“Pura vita” di Simona Pelamatti: quando il corpo torna a essere un luogo da abitare

Ci sono momenti nella vita in cui il corpo smette di essere semplicemente una parte di noi e diventa il luogo nel quale si concentrano paure, aspettative, giudizi e battaglie interiori.

 

È proprio questo il territorio narrativo attraversato da Simona Pelamatti nel suo libro d’esordio “Pura vita. La mia guarigione tra anoressia e gravidanza”: un racconto autobiografico nel quale l’autrice ripercorre il difficile rapporto con l’anoressia nervosa e il percorso che l’ha portata verso una nuova consapevolezza di sé, del proprio corpo e della propria identità.

 

La storia raccontata da Simona nasce da un’esperienza personale, ma riesce ad aprire una riflessione più ampia. Perché il rapporto con il corpo non riguarda soltanto la dimensione individuale: è influenzato dai modelli culturali, dagli sguardi degli altri e dalle aspettative della società nella quale viviamo.

 

Il corpo, infatti, non è mai soltanto un elemento biologico.

 

È anche un linguaggio sociale, uno spazio attraverso cui raccontiamo chi siamo, come desideriamo essere percepiti e quale posto vogliamo occupare nel mondo.

 

Nella società contemporanea il corpo è diventato sempre più un progetto da costruire: deve essere curato, migliorato, modificato, raccontato.

 

La cultura della performance ha progressivamente spostato l’attenzione dal semplice “essere” al “diventare”: essere migliori, più efficienti, più belli, più adeguati.

 

Ed è proprio dentro questa tensione tra ciò che siamo e ciò che pensiamo di dover essere che si inserisce il percorso raccontato da Simona Pelamatti.

 

Anoressia: oltre il rapporto con il cibo, una battaglia sull’identità

Uno degli aspetti più significativi di Pura vita riguarda la scelta di raccontare l’anoressia non come un fenomeno superficiale legato esclusivamente all’alimentazione o all’aspetto fisico.

 

Il disturbo alimentare emerge come un’esperienza complessa, nella quale entrano in gioco emozioni, percezione di sé, bisogno di sicurezza e difficoltà nell’accettare la propria vulnerabilità.

 

L’anoressia diventa così una lente attraverso cui osservare una domanda più profonda:

 

quanto del nostro valore personale dipende realmente da ciò che siamo e quanto invece viene costruito attraverso il riconoscimento degli altri?

 

Da una prospettiva sociologica, questo tema richiama il concetto di identità come costruzione sociale.

 

Il sociologo Erving Goffman ha evidenziato come nella vita quotidiana gli individui siano continuamente impegnati nella costruzione della propria immagine sociale, cercando di comunicare agli altri una determinata rappresentazione di sé.

 

Il corpo, in questa dinamica, assume un ruolo centrale.

 

Diventa un elemento attraverso cui cerchiamo approvazione, appartenenza e riconoscimento.

 

Quando però questa ricerca diventa assoluta, il rischio è quello di perdere il contatto con la propria autenticità.

 

La storia raccontata da Simona Pelamatti mostra proprio questo passaggio: il momento in cui la necessità di sentirsi adeguati può trasformarsi in una distanza sempre maggiore da sé stessi.

 

La società della prestazione e la ricerca continua della perfezione

Il racconto di Pura vita dialoga anche con una riflessione più ampia sulla società contemporanea.

 

Viviamo in un’epoca nella quale molte persone percepiscono la necessità di dimostrare continuamente il proprio valore.

 

Il successo, la bellezza, la produttività e la capacità di controllo diventano spesso criteri attraverso cui valutiamo noi stessi e gli altri.

 

Il filosofo Byung-Chul Han ha descritto la società contemporanea come una società della prestazione, nella quale l’individuo non è soltanto sottoposto a pressioni esterne, ma diventa spesso il principale responsabile delle proprie aspettative.

 

Dobbiamo migliorare continuamente.

 

Dobbiamo raggiungere nuovi obiettivi.

 

Dobbiamo costruire una versione sempre più efficace di noi stessi.

 

Questa dinamica può riguardare anche il corpo, trasformandolo in un progetto permanente.

 

Il percorso di Simona Pelamatti racconta invece il momento in cui nasce una nuova consapevolezza: non tutto ciò che può essere modificato deve necessariamente essere controllato.

 

A volte il cambiamento più importante non riguarda l’immagine che mostriamo agli altri, ma il modo in cui impariamo ad accogliere noi stessi.

 

La gravidanza: il corpo che cambia e una nuova possibilità di guardarsi

Uno dei passaggi più intensi del libro riguarda la gravidanza.

 

Per chi ha vissuto un disturbo alimentare, il cambiamento del corpo può rappresentare una delle sfide più delicate.

