che rende la lettura disturbante e, allo stesso tempo, profondamente umana. Il lettore si ritrova a empatizzare non solo con Matias e con la madre, ma, in modo paradossale e scomodo, anche con il suo carnefice.
Non si tratta di giustificare. Si tratta di comprendere.
La madre: resistenza contro il silenzio
In un romanzo dominato dal gelo e dalla rassegnazione, la figura della madre rappresenta una forza opposta: la resistenza.
È una presenza che non cede alla narrazione dominante, che non accetta il mito come spiegazione, che continua a cercare quando tutti smettono.
La sua ostinazione non è solo amore materno. È un atto etico. È il rifiuto del silenzio.
In un contesto in cui parte della comunità sceglie di dimenticare, lei sceglie di ricordare.
Una scrittura chirurgica e immersiva
Dal punto di vista stilistico, Emily C.M. dimostra un controllo notevole del testo. La narrazione è precisa, minuziosa, quasi chirurgica nella descrizione dei dettagli.
Ogni scena, soprattutto quelle ambientate nel casolare nei boschi, è costruita con una tensione lenta ma costante, che non concede vie di fuga al lettore.
Non c’è compiacimento, non c’è spettacolarizzazione del dolore. C’è invece una lucidità narrativa che rende tutto più reale, più vicino, più difficile da ignorare.
Affinità letterarie: tra oscurità e trauma
Per tono e profondità tematica, il romanzo può essere accostato ad alcune opere che hanno saputo indagare il male e il trauma con simile intensità.
La strada di Cormac McCarthy
per l’atmosfera desolata e la centralità del rapporto genitoriale in un mondo segnato dalla perdita.
Non lasciarmi di Kazuo Ishiguro
per la capacità di raccontare l’orrore senza mai alzare la voce, attraverso una narrazione controllata e profondamente emotiva.
Come in queste opere, anche qui il vero centro non è l’evento traumatico in sé, ma ciò che resta dopo.
A chi è consigliato questo romanzo
Questo libro è particolarmente indicato per chi ama la narrativa psicologica e disturbante, per chi cerca storie lente, immersive, non consolatorie, per chi è interessato a riflessioni sul male, sulla memoria e sui meccanismi di rimozione.
È una lettura consigliata anche a chi ha apprezzato romanzi come La strada di Cormac McCarthy o Non lasciarmi di Kazuo Ishiguro.
Come leggere questo romanzo
“Nel cesto del Krampus non si parla” non è un libro che offre conforto. Non cerca spiegazioni rassicuranti. Non costruisce una morale semplice.
Il modo più autentico per affrontarlo è quello suggerito implicitamente dalla stessa narrazione: non cercare subito colpevoli, ma avere il coraggio di guardare il male in faccia.

Intervista a Emily C.M.: il male, il silenzio e ciò che resta
Il Krampus nel tuo romanzo è una figura mitologica ma anche simbolo del male collettivo. Come hai scelto di usarlo per raccontare questo doppio livello, e cosa speri che il lettore percepisca attraverso di lui?
Nel romanzo il Krampus non nasce come simbolo del male, ma come figura legata al ciclo naturale: è il guardiano delle stagioni, di ciò che muore per poter tornare a esistere.
Mi interessava partire da questa radice, più antica e meno contaminata, per poi mostrarne la trasformazione. Il Krampus diventa uno spazio in cui le paure prendono forma, non qualcosa che le genera. È un veicolo, non un’origine.
Il punto, quindi, non è il male in sé, ma ciò che le persone scelgono di vedere attraverso quella figura — e soprattutto ciò che scelgono di non vedere.
Il personaggio del carnefice è così complesso e disturbante. Quali fonti, esperienze o riflessioni personali ti hanno aiutata a costruire questa psicologia così sfaccettata?
Non ho costruito il carnefice partendo da qualcosa di straordinario, ma dal contrario.
Mi interessava che fosse reale, riconoscibile nei comportamenti più che nelle spiegazioni. Non una figura eccezionale, ma qualcosa che può esistere senza bisogno di giustificarsi.
Le riflessioni nascono dall’osservazione di ciò che resta sotto traccia: dinamiche quotidiane, silenzi, abitudini che non vengono mai messe in discussione. Non fanno rumore, ma si accumulano.
Il punto non è capire “perché” lui sia così. Il punto è quanto spazio gli viene lasciato.
Il silenzio della comunità nel romanzo è inquietante e potente. Come lo interpreti tu? È un atto di complicità, di difesa, di rimozione, o qualcosa di ancora più complesso?
Nel romanzo la comunità non è assente fin dall’inizio.
C’è una ricerca, c’è un movimento reale.
Ma è qualcosa che non regge nel tempo, anche perché non viene sostenuto dalle autorità.
L’intervento istituzionale è minimo e questo finisce per indebolire una partecipazione che, da sola, non basta.
Quello che resta non è un silenzio improvviso, ma uno svuotamento progressivo.
Nei capitoli il blu, il freddo e le montagne sono quasi personaggi. Come hai lavorato per far interagire il paesaggio con le emozioni dei tuoi personaggi, e quale impatto speri abbia sul lettore?
Il blu nel romanzo non è una scelta estetica, ma percettiva e strutturale.
Ogni capitolo è una sfumatura diversa, perché accompagna un cambiamento interno, non un semplice passaggio di tempo. È il colore dell’inverno, della notte, ma soprattutto di ciò che resta sospeso e non si definisce completamente.
Mi serviva un registro visivo coerente con lo stato del bambino: una percezione che non chiarisce mai del tutto, che non separa nettamente le cose. Per questo il blu non illumina davvero, ma permette comunque di vedere.
È un colore che non consola e non giudica. Tiene insieme esperienza, memoria e trasformazione, senza risolverle.
La madre nel romanzo incarna una forza che sfida il silenzio e il conformismo. La vedi come un’eccezione straordinaria o come un modello possibile per tutti noi?
Non la vedo come un’eccezione, ma nemmeno come qualcosa di facile da replicare.
È una possibilità. Una scelta che esiste, ma che ha un costo.
Nel romanzo non è forte perché è diversa dagli altri, ma perché a un certo punto decide di non restare ferma dentro quello che sta accadendo.
Non sempre si riesce a farlo. Ma sapere che è possibile cambia lo sguardo.
Dopo aver affrontato temi così complessi come il male, la memoria e il trauma, quali nuove storie o progetti senti il desiderio di esplorare in futuro?
Sto già lavorando a nuove storie, ancora più radicali nei temi, che probabilmente richiederanno anche qualche avvertenza per il lettore.
Allo stesso tempo sento il bisogno di tornare su ciò che ho già scritto, per dargli una forma più precisa e coerente.
“Luce sporca”, ad esempio, è in fase di riedizione: un lavoro più consapevole, più allineato all’identità che oggi ha il progetto Cromie.
Non è un punto di arrivo, ma un passaggio necessario.
Conclusione
Questo romanzo non si limita a raccontare una storia di rapimento. È un’indagine sul male, sulla memoria e sulle crepe invisibili che attraversano gli esseri umani.
E lascia il lettore con una domanda difficile da evitare: quanto siamo disposti ad avvicinarci a ciò che preferiamo chiamare “mostro”?