“Semplice invito alla vita” di Elena Angheluta: dal sopravvivere al vivere davvero
Quanto della nostra vita scegliamo davvero e quanto, invece, lasciamo che siano la paura, le abitudini e le circostanze a decidere per noi?
È una delle domande che attraversano Semplice invito alla vita, il libro di Elena Angheluta, un’opera di crescita personale che nasce da un percorso autobiografico e invita il lettore a guardare alla propria esistenza da una prospettiva diversa: non come una sequenza di eventi da subire, ma come uno spazio nel quale è ancora possibile scegliere.
Il punto di partenza di Elena non è una vita ideale. Al contrario, il suo racconto passa attraverso il lavoro, i sacrifici, la famiglia, le difficoltà e quelle esperienze che, mentre le attraversiamo, raramente comprendiamo fino in fondo.
Tra queste, un posto particolare occupa la malattia del padre, che Elena chiama “il gigante”. È un passaggio che introduce nel suo percorso una consapevolezza difficile da ignorare: la vita è fragile e il tempo non è una risorsa infinita.
Da qui nasce una domanda essenziale: se non sappiamo quanto tempo abbiamo a disposizione, perché continuiamo a rimandare ciò che desideriamo veramente?
Il significato di Semplice invito alla vita
Il messaggio centrale del libro è racchiuso in una frase particolarmente significativa:
“Invece di vivere per sopravvivere, vivi per vivere.”
Elena non propone una fuga dalla realtà e nemmeno una ricerca superficiale della felicità. Il suo invito è più concreto: tornare a essere presenti nella propria vita, riconoscere le proprie paure e smettere di permettere che siano le esperienze passate a stabilire ciò che possiamo o non possiamo fare nel presente.
La crescita personale, nella prospettiva dell’autrice, passa quindi dalla responsabilità personale.
A un certo punto del libro Elena scrive:
“Ho imparato a pensare alla vita come un gioco dove ognuno di noi è il proprio giocatore e arbitro allo stesso tempo.”
La metafora è efficace perché mette al centro la persona senza negare la complessità della realtà. Non possiamo scegliere tutto ciò che ci accade, ma possiamo interrogarci sul modo in cui reagiamo agli eventi e sul significato che decidiamo di attribuire alla nostra storia.
Paura, passato e cambiamento
Uno degli aspetti più interessanti del libro riguarda il rapporto tra passato e presente.
Quante volte rinunciamo a qualcosa non perché sia realmente impossibile, ma perché un’esperienza precedente ci ha insegnato ad avere paura?
Elena lo sintetizza così:
“Pensa a tutte le volte che ti limiti o ti freni nel fare una cosa solo perché hai dato un determinato significato ad un’esperienza passata che genera in te una paura tale da impedirti di compiere un’azione.”
È un passaggio che porta il discorso oltre la semplice motivazione personale.
Il modo in cui interpretiamo ciò che ci è accaduto può infatti condizionare le relazioni, il lavoro, le decisioni e persino l’immagine che abbiamo di noi stessi.
Cambiare, allora, non significa necessariamente cancellare il passato. Può significare rileggerlo, comprendere ciò che ci ha lasciato e decidere se continuare a permettergli di determinare il nostro futuro.
La società dei consumi e la ricerca della felicità
Semplice invito alla vita contiene anche una riflessione che può essere letta in chiave sociologica.
Viviamo in una società nella quale siamo continuamente invitati a desiderare qualcosa: un oggetto, un’esperienza, un riconoscimento, una posizione sociale, un nuovo traguardo.
Il rischio è quello di cercare all’esterno una risposta a una domanda che appartiene invece alla nostra dimensione interiore.
Quanto di ciò che desideriamo ci appartiene realmente e quanto è stato costruito dalle aspettative sociali?
È una questione particolarmente interessante anche osservando i cambiamenti avvenuti negli ultimi anni. La pandemia ha portato molte persone a rimettere in discussione il proprio rapporto con il lavoro, le relazioni, il tempo libero, la casa e le proprie priorità.
