Pensiamo di esistere, di valere qualcosa, di avere un ruolo di valore, solo quando siamo «visibili»?

Solitamente i bambini, hanno il bisogno di sentirsi osservati e approvati, durante le loro azioni. Non a caso, quando gli adulti sono distratti da altre cose, il bambino cerca di riprendersi la scena, attirando l’attenzione con ogni mezzo. Forse, il sentirsi visibili, riconosciuti dall’Altro è una pulsione innata che ci accompagna per tutta la vita. Di sicuro, un dato è certo, il nostro bisogno di visibilità è aumentato con l’avvento delle nuove tecnologie. La tecnologia unitamente ai cambiamenti culturali, alle relazioni sociali, alle forme di Potere, hanno amplificato questo nostro desiderio di sentirci riconosciuti e apprezzati dagli Altri.

Per noi adulti, la visibilità passa sempre di più attraverso i media. Per essere famosi, un tempo, bisognava passare obbligatoriamente dal cinema o televisione. Invece, oggi, chiunque, ha la possibilità di ritagliarsi la propria visibilità, tramite i social media: Facebook, Twitter, Instagram.

Una vera e propria rivoluzione, che vede protagonisti, miliardi di persone, che cercano faticosamente di ritagliarsi uno spazio tramite il web, che li fa sentire vivi, attivi ed influenti. Detto in altri termini, non riusciamo più a contenere questo nostro istinto infantile di metterci al centro della scena. La lotta per la visibilità, in passato era appannaggio, di artisti, attori, politici ed imprenditori. Oggi, è un fenomeno sociale di massa. Stiamo vivendo una vera e propria mutazione antropologica e fatichiamo a prenderne coscienza. La nostra innata ricerca di visibilità, si è trasferita sui social, è divenuta una guerra senza quartiere, sgomitiamo per non essere invisibili. Per guadagnarci la nostra visibilità, siamo disposti a rinunciare ad ogni pudore, ad ogni valore o freno inibitore.

La «febbre da visibilità» coinvolge tutti, nessuno escluso. Ci sono persone comuni, che pur di ottenere un angolo di visibilità, sono disposte a tutto, si spogliano di ogni pudore per non dire altro, alla ricerca di un momento di gloria sul piccolo schermo o tramite i social.

Di cosa parliamo: di nuove forme di narcisismo, di umane debolezze? L’uscita di scena per un grande attore è un dramma, alla pari di un politico, di un calciatore o qualunque uomo comune che sia riuscito a ritagliarsi la sua visibilità.

Se estendiamo questa riflessione a più ampie sfere, ci rendiamo conto che l’uscita di scena non colpisce soltanto i Grandi Uomini ma anche le Grandi Nazioni. Le Superpotenze, che, hanno dominato la scena del ‘900 faticano a mettersi da parte, le guerre in corso, ne sono la dimostrazione.

Tornando a noi, l’esigenza di cinguettare su Twitter, di spogliarci su Instagram, di postare teorie complottistiche su Facebook è il chiaro segnale, di come ogni giorno cadiamo nella trappola della visibilità, senza rendercene conto.

Ricordo, che Andy Warhol aveva predetto che tutti avremmo avuto il diritto a un quarto d’ora di celebrità, ma oggi è molto peggio di quello che si poteva immaginare. Siamo di fronte ad una società della performance, in cui tutto è merce, le nostre performance rappresentano il nostro valore, il nostro livello di celebrità. Poco importa, cosa si produca, se la produzione è grezza o sfacciata, maleducata o esibizionista. Importante è che riesca ad avere un seguito. La società della performance divora tutto, rende tutto commercializzabile. Ma soprattutto, è riuscita a scardinare il meccanismo centrale dello spettacolo, la presenza degli attori da una parte e del pubblico dall’altra. Oggi non esiste alcuna divisione tra palco e platea: oggi esistono solo performer.

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Francesco Sassano

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