 

Il corpo, che per anni può essere stato osservato attraverso il giudizio e il controllo, improvvisamente segue un processo naturale che non può essere completamente governato.

 

La gravidanza diventa così un momento di trasformazione profonda.

 

Il corpo cambia forma, si modifica, cresce.

 

Ma questa volta il cambiamento assume un significato diverso.

 

Non è più una perdita di controllo, ma diventa il segno concreto della possibilità di generare vita.

 

Nel percorso narrato da Simona Pelamatti avviene un passaggio fondamentale: il corpo smette progressivamente di essere un avversario e torna a essere una parte di sé da ascoltare e riconoscere.

 

La maternità diventa quindi un’esperienza identitaria.

 

Non rappresenta una cancellazione del passato, ma un nuovo modo di interpretare la propria storia.

 

Anoressia e maternità: il libro di Simona Pelamatti nel panorama delle testimonianze

Il rapporto tra disturbi alimentari e maternità è un tema complesso, affrontato negli anni attraverso prospettive differenti.

 

Alcuni testi hanno analizzato l’anoressia attraverso un approccio psicologico e clinico, concentrandosi sui meccanismi della malattia, sui percorsi di cura e sulle dinamiche familiari.

 

Altri autori hanno scelto invece la strada della testimonianza autobiografica, raccontando dall’interno il rapporto con il corpo, la sofferenza e il percorso di ricostruzione personale.

 

All’interno di questo panorama si inserisce Pura vita di Simona Pelamatti, che sceglie un punto di osservazione particolare: raccontare la trasformazione attraverso l’esperienza della gravidanza.

 

Il libro dialoga idealmente con quella letteratura autobiografica nella quale il corpo diventa il luogo della memoria e della trasformazione.

 

La particolarità del racconto di Simona nasce dall’incontro tra due dimensioni:

 

da una parte un corpo vissuto attraverso la paura, il giudizio e la necessità di controllo;

 

dall’altra un corpo che durante la maternità cambia inevitabilmente e diventa capace di accogliere una nuova vita.

 

La gravidanza non viene presentata come una soluzione automatica alla sofferenza, ma come un passaggio che apre una nuova possibilità di relazione con sé stessi.

 

La guarigione come costruzione di una nuova identità

Uno degli aspetti più profondi di Pura vita riguarda il modo in cui viene raccontata la guarigione.

 

Non come un momento improvviso, ma come un percorso.

 

Guarire significa imparare a rileggere la propria storia senza permettere che sia soltanto la sofferenza a definirla.

 

Significa ricostruire il rapporto con il proprio corpo, riconoscere le proprie emozioni e accettare anche le parti più fragili di sé.

 

La trasformazione raccontata da Simona Pelamatti non consiste nel cancellare ciò che è stato, ma nel dare un nuovo significato alla propria esperienza.

 

Il passato rimane parte della persona, ma può diventare anche una fonte di consapevolezza e uno strumento di condivisione.

 

Simona Pelamatti: una storia trasformata in condivisione

Simona Pelamatti, classe 1995, vive e lavora in Valle Camonica.

 

Consulente assicurativa ed ex atleta, esordisce nel mondo dell’editoria con “Pura vita. La mia guarigione tra anoressia e gravidanza”, un’opera nella quale intreccia la determinazione maturata attraverso lo sport con la sensibilità nata dal proprio percorso personale e dall’esperienza della maternità.

 

La sua storia personale diventa il punto di partenza per un messaggio rivolto alla collettività.

 

Attraverso la scrittura sceglie di trasformare una battaglia privata contro i disturbi del comportamento alimentare in un’occasione di dialogo e sensibilizzazione.

 

Il suo obiettivo è raccontare che un percorso di cambiamento è possibile e che la riscoperta del proprio valore può rappresentare un passaggio fondamentale verso una nuova relazione con sé stessi.

 

 

Intervista a Simona Pelamatti, autrice di “Pura vita. La mia guarigione tra anoressia e gravidanza”

 

Nel tuo libro racconti l’anoressia come un’esperienza che riguarda il rapporto con il cibo, ma anche il bisogno di controllo, la percezione di sé e il proprio valore personale. Secondo te, nella società contemporanea, dove immagine e performance hanno assunto un ruolo centrale, quali aspetti dovremmo imparare a osservare con maggiore consapevolezza?

Spesso definiamo i disturbi alimentari come un problema “con il piatto”, ma la verità è che il cibo è solo la superficie, il sintomo visibile di un malessere molto più profondo. L’anoressia è una ricerca disperata di controllo in un mondo che percepiamo caotico, ed è il tentativo di misurare il proprio valore attraverso la rinuncia.

