“Ovunque e in nessun luogo”, il viaggio alchemico di Maria Pashianti Scalzo

 
Intervista a Maria Pashianti Scalzo

Di cosa parla questo romanzo?

Le esperienze di vita terrena della protagonista, Flavia, infermiera in una cittadina del nord est, si dipanano nei secoli, tra nascite, morti e rinascite, in epoche e in contesti diversi, attraverso vissuti simili, a partire dalla peste del 1630, fino al Covid dei giorni nostri, in un evolvere continuo della coscienza, cui fa da sfondo l’immortalità dell’anima che abita diversi corpi, perdurando l’eternità dello spirito.

Tanti personaggi la accompagnano nel Villaggio che potrebbe essere Ovunque su questa Terra e che viene descritto nell’incipit del romanzo.

Flavia Domitilla in quel villaggio apprende l’arte delle antiche Herbarie dalla nonna Gemma Griselda che la guida alla scoperta di ciò che visibile non è ma che pure esiste. Proprio per questo motivo il titolo include uno spazio non visibile: “Nessun luogo”.

Cosa ti ha spinto a scrivere questo romanzo?

Questo romanzo è frutto della mia ricerca spirituale e del tentativo di dare una risposta alla domanda: “Chi sono io?” “Cosa ci faccio qui?” Penso che ogni essere che vive in questa dimensione si sia posto questa domanda, magari in qualche circostanza dolorosa. Sulla spinta della sofferenza, noi umani reagiamo in modi molto simili: preghiamo, imprechiamo, piangiamo, e ci chiediamo, appunto, perché sono qui? Il punto di partenza è il dolore, il male di vivere, tuttavia, alcuni, fanno un passo in più: iniziano a fare un onesto e profondo lavoro di ricerca del proprio Sé. Ramana Maharshi, Maestro indiano, teorico dell’Advaita  Vedānta,  poneva questa domanda ai discepoli per spingerli alla ricerca interiore, del Vero Sé, per realizzare il quale è necessario disidentificarsi e sviluppare il testimone. Io non sono il corpo, non sono le mie emozioni, non sono la mia mente.

Cosa vuol dire per te essere una ricercatrice spirituale?

Il mio viaggio dentro me stessa è iniziato ventisei anni fa, quando ho incontrato Osho Shree Rajneesh. La Meditazione mi ha trasformato in modo radicale, nella consapevolezza che la nostra Essenza è luce, Gioia purissima. Vorrei che la mia scrittura ispirasse nei lettori una spinta a iniziare un percorso di ricerca del grande tesoro che custodiamo dentro di noi  e di cui non siamo assolutamente consapevoli. Attraverso diverse esperienze meditative, viaggi e letture di grandi Esseri, quali Gurdjieff, Krishnamurti, Assagioli, Carl Gustav Jung, Nietzsche e molti altri, ho avuto modo di trovare alcune risposte che mi hanno spinto oltre questa limitata dimensione.

Nel tuo romanzo esoterico, la protagonista Flavia Domitilla, compie un viaggio tra passato e presente. Secondo te, vivere le proprie vite passate guarisce quella attuale?

Ho vissuto alcuni Dejà Vu spontanei che mi hanno spinta ad approfondire l’argomento attraverso pratiche meditative e ipnosi regressive. Tuttavia, non ho insistito troppo anche perché la mia convinzione è che ciò che viviamo, la cosiddetta realtà, sia una sorta di film, un sogno a occhi aperti, condizionato dalla nostra parte inconscia di cui non siamo consapevoli, appunto, finché non ci svegliamo. Carl Gustav Jung ci avvertiva: “Rendi conscio l’inconscio, altrimenti lo chiamerai destino”. In tal senso ci soccorre l’Alchimia, con la ricerca della pietra filosofale che rappresenta la Trasformazione del metallo in oro, metaforicamente la trasformazione della coscienza.

Dal punto di vista alchemico, V.I.T.R.I.O.L. è un acronimo che si riferisce alla “pietra filosofale”, con cui si riteneva di poter trasformare il piombo in oro.

Da un punto di vista strettamente esoterico, il messaggio nascosto dietro alla parola è “Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occultum Lapidem” ovvero: guarda dentro te stesso, correggendo troverai la pietra nascosta”, vale a dire l’anima.

Nella visione junghiana, l’alchimia corrisponde a un vero e proprio processo di autoconoscenza che si realizza in tre fasi:

Nigredo, ovvero, lo spazio in cui è necessario distruggere, lasciar andare. “l’oscura notte dell’anima” che ci costringe a confrontarci con la parte oscura che ci abita. Si tratta di bruciare l’ego che ci fa sentire separati e costantemente alla ricerca del piacere. Il simbolo è il corvo nero. Potrebbe essere paragonata all’Inferno dantesco.

