Riconoscere le nostre emozioni: lavoro, noia e ozio

Il nostro modo di approcciarci alla vita è sempre più liquido di conseguenza anche le nostre relazioni personali assumono questa forma. La nostra mente elabora un gran numero di emozioni, che giorno dopo giorno, si trasformano e diventano altro rispetto a ieri.

Le relazioni personali non sono immutabili, da quelle amichevoli a quelle più formali, con il tempo la natura delle relazioni si trasforma e subisce un cambiamento nel bene o nel male.

Il punto è riconoscere le nostre emozioni, il punto decisivo è cercare di capire se quella determinata emozione (positiva o negativa) apporta un vantaggio alla nostra vita oppure rappresenta uno spreco di energia e tempo.

Uomo moderno vivendo all’interno di una società interconnessa involontariamente è stimolato da centinaia di informazioni molte delle quali nocive. I talk show e i reality show in televisione, alla pari di moltissimo materiale diffuso sui social media, producono una serie di informazioni distraenti che premono sulla nostra sfera emotiva attivando un meccanismo interiore che ci dice: “Corri a verificare la tua ultima notifica social, corri a vedere ultimo video del tuo youtuber preferito, corri a instagrammare la tua ultima foto/video”. Fermiamoci un attimo a pensare: quante volte siamo perseguitati da questa vocina interiore? Per pochi secondi abbiamo una sensazione di benessere, ma il suo prodotto è così insignificante per la nostra esistenza. Siamo realistici: ultimo flirt di quel famoso attore o l’ultimo gustoso panino farcito con “mollica o senza” messi insieme alle migliaia di notizie simili alla fine influenzano il nostro umore non sempre in modo positivo.

Lo specchio social non sempre fa bene al nostro stato d’animo, il mondo digitale il più delle volte ci mostra una rappresentazione artificiale della realtà e il confronto constante con l’Altro ha creato un’impennata di depressione, nevrosi e ansia sociale. Le frivolezze causali che ci rimbalzano sotto i nostri occhi nel lungo termine producono una serie di emozioni negative. Come suggerisce Angela Rivoli nel manuale “Come smettere di pensare troppo” è necessario: “ridurre la quantità di informazioni che permangono nella nostra testa nel tempo libero e aumentarne la qualità, non il contrario”.

Imparare a gestire il tempo tra lavoro e noia

Sempre più persone si sentono divorate dal lavoro e meditano le dimissioni pur non avendo un piano B. Secondo uno studio McKinsey, nel 2021 il 40% dei lavoratori e delle lavoratrici stava pensando di dimettersi entro l’anno, mentre in Italia fra aprile e giugno 2021 quasi mezzo milione di persone ha lasciato il proprio posto di lavoro.

In molti si lamentano del fatto che il mercato del lavoro in Italia non offre paghe dignitose, non lascia spazio alla vita privata, e di conseguenza molte sono le persone che vivono la sensazione di sentirsi svilite e divorate dalla propria attività lavorativa. Si vive all’interno di uno scenario in cui la cultura della fretta non lascia spazio alle nostre vocazioni personali e al tempo opportuno per coltivare la nostra fioritura personale.

La vita per sempre più persone è diventata una eterna rincorsa, viviamo in città lavorocentriche che sono in pieno burnout, eppure continuiamo a fare del lavorismo la nostra fede, c’è chi fa a gara a chi lavora di più, dedicandosi anima e corpo al proprio lavoro in cambio di status symbol e benefit. Nonostante il crescente malessere, viviamo uno stato di completa alienazione e non ci rendiamo conto di essere schiavi del lavoro, oramai siamo totalmente rapiti dallo spirito competitivo non a caso sempre più spesso finiamo per sacrificare ogni aspetto umano alla performance.

In una società che viaggia ad un ritmo accelerato le nuove generazioni vivono un sovraccarico di stimoli che in base ad uno studio condotto dall’APA (American Psychological Association) rende le nuove generazioni molto più stressate rispetto a quelle della metà del Novecento, il tutto è dovuto ai ritmi in costante aumento di competizione dalla scuola, allo sport, o in altre attività extracurriculari.

La somma di tutto ciò comporta sempre meno tempo da dedicare a sé stessi, e non c’è da sorprendersi come sempre più spesso in molti hanno paura di vivere tempi morti privi di stimoli, è in quel momento di “noia” che i pensieri ci assalgono e tormentano e finiamo per affidarci ad impegni surrogati come i social media. Secondo alcune stime passiamo cinque ore del nostro tempo quotidiano su degli schermi di vario tipo; aggiungiamo a questo ammontare di tempo perso le ore che buttiamo nelle lamentele, nei rancori e nei paradisi virtuali. Possiamo dire che forse sei ore al giorno se non più le trascorriamo fuori dalla nostra coscienza.

Educare all’ozio 

Se usassimo questo tempo quantitativo in modo più costruttivo avremmo la capacità di diventare maestri di una materia nell’arco di quattro anni, parallelamente alla nostra vita quotidiana, senza togliere un solo minuto al riposo o al lavoro. È arrivato il tempo di educare la gente all’ozio, ciò significa prendere un appuntamento con sé stessi, dando valore a ciò che siamo senza buttarsi sugli altri o sul lavoro per ottenere approvazione e soppressione dei pensieri. In parole semplici, significa: imparare a stare da soli con sé stessi.

Vi siete mai chiesti: ci illudiamo di avere centinaia di amici sui social, quanti di questi sono reali? Quanti pensieri inutili produciamo su determinate persone che nemmeno conosciamo? Quanto siamo influenzati da idee e credenze che gli altri hanno su di noi? Quanto impegniamo la nostra mente a compiacere gli altri?  Dopo queste domande, è necessario chiedersi, è arrivato il tempo di educare all’ozio, e ciò significa educare le persone a godere della propria solitudine senza annoiarsi, e per fare ciò è necessario dedicarsi del tempo per riposarsi, divertirsi con gli altri, semplicemente distrarsi.

Significa addestrare noi stessi e le persone a riscoprire la bellezza dell’arte, della cultura, della poesia, alla produzione di tutto ciò che solitamente siamo abituati a comprare. Insegnare il gusto e la gioia, in poche parole è necessario crescere bambini felici liberi di scegliere il proprio cammino. A tal proposito, il sociologo, Domenico De Masi, suggerisce: “Ai giovani bisogna insegnare a districarsi nei meandri del lavoro, ma anche nei meandri dei vari possibili loisiris. Significa educare alla solitudine e alla compagnia, alla solidarietà e al volontariato. Significa insegnare come si evita l’alienazione da tempo libero, altrettanto pericolosa dall’alienazione sul lavoro. Come vede, ce n’è da insegnare e da imparare!”.

E tu sei pronto a ribellarti alla società del lavoro, e alla sua conseguenziale cultura dell’adesso e della fretta che insieme mettono in crisi e depotenziano i nostri legami sociali e la nostra essenza umana?

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Francesco Sassano

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