“Per una vita ancora” di Marianna Guida: quando l’amore smette di curare

Ci sono romanzi che non si limitano a raccontare una storia, ma interrogano profondamente il lettore. Per una vita ancora di Marianna Guida è uno di questi: un libro che entra nelle dinamiche intime della coppia, nei silenzi che si accumulano, nelle rinunce quotidiane che lentamente trasformano l’amore in distanza.

 

Ambientato a Napoli, il romanzo ci conduce nella vita di Marisa e Alberto, una famiglia borghese all’apparenza solida, ma attraversata da crepe profonde, spesso invisibili anche a chi le vive.

 

Marisa e Alberto: una normalità che si sgretola

Marisa e Alberto sembrano una coppia come tante: due figli, una casa elegante, un equilibrio costruito nel tempo.


Il lavoro sicuro e prestigioso è quello di lui, cardiochirurgo affermato, totalmente assorbito dalla carriera, dal ruolo sociale e dalle sue performance professionali. Alberto incarna il modello vincente del nostro tempo: successo, autorevolezza, riconoscimento.

 

Marisa, invece, vive una quotidianità fatta soprattutto di cura: della casa, dei figli, della famiglia. Ma mentre si prende cura di tutto, qualcosa dentro di lei si svuota. È una donna triste, malinconica, frustrata non solo per ciò a cui ha rinunciato professionalmente, ma soprattutto per ciò che ha perso in termini umani.

 

Una donna che non vuole più aspettare

Marisa è un personaggio femminile complesso, credibile, profondamente contemporaneo.
È stanca della routine, di aspettare il marito fino a sera tardi, di sentirsi sempre secondaria rispetto al lavoro di lui. Non chiede gesti eclatanti, ma presenza, ascolto, riconoscimento.

 

Alberto, preso dalla sua carriera medica, non considera – o non riesce più a vedere – le esigenze emotive di Marisa. Il lavoro, da strumento di realizzazione, diventa una barriera, un alibi, un rifugio.

 

«La vita è altro, non è ospedale e cartelle cliniche», afferma Marisa in uno dei passaggi più pungenti del romanzo.

 

Una frase che risuona come una critica netta al lavorismo dei nostri tempi, che ruba tempo, intimità, relazioni, fino a separare le persone anche quando vivono sotto lo stesso tetto.

 

Quando manca la “cura”, il legame si spezza

Marianna Guida descrive con grande lucidità le logiche di un legame che si deteriora non per un singolo evento traumatico, ma per la mancanza costante di cura reciproca.


Il romanzo racconta l’erosione lenta dell’amore: il non ascolto, l’arrivismo, la distanza emotiva, l’incapacità di nominare il disagio prima che diventi frattura.

 

Emblematiche le parole dello psicoterapeuta rivolte a Marisa:

«Marisa, io ho l’impressione che dentro tutto quello che mi racconti ci sia un vuoto. Chiamalo come vuoi, un buco che si mangia il resto».

 

Quel “buco” è il centro simbolico del romanzo. Un vuoto che molti riconoscono dentro di sé, anche se faticano ad ammetterlo.

 

L’incidente e l’effetto domino

Un incidente stradale che coinvolge Marisa e Alberto segna un punto di non ritorno.
Non è l’origine del malessere, ma il suo detonatore. Da lì si innesca un effetto domino che travolge le loro vite, costringendoli a guardare in faccia ciò che per anni è stato rimosso.

 

La separazione diventa inevitabile.
Ed è qui che il romanzo mostra tutta la sua maturità narrativa: la fine della relazione viene raccontata come un vero e proprio lutto, doloroso, destabilizzante, ma a volte necessario per continuare a vivere.

 

Separarsi senza distruggersi

Uno degli aspetti più delicati e riusciti di Per una volta ancora è il modo in cui affronta il tema della separazione.


Marianna Guida evita ogni forma di spettacolarizzazione e restituisce invece un messaggio potente: si può uscire da una relazione senza farsi male, nel rispetto, soprattutto quando ci sono dei figli.

 

«Lo volete capire che io e vostro padre siamo i vostri genitori? Che lui resterà vostro padre? Non è che perché non si è più marito e moglie che si smette di essere genitori».

 

Una frase che andrebbe letta e riletta, in una società che troppo spesso trasforma le separazioni in campi di battaglia.

 

Il confronto con Domenico Starnone

Per certi versi, Per una vita ancora presenta un chiaro filo conduttore con i romanzi di Domenico Starnone, in particolare Lacci e Confidenza.


Come in Starnone, anche qui troviamo:

  • la dissezione del legame di coppia
  • il peso delle scelte irrisolte
  • la fragilità maschile mascherata da potere e successo
  • il tempo come giudice silenzioso delle relazioni

Se Starnone indaga spesso la colpa, il controllo e la dipendenza emotiva, Marianna Guida mette al centro la cura mancata e il prezzo umano dell’arrivismo e del non ascolto.

