Rom romeni in Italia: oltre l’analisi dei dati

Partiamo subito con una domanda: l’Italia è così in difficoltà con i suoi Rom?

Sicuramente influenzati da tantissima disinformazione mediatica, alcuni italiani non li sopportano, pensano che rappresentino una minaccia per la loro sicurezza, allo stesso tempo esiste una controparte consistente di italiani preoccupati nel vedere la propria società piombare in un razzismo quotidiano, banalizzato e inconsistente. E quindi, siamo o non siamo razzisti nei confronti dei rom? Forse il miglior modo per rispondere a questa domanda, è leggere ed interpretare il fenomeno nel suo complesso. Lo faremo partendo dai dati sull’immigrazione, pubblicati dal Centro Studi Ricerche IDOS, una realtà consolidata in questo settore. Con intento non solo di dare voce alla comunità rom romena presente in Italia da anni, ma provando a sviluppare un discorso più organico e rappresentativo.

Rom romeni in Italia: i dati

Secondo il Consiglio d’Europa, la loro presenza in Italia varia dalle 110.000 alle 170.000 unità, di cui circa 70.000 con cittadinanza italiana, quindi circa lo 0,25% della popolazione, una percentuale molto bassa rispetto alle cifre europee.

Tra i rom stranieri almeno il 50% è presente in Italia da oltre 20 anni. Quello romeno è il gruppo rom con più alta incidenza sul territorio italiano. Secondo gli ultimi dati disponibili secondo l’Opera Nomadi Lazio (2006) sono stimate circa 50.000 presenze di rom romeni in Italia.

La caduta del regime di Nicolae Ceaușescu (dicembre1989) ed il successivo ingresso in Europa nel gennaio del 2007 della Romania, hanno favorito il processo migratorio verso l’Italia. Tra i maggiori fattori di spinta: la difficile convivenza tra la comunità rom e la popolazione rumena e la condizione di estrema povertà vissuta all’interno del Paese.

Come e dove vivono:

Le citta dalle quali proviene gran parte dei rom romeni sono da Sud a Nord: Craiova,Turnu Severin e Drăgașani (Oltenia); il distretto di Vâlcea (a cavallo tra Oltenia e Muntenia),Slatina, Pitești, Călăraşi e Brăila (Muntenia); Costanza (Dobrugia); Timișoara e Arad (Banato);Brașov e Cluj-Napoca (Transilvania); Baia Mare (Maramureș); Bacău e Roman (Moldavia).

Le comunità più numerose si trovano a Roma, Milano, Torino, Napoli, Bologna, Bari, Genova, Catania, Reggio Calabria e Cosenza.

L’arrivo in Italia e avvenuto attraverso la modalità delle catene migratorie. (Radici a metà. Trent’anni di immigrazione romena in Italia)

Secondo gli studi, della ricercatrice sociale, Maria Rosaria Chirico, si tratta di persone adulte che per assicurare un sostentamento alle loro famiglie d’origine, alternano periodi in Romania a quelli in Italia.

Nonostante i tanti appelli da parte della società civile nei confronti della politica, la situazione è alquanto critica, poco o nulla è stato fatto per migliore lo standard d’integrazione, favorendo politiche occupazionali e alloggiative dignitose alle popolazioni nomadi d’origine rumena.

Rom in Italia: cosa significa essere integrabile?

In un quadro più generale, i rom hanno una caratteristica comune: sono un popolo nomade (non sempre), vivono in roulotte, in quartieri difficili, nelle periferie degradate. In Italia sono circa 170.000 ed il 61% degli italiani ha dichiarato che i “Rom non sono integrabili”. Cosa significa “essere integrabile”? A rispondere a questa domanda, ci ha pensato, Tahar Ben Jelloun, nel suo libro “Il razzismo spiegato a mia figlia”, a tal proposito, scrive: “Significa uniformarsi alla società, cancellare le differenze e accettare di rinunciare ai propri modi di vita, alle proprie tradizioni e ai propri costumi. Ma per integrarsi, è necessario che ci sia una volontà di farlo da entrambe le parti. Se però il 61 per cento degli italiani sostiene che i rom non siano integrabili, vuol dire che il 61 per cento degli italiani non vuole vederli integrati. Da parte loro, i rom non fanno sforzi per integrarsi perché questo non appartiene in alcun modo al loro progetto di vita”.

Paure e pregiudizi: 

La problematica è spinosa, in quanto da una parte c’è la richiesta da parte degli autoctoni nei confronti dei rom di uniformarsi ai parametri imposti dalla società italiana e di contro la lecita esigenza degli stessi di conservare la propria cultura e tradizioni. Lì dove le posizioni non si incontrano, si rischia di percorrere un percorso di diffidenza e di paura dell’Altro.

La paura nasce dall’ignoranza, si ha paura di ciò che non si conosce e proprio sulla base di questi presupposti è facile cadere in generalizzazioni. La situazione si fa grave quando i pregiudizi condizionano le interazioni sociali.

Sono numerosi i cliché persistenti sui rom: ladro, sporco, cattivo, violento, furbo, ecc.

E dai pregiudizi e dalle facili generalizzazioni la strada si fa breve verso il razzismo.

Oltre il pregiudizio

Bisogna spiegare senza pregiudizi le cose come stanno, da una parte spiegare ai rom, quali sono i limiti accettabili previsti dallo Stato di diritto per vivere in Italia, di contro è arrivato il tempo di promuovere politiche di tolleranza, avvicinando le parti in causa.

Non si tratta di amare i rom ma di rispettarli nella misura in cui rispettano la legge. Non bisogna confondere il reato del singolo rom per incriminare l’intera comunità. Se un rom ha rubato, ciò non vuol dire che tutti i rom siano dei ladri.

Qualunque reato deve essere punito per legge evitando criminalizzazioni mediatiche. Bisogna smetterla di alimentare il razzismo giocando sui sentimenti di paura. È razzista generalizzare e inquadrare tutti i rom come delinquenti e violenti.

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Francesco Sassano

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