Perché non ti piaci?

La società contemporanea così come è strutturata con tutte le sue contraddizioni e le sue logiche competitive di certo non aiuta uomo moderno a vivere un’esistenza felice. Perché il giudizio degli altri è così importante? Sempre più spesso si vive nella completa ossessione di ricevere l’apprezzamento dell’Altro. Non siamo come Robinson Crusoe, dispersi su un’isola abbandonata. Viviamo insieme agli altri e l’opinione altrui, ciò che gli altri pensano di noi può rappresentare in alcuni casi un vero e proprio limite per la nostra fioritura personale. Secondo il filosofo, Arthur Schopenhauer sono tre le componenti che rendono uomo felice di sé stesso:

  • Ciò che uno è, ossia la sua essenza nel senso più ampio del termine. All’interno di questo concetto rientrano: salute, intelligenza, bellezza, temperamento, educazione.
  • Ciò che uno ha, in termini materialistici: possessi di beni materiali, denaro e ricchezze simili.
  • Ciò che uno rappresenta, con questa espressione s’intende ciò “che uno è agli occhi dell’Altro” si tratta molto semplicemente di come gli altri ti rappresentano o meglio dell’opinione che gli altri hanno su di te.

La tua felicità non è nella testa degli altri

Fatta questa premessa oggi ancora più di ieri, è necessario comprendere che la nostra felicità non è nella testa degli altri. Dobbiamo renderci conto che ognuno di noi vive all’interno del proprio corpo e non già nell’altrui opinione e la nostra attuale posizione è determinata da un insieme smisurato di fattori: la salute, il carattere, le nostre entrate, figli, amici, amore, da dove abitiamo. Tutti questi elementi messi insieme sono fondamentali ai fini della nostra felicità. Nessun elemento deve essere trascurato il tutto crea la nostra unicità.

Per forza di cose le nostre preoccupazioni, i nostri dispiaceri, i nostri nervosismi, nella maggior parte dei casi nascono da ciò che gli altri pensano di noi. Così come l’odio e invidia hanno la stessa radice.

È quindi, risulta evidente che moderare lo stimolo del “piacere all’Altro” rappresenti uno stile di vita sano.

Ti faccio una domanda: dov’è la tua felicità?

Nella testa degli altri, in quello che gli altri pensano di te. Se le cose stanno così: non hai altra soluzione che permettere al tuo pensiero di uscire dall’idea di quello che gli altri pensano di te per ritrovare te stesso.

Le relazioni interpersonali

Ci sono momenti nella vita in cui le nostre relazioni interpersonali sono deludenti.  A chi non è capitato di sentirsi inadeguato all’interno di una relazione amorosa, amicale o lavorativa. La nostra mente rifugge dal dolore. Ci consiglia di allontanarci da ogni forma di pericolo. Perché mai rischiare una nuova relazione amorosa se quella passata si è conclusa così male? Il pensiero negativo ci consiglia di non rischiare, di essere guardinghi, di non avere fiducia nel primo che capita. In altre parole il nostro obiettivo è quello di riuscire in tutti i modi a non soffrire evitando nuove relazioni interpersonali. Così facendo, rischiamo di chiuderci a guscio, involontariamente riteniamo che così facendo riusciremo a proteggerci ad evitare nuovi problemi. Senza sapere che alla fine non c’è atteggiamento più errato nel pensare che tutto possa essere controllabile. Ogni qual volta si allacciano nuove relazioni sociali, il rischio di soffrire o far soffrire non può essere del tutto annullato. A questo punto, qualcuno mi potrebbe dire: “C’è una soluzione, è l’unica e sola è quella di vivere da soli” ma come sappiamo è impossibile vivere da soli. Anche se malauguratamente dovessimo trovarci su un’isola deserta, con ogni probabilità anche lì il nostro pensiero sarebbe sospinto ad immaginare chi sta sulla terra ferma.  A questo punto ci viene, in aiuto la psicologia di Adler, secondo il noto psicologo tutti i problemi derivano dalle relazioni interpersonali.

Il senso di inferiorità

Quando un soggetto non si piace, secondo Adler lo può fare per dei difetti che rientrano in due categorie: inferiorità oggettive e soggettive. Quelle oggettive sono quelli che possiamo misurare e confermare, come ad esempio non esser particolarmente alti o ricchi.Le altre sono soggettive e spesso sono del tutto inventate dalla nostra mente. A volte odiamo noi stessi non siamo del tutto soddisfatti di chi siamo, non ci apprezziamo e non ci piacciamo per ragioni superflue. Per evitare di stare male tendiamo ad isolarci dal mondo circostante. Adler ha detto che le uniche inferiorità con cui dobbiamo confrontarci sono quelle oggettive nel momento in cui rappresentano un ostacolo per raggiungere i nostri obiettivi. Invece quelle soggettive, non esistono, appartengono alla nostra immaginazione. Adler, riconosce che il senso di inferiorità appartiene a tutti. Tutti siamo torturati dal senso d’inferiorità: dall’uomo di successo all’ultima Miss Mondo. Secondo Adler, l’aspirazione alla superiorità e il senso d’inferiorità non sono malattie, ma favoriscono con i giusti sforzi una crescita sana.

Causa-effetto: la grande illusione

Non c’è nulla di male nel cercare di fare nuovi progressi, ma a volte alcuni rischiano di tirare prima i remi in barca, adducendo una serie di alibi. Mi riferisco a coloro che prima ancora di cominciare dicono: “Sono brutto non troverò mai la donna giusta per me”. Il senso di inferiorità in questo caso si trasforma in complesso d’inferiorità e così diventa il pretesto per non piacersi, isolarsi e giustificare la nostra solitudine il nostro senso di inadeguatezza nei confronti di una possibile relazione di coppia.

Come specificano nel “Coraggio di non piacere” il filosofo Ichiro Kishimi e lo scrittore Fumitake Koga: “Quando qualcuno, nella vita di tutti i giorni, insiste sulla logica che si può riassumere nell’espressione “A è la situazione, perciò B è impossibile”, non è afflitto da un senso d’inferiorità, bensì da un complesso”.

Ti convinci di un nesso di causa ed effetto del tutto ingiustificato, esiste solo nella tua testa.  In sostanza, non ti piaci, ti convinci dei tuoi difetti e non fai nulla per cambiare. La situazione in cui vivi inizia a farti comodo. Semplicemente, non hai desiderio di cambiare. Nonostante le continue lamentele non fai alcun passo per cambiare registro, semplicemente non hai il coraggio per modificare il tuo stile di vita ma così facendo continui a soffrire.

Ci vuole un cambio di passo

Pensaci bene, nei momenti di crisi interiore, quando hai il tuo morale tocca i minimi storici  continui a ripeterti: “Non ce la posso fare” “Non mi piaccio” “Mi sento inadeguato”. Funziona così anche per te?

Non ci sarà alcun cambio di passo, fino a quando non ti renderai conto che le cause dei nostri sequestri emozionali sono interne a noi, continuerai ad essere succube e dipendente delle tue parti narcisistiche fino a quando non accetterai la sofferenza come un elemento intrinseco alla natura umana.

Il nesso causa-effetto è molto più complesso di quanto si pensi, se io getto un sasso contro un vetro quasi certamente il vetro va in frantumi, il nesso casua-effetto è alquanto evidente nel caso specifico, invece per l’essere umano è molto più complesso ad ogni azione c’è un margine di reazione molto ampio. Ad esempio se penso che la causa della mia rabbia è il tuo comportamento, io divento succube delle tue azioni. Comprendere invece che le cause delle nostre reazioni sono interne è l’intuizione più grande a cui possiamo arrivare. Da succubi e vittime diventiamo sovrani e leader di noi stessi. Inizia a modificare te stesso, non pretendere che gli altri cambino. Invece di aspettare che siano gli altri a cambiare o la situazione, prova tu a cambiare ritmo alla tua vita, a correggere il passo, a trasformare il tuo stile di vita.

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Francesco Sassano

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