 

Uno stile essenziale e incisivo

La scrittura di Marianna Guida è scorrevole, asciutta, a tratti cruda.
I dialoghi sono ben costruiti, credibili, mai superflui. Nessuna frase è fuori posto: ogni passaggio contribuisce a ricostruire, rielaborare, comprendere.

 

L’autrice entra in punta di piedi nella vita di Marisa e Alberto, lasciando spazio al lettore, che diventa parte attiva del processo di riflessione.

 

Un libro da leggere in coppia

Per una volta ancora è un romanzo che parla a tutti, direttamente o indirettamente.
È un libro che consiglio di leggere in coppia, perché può diventare un’occasione di confronto autentico.

 

Nelle debolezze dei protagonisti ci siamo tutti.
La storia ci invita a riflettere sul valore del tempo sospeso, sull’importanza dell’ascolto, sul coraggio di affrontare i propri mostri, anche chiedendo aiuto a uno specialista.

 

Come ricorda Giuseppe, fratello di Alberto:

«Poi, però, la vita fa il suo corso e ci restituisce, forse, le cose più importanti».

 

Conclusione: una storia vera, necessaria

Per una volta ancora è un romanzo intenso, psicologicamente raffinato, che racconta i tanti matrimoni di facciata, le relazioni che resistono per abitudine, paura o dovere.

 

È un libro che aiuta a riflettere, a tornare indietro, a fare pace con i propri sbagli.
Una storia vera.
E proprio per questo, profondamente necessaria.

 

 

Dialogo con Marianna Guida: amore, fragilità e il coraggio di rinascere

Marianna Guida è nata a Napoli, dove vive e insegna. Ha pubblicato diversi racconti e collabora con la rivista online Cinema e Psicologia. Per una vita ancora è il suo primo romanzo, con cui ci porta nel cuore dei rapporti familiari, tra fragilità, incomprensioni e la ricerca di sé.

 

Marianna, cosa ti ha fatto dire ‘questa storia va raccontata’? Com’è nato il mondo di Marisa e Alberto?

La storia parla di crisi e della possibilità di una rinascita. Mi sentirei di dire che il tema principale è la crisi che può non soltanto cambiare le nostre vite ma, soprattutto, svuotare di significato tutto ciò che per noi era stato fino a un attimo prima fonte di stabilità ed equilibrio. Alle volte le nostre vite si adagiano su percorsi che si cristallizzano, facendoci perdere del tutto il contatto con noi stessi e con la nostra voce interiore. Per pressioni esterne ma più spesso per rispondere a un diktat interiore che ci vuole sempre adeguati e performanti, può succedere di perdere sé stessi, non avendo più accesso alla parte più intima e vitale di noi stessi. E quella che ho provato a descrivere non è soltanto la crisi della mezza età, ma quella che porta a scoprire che ciò che psicologicamente ci è servito quando eravamo piccoli o giovani poi diventa una maschera che sclerotizza i nostri comportamenti svuotando di significato e inaridendo i rapporti tra le persone. Ho scelto come ambiente dove rappresentare il teatro della vita la famiglia e ho provato a rappresentarla come un laboratorio di comportamenti ripetitivi e spesso di manipolazione.  È proprio il marito il personaggio chiave, quello che per mania di controllo ha trasformato lavoro, amicizie e amore in un banco di prova dove esercitare la sua forza. Volevo raccontare però come questa impalcatura possa essere soggetta facilmente a sfaldarsi. Quando veniamo posti di fronte a situazioni che intaccano in modo improvviso le nostre comode certezze come reagiamo? Siamo davvero così convinti di conoscerci bene? Siamo realmente in grado di prevedere i nostri comportamenti in circostanze estreme? Alberto dapprima esacerba e irrigidisce il suo comportamento arrivando a manipolare la scena di un incidente. Ma poi nel corso del tempo la ferita ha modo di infettarsi e moltiplicare i suoi batteri. Questo romanzo è nato da un racconto che faceva parte di una precedente raccolta. Dei testi mi era parso quello più incompiuto e acerbo, ma con un buon potenziale di approfondimento e sviluppo di vari assi narrativi. La storia, nel racconto originario, nasceva proprio dalla crisi. Dal momento, cioè, dell’incidente a partire dal quale il protagonista è convinto di uscire a pezzi perché la sua credibilità può venirne incrinata. Nel racconto il successivo incontro in ospedale con la donna che miracolosamente era scampata all’incidente metteva in moto un meccanismo di profonda crisi che minava dalle fondamenta tutto ciò in cui il medico aveva creduto. Mi interessava soprattutto raccontare cosa pensiamo di essere e cosa, invece, un evento inaspettato e violento è capace di rivelare di noi stessi.  È proprio l’immediatezza il catalizzatore, capace di mostrare senza veli la violenza della nostra natura, disposta a tutto pur di non modificare l’assetto della propria vita. Ma gli equilibri, si sa, sono molto precari.

 

 I tuoi personaggi sembrano vivi: ti sei ispirata a persone reali, o li hai creati interamente dalla tua fantasia?

Il romanzo è nato da un racconto che avevo scritto qualche anno prima e che però, forse per la sua “incompiutezza”, ho sentito l’esigenza di riprendere in mano. Il bisogno era quello di dare una possibilità di ulteriore ampiezza di trasformazione ai personaggi, mettendoli di fronte a scelte radicali. Il racconto, il cui titolo era “Vergogna”, traeva origine da una mia suggestione giacché avevo in testa l’immagine di un dottore abituato al controllo e che però nasconde un terribile segreto che rischierebbe di mettere a repentaglio tutto quello che ha costruito. Nel romanzo il progetto si è ampliato e ho provato a dare spazio anche ad altre voci, quelle di altri personaggi. Soprattutto, ho voluto dare una chance ad Alberto, farlo andare alla deriva per vedere come avrebbe fatto per riemergere dal pantano emotivo in cui era precipitato. Mi sento di poter dire che è un testo che parla di seconde opportunità e rinascite. Non si tratta di situazioni reali, ho pescato soprattutto nella mia fantasia e immaginazione. Tuttavia mi sono impegnata (e spero di esserci almeno in parte riuscita) a rendere “vero” e credibile il mondo interiore dei personaggi, documentandomi per ricostruire situazioni che non mi erano familiari ma, soprattutto, rendendo “visive” le scene in cui i personaggi interagiscono, facendo in modo che i dialoghi risultassero naturali e l’artificio fosse ben mimetizzato. Proprio per questo ho io stessa mimato la gestualità e letto spesso ad alta voce, proprio come se mi trovassi al cinema o a teatro.

 

Il libro parla di legami fragili e di ripartenza. Qual è il messaggio che speri arrivi al cuore dei lettori?

Con questo romanzo vorrei spingere a riflettere su come le vite, anche quelle più “solide”, possano essere incrinate dall’inquietudine e dalla perdita del vero contatto con sé stessi. Ho seguito i due protagonisti nel processo che li porta dalla chiusura e dall’egoismo a una forma di apertura, dapprima debole e acerba, e poi sempre più profonda all’amore e all’ascolto.  Quindi mi sentirei anche di definirlo un romanzo psicologico e di formazione. Tuttavia un testo è pur sempre un viaggio che può, anzi deve, cambiare traiettoria quando arriva al lettore. È un processo non solo naturale ma anche auspicabile perché l’atto della lettura è sempre interpretazione.

 

 Il tuo stile è diretto e intenso, con dialoghi che colpiscono. Quali letture o esperienze ti hanno aiutata a costruire questa voce così vera?

Ho scritto molto, sin da quando ero una ragazzina e carta e penna mi hanno aiutato non soltanto a superare dei momenti di crisi ma anche a dare il nome alle cose e alla realtà. È possibile che la voce, o stile, si sia affinato sia per la lunga pratica sia perché ho sempre amato molto la lettura che si è imposta come l’attività più amata. Da che io ho ricordi, ho sempre l’immagine di me acciambellata su una poltrona, un plaid buttato sulle gambe e un libro fra le mani. Con il tempo la lettura non è stata più un’evasione ma una necessità che si è fusa con la mia vita e con la mia professione (faccio la prof). Mi sono interessata ai processi che sono dietro la stesura di un romanzo e con il tempo sono diventata una lettrice dal palato fine. Immagino che le letture mi abbiano forgiato, orientando il mio gusto e le mie ricerche. Per quanto riguarda la vividezza dei dialoghi, quelli non mi venivano affatto naturali e quindi mi sono dovuta esercitare. Gli aspetti della narrazione che mi risultavano all’inizio più complessi erano proprio i dialoghi e lo show don’t tell. Le letture che mi hanno maggiormente influenzata sono probabilmente quelle fatte intorno ai vent’anni, quando la mente è più plastica e i sensi sono vigili e attenti. Le mie letture dell’epoca spaziavano dai romanzi russi a Proust. Con il tempo mi sono appassionata soprattutto scrittori americani come Philip Roth o inglesi come McEwan o Barnes

 

Dopo questo primo romanzo, cosa bolle in pentola? Puoi darci un’anteprima dei tuoi prossimi lavori o sogni letterari?

Sono già all’opera con un altro romanzo che parla di periferie e ragazzini costretti a crescere un po’ troppo velocemente. Il mio libro in perenne “elaborazione” è, però, il memoir, a cui mi sono già dedicata in passato e sul quale vorrei rimettere le mani per dargli un ordine e una coesione.

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