In questo senso, la riflessione di Elena intercetta una domanda contemporanea: che cosa significa vivere una vita che sentiamo realmente nostra?
Non necessariamente una vita più ricca, più produttiva o più spettacolare. Semplicemente, una vita più coerente con ciò che siamo.
L’incontro con Les Brown
Nel percorso raccontato da Elena c’è anche una figura significativa: Les Brown, speaker motivazionale internazionale e suo mentor.
L’incontro con Brown rappresenta un passaggio importante nella sua evoluzione personale e professionale. La sua storia di riscatto e la capacità di trasformare le difficoltà in una spinta verso il cambiamento hanno avuto un ruolo significativo nella formazione della visione di Elena.
La presenza di Les Brown nel libro non appare quindi come un semplice riferimento al mondo della motivazione. È piuttosto parte di un percorso nel quale l’autrice incontra persone, idee ed esperienze capaci di modificare il modo in cui guarda alla propria vita.
Tra le citazioni che Elena raccoglie nel libro c’è anche quella attribuita a Mark Twain:
“Tra vent’anni non sarete delusi delle cose che avete fatto, ma da quelle che non avete fatto.”
Una frase che torna al tema centrale dell’opera: il tempo passa indipendentemente dalle nostre decisioni. La differenza sta in ciò che decidiamo di fare mentre passa.
Chi è Elena Angheluta?
Elena Angheluta è autrice, public speaker e fondatrice di SoulGuided by Elena, realtà attraverso la quale propone percorsi di coaching individuale e di gruppo rivolti a persone, professionisti e leader.
Laureata in Giurisprudenza, ha successivamente intrapreso un percorso accademico in Scienze e Tecniche Psicologiche, ampliando la propria formazione sui temi della persona, delle relazioni e dei processi di cambiamento.
Il suo approccio si fonda sull’integrazione di Mind • Heart • Spirit: mente, emozioni e dimensione interiore.
Attraverso SoulGuided by Elena sviluppa percorsi dedicati alla consapevolezza personale, al superamento dei blocchi e alla ricerca di una maggiore direzione nella vita e nel lavoro. Il suo lavoro comprende inoltre attività rivolte al mondo aziendale, con percorsi per leader e team, e iniziative a impatto sociale.
Alla base della sua filosofia c’è una convinzione precisa: evolvere non significa necessariamente diventare una versione migliore di ciò che siamo. A volte significa avere il coraggio di smettere di essere ciò che non siamo mai stati davvero.
Elena Angheluta: il coraggio di scegliere una vita autentica
Nel tuo libro parli del passaggio dalla sopravvivenza alla vita. Quando hai capito che, nella tua esperienza personale, non era più sufficiente andare avanti e che era arrivato il momento di chiederti come volevi realmente vivere?
Il momento di svolta è coinciso, purtroppo, con la morte di mio padre. È arrivata come un fulmine nella vita di tutta la mia famiglia e ha segnato l’inizio del mio risveglio.
Di fronte alla sua malattia ho compreso quanto l’essere umano sia impotente davanti alla vita e quanto sia illusoria la convinzione di poter controllare ogni cosa. Abbiamo lottato con tutte le nostre forze, rivolgendoci ai migliori specialisti. A mio padre era stato diagnosticato un tumore al quarto stadio con metastasi, ma alla fine è venuto a mancare in seguito a un ictus.
In quel momento ho compreso davvero che la vita può andarsene in un soffio. Ho iniziato a pormi domande esistenziali e a guardare con occhi diversi tutto ciò che, fino ad allora, avevo considerato importante.
Ho provato anche un profondo rimorso per non essere riuscita a vivere fino in fondo e in maniera autentica il rapporto con mio padre. Io, lui e tutta la mia famiglia eravamo assorbiti dalla frenesia quotidiana e