Albedo, ovvero la fase della rinascita e della purificazione, il cui simbolo è il cigno. Potrebbe richiamare il Purgatorio dantesco.

Rubedo, simboleggiata dalla fenice o da una rosa rossa, il Paradiso, la ricompensa, la ricongiunzione.

Kalhil Gibran così esprime questo passaggio:

“Dicono che prima di entrare in mare il fiume trema di paura. A guardare indietro tutto il cammino che ha percorso, i vertici, le montagne, il lungo e tortuoso cammino che ha aperto attraverso giungle e villaggi. E vede di fronte a sé un oceano così grande che a entrare in lui può solo sparire per sempre. Ma non c’è altro modo. Il fiume non può tornare indietro. Nessuno può tornare indietro. Tornare indietro è impossibile nell’esistenza. Il fiume deve accettare la sua natura e entrare nell’oceano. Solo entrando nell’oceano la paura diminuirà, perché solo allora il fiume saprà che non si tratta di scomparire nell’oceano ma di diventare oceano.” Il viaggio della protagonista del mio romanzo è un viaggio di trasformazione che, con un salto di quattro secoli, si conclude nel periodo pandemico: la peste del 1628/30, attraverso la cosiddetta influenza spagnola, fino al XXI secolo con il Covid.

L’ipnosi regressiva può essere una forma di terapia e ci sono molti psichiatri che la utilizzano, Freud per primo. Tuttavia, dobbiamo evitare il “fai da te”: l’esperienza potrebbe essere traumatizzante se non ci affidiamo a mani esperte. In fondo le regressioni che Flavia vive nel “sogno” contribuiscono alla sua evoluzione e alla guarigione della sua anima. Ma ricordiamo che in ogni percorso dobbiamo essere moderati ed equilibrati. La guarigione della psiche precede o affianca il percorso meditativo che apre la strada alla nostra liberazione, al risveglio.

Il tema del “Tutto è Uno” è ricorrente nel tuo romanzo. Puoi dirmi qualcosa di più preciso a riguardo?

Questo romanzo è frutto della mia ricerca spirituale e del tentativo di dare una risposta alla domanda: “Chi sono io?” “Cosa ci faccio qui?” Penso che ogni essere che vive in questa dimensione si sia posto questa domanda, magari in qualche circostanza dolorosa. Sulla spinta della sofferenza, noi umani reagiamo in modi molto simili: preghiamo, imprechiamo, piangiamo, e ci chiediamo, appunto, perché sono qui? Il punto di partenza è il dolore, il male di vivere, tuttavia, alcuni, fanno un passo in più: iniziano a fare un onesto e profondo lavoro di ricerca del proprio Sé. Ramana Maharshi, Maestro indiano, teorico dell’Advaita  Vedānta,  poneva questa domanda ai discepoli per spingerli alla ricerca interiore, del Vero Sé, per realizzare il quale è necessario disidentificarsi e sviluppare il testimone. Io non sono il corpo, non sono le mie emozioni, non sono la mia mente: è anche una famosa meditazione di Roberto Assagioli.

Il mio nome, Ma Advaita Pashianti indica la Chiara Visione dell’Unità del Tutto, l’Ultimo Stato di Coscienza. Il Tutto è Energia e l’energia più forte che esista è l’Amore che ci fa vivere l’esperienza delle Vette, come la definiva Assagioli, e che ci conduce nello spazio più profondo del nostro Sé.

Oltre alla tua attività divulgativa e di scrittrice. Ho saputo che ti occupi anche di meditazione. Organizzi corsi o seminari?

In passato, oltre a partecipare a corsi, a seminari e a lunghi ritiri, ho organizzato incontri in occasione dei quali proponevo pratiche di respiro, che costituisce il fondamento della meditazione.

Mi sto organizzando per proporre questa attività, spinta dal desiderio di condividere quanto ho imparato, in modo graduale e progressivo, facilitata anche dalla mia esperienza di insegnamento.

Quali sono i tuoi progetti futuri? Hai in programma la scrittura di un nuovo libro?

Per il momento, scrivo poesie e partecipo a Reading poetici in varie città. Ho in progetto un romanzo storico che parlerà dell’esperienza della ricerca spirituale e delle tante trappole che l’ego tende a chi intraprende un percorso di questo genere e che non coinvolge solo i neofiti.

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