 

Nella società di oggi, ossessionata dalla performance, dall’estetica e dal successo a tutti i costi, dovremmo imparare a osservare due aspetti fondamentali:

 

-L’illusione del controllo perfetto: Ci hanno insegnato che valiamo in base a quanto “produciamo”, a quanto siamo performanti o a quanto aderiamo a un ideale estetico rigido. Dovremmo iniziare a chiederci: quanto di ciò che facciamo nasce da un nostro reale desiderio e quanto dal timore di non essere abbastanza?

 

-Il linguaggio con cui ci parliamo: Guardiamo spesso il nostro corpo come uno strumento da giudicare o correggere, dimenticando che è la casa che ci permette di vivere, amare e creare vita.

 

Nel mio percorso — e nel libro racconto proprio questo passaggio fondamentale — la vera svolta è arrivata quando ho smesso di guardare al mio corpo come a un nemico da dominare e ho iniziato ad ascoltarlo. La gravidanza, in questo senso, è stata un potente catalizzatore: mi ha costretto a spostare il focus dal “dover apparire” al “lasciar fluire la vita”. Dobbiamo imparare a disinnescare la fretta del giudizio e ritrovare la consapevolezza del nostro valore intrinseco, che non dipende da una bilancia, da un filtro o da un traguardo raggiunto, ma dal semplice fatto di esistere.

 

La gravidanza rappresenta un momento fondamentale del tuo percorso. Per una persona che ha vissuto un disturbo alimentare, accettare un corpo che cambia può essere una sfida profonda: qual è stato il passaggio più importante che ti ha permesso di guardare il tuo corpo con occhi nuovi?

Per anni ho considerato il mio corpo come un perimetro da restringere, un nemico da controllare o una gabbia in cui rinchiudere le mie fragilità. Quando scopri di essere incinta, però, il tuo corpo smette improvvisamente di appartenere solo a te e diventa la casa di qualcun altro. Per chi ha vissuto l’anoressia, questo è un terremoto emotivo: significa guardare la pancia che cresce e combattere contro quella voce interiore che per anni ti ha ripetuto che “prendere spazio” fosse una colpa.

 

Il passaggio più importante, la vera svolta, è stato spostare lo sguardo dall’estetica alla funzione, dalla paura alla gratitudine.

 

Ho smesso di chiedermi “Come appaio?” e ho iniziato a chiedermi “Che cosa sto creando?”. Ho capito che quel corpo che per anni avevo punito e privato di tutto, in realtà stava compiendo il miracolo più grande: generare la vita. Non era più il nemico da sconfiggere, ma un alleato incredibilmente forte e generoso. La gravidanza mi ha costretto a fidarmi della natura e a cedere finalmente quel controllo ossessivo che mi stava distruggendo.

 

Nel libro racconto senza filtri la fatica di quei mesi, le ricadute mentali e i momenti di smarrimento, perché la guarigione non è una linea retta. Ma è stato proprio attraverso quel pancione che si gonfiava che ho riscoperto la ‘pura vita’: la bellezza di occupare il mio posto nel mondo senza chiedere scusa.

 

Nel tuo percorso emerge il tema della vulnerabilità. Quanto è stato difficile accettare le proprie fragilità e comprendere che chiedere aiuto poteva rappresentare una forma di forza e non una debolezza?

Accettare la propria vulnerabilità è stata, senza dubbio, la parte più difficile e spaventosa del mio percorso. Per chi soffre di anoressia, la fragilità è vista come un fallimento. La malattia ti convince che la perfezione e l’autosufficienza siano l’unica corazza possibile contro il dolore: ti ripeti che devi farcela da sola, che mostrarsi deboli significa consegnarsi al giudizio altrui. La vera svolta è arrivata quando ho capito che quella “corazza” di controllo non mi stava proteggendo, mi stava solo isolando dal mondo. Chiedere aiuto richiede un coraggio immenso. Significa guardare in faccia i propri mostri, spogliarsi delle proprie difese e dire ad alta voce: “Da sola non ce la faccio più”. Ma è proprio nel momento in cui ammetti la tua fragilità che smetti di combattere contro te stessa. Capisci che chiedere aiuto non è un atto di resa, ma il primo reale gesto di libertà e di amore verso di sé. Nel libro ho voluto raccontare senza vergogna anche le mie cadute e la paura di fidarmi degli altri, perché spero che la mia storia possa essere uno specchio: vorrei che chi legge si sentisse meno solo e trovasse la forza di allungare la mano. La guarigione comincia proprio nell’istante in cui smettiamo di nascondere le nostre crepe e iniziamo ad abitarle.

 

Ogni percorso di trasformazione è fatto anche di momenti particolari, episodi che spesso rimangono impressi nella memoria e che raccontano più di tante spiegazioni. Se te la senti di condividerlo con i lettori di AlimentaLaMente, c’è un aneddoto, un momento preciso o un episodio del tuo percorso che ancora oggi senti particolarmente significativo e che rappresenta una tappa importante della tua rinascita?

C’è un momento preciso che porto nel cuore e che ricordo ancora con i brividi. Era una giornata apparentemente qualunque durante la gravidanza: mi trovavo davanti allo specchio e, per la prima volta dopo anni, non sto cercando di misurare con le dita lo spazio attorno ai fianchi, né stavo guardando il mio corpo con il solito sguardo critico e severo. Ho appoggiato la mano sulla pancia, che iniziava a essere evidente, e in quel preciso istante ho sentito un movimento leggero, come una piccola bolla d’aria. Era il mio bambino che si faceva sentire. In quel momento è come se il tempo si fosse fermato. Mi sono vista riflessa e ho scoppiato a piangere, ma non erano lacrime di paura o di panico per i chili presi: erano lacrime di pura liberazione. Per anni avevo usato il cibo per rimpicciolirmi, per scomparire, per dimostrare a me stessa che potevo domare la vita. In quel secondo, invece, ho capito che la vita stava vincendo su di me, e che era la cosa più bella che potesse accadermi. È stato il giorno in cui ho firmato la mia “pace armata” con lo specchio. Lì è nata la consapevolezza che da sola mi avrebbe portata alla guarigione, quel passaggio fondamentale che nel libro ho voluto raccontare nei minimi dettagli: il momento in cui smetti di sopravvivere alla vita e inizi finalmente a viverla.

 

Hai scelto di trasformare una parte molto intima della tua storia in un libro destinato agli altri. Qual è il messaggio più importante che vorresti arrivasse a una persona che oggi vive un rapporto complesso con il proprio corpo o con il cibo?

Il messaggio più urgente e profondo che vorrei far arrivare a chi si sente prigioniero del proprio corpo o del cibo è questo: non sei sbagliata, e non devi meritartele le cose belle della vita attraverso la sofferenza. Quando sei dentro al buio di un disturbo alimentare, la malattia ti convince che tu sia l’unica a stare così, che il controllo sia la tua sola salvezza e che fuori da quella gabbia non ci sia nulla per te. Vorrei dire a chi sta leggendo che esiste un’alternativa, ed è la “pura vita”. Una vita in cui il cibo torna a essere nutrimento e convivialità, in cui il corpo torna a essere la tua casa e non la tua prigione, e in cui il tuo valore non è misurato da un numero su una bilancia. Ho scritto questo libro non per salire in cattedra o per dare ricette magiche, ma per tendere una mano. L’ho scritto per dire: “Io ci sono stata in quel buio, so quanto fa male, ma ti prometto che dall’altra parte c’è una luce bellissima che ti aspetta”. La guarigione non è un miracolo riservato a pochi eletti: è un percorso lungo, imperfetto e a tratti faticoso, ma è un diritto di tutti. E comincia nel momento esatto in cui decidi che meriti di tornare a respirare a pieni polmoni.

 

Dopo “Pura vita”, quali sono i tuoi prossimi progetti? Ti piacerebbe continuare attraverso la scrittura o altri percorsi a portare avanti il dialogo sulla crescita personale, sulla consapevolezza e sulla sensibilizzazione rispetto ai disturbi alimentari?

Pura vita la mia guarigione tra anoressia e gravidanza non è stato solo un libro, ma l’inizio di una vera e propria missione personale. Scrivere la mia storia mi ha fatto capire quanto ci sia ancora bisogno di abbattere i tabù che circondano la salute mentale, la percezione corporea e i disturbi alimentari.

La risposta e l’affetto dei lettori mi hanno confermato che questo dialogo non può e non deve fermarsi qui. La scrittura rimarrà sicuramente un pilastro fondamentale del mio cammino: ho già alcune idee nel cassetto per nuovi progetti editoriali, sempre focalizzati sull’accettazione di sé, sulla resilienza e sul viaggio emotivo verso la consapevolezza.

 

Al tempo stesso, desidero portare questi temi anche “fuori dalla pagina”. Mi piacerebbe sviluppare incontri nelle scuole, workshop e spazi di confronto dal vivo e sui canali digitali, creando una community in cui le persone possano sentirsi ascoltate, accolte e mai giudicate.

 

Che sia attraverso un nuovo libro, un progetto di sensibilizzazione o un incontro a tu per tu, il mio obiettivo sarà sempre lo stesso: trasformare la mia esperienza e la mia storia in uno strumento utile a chiunque stia cercando di ritrovare la propria luce.

Tabella dei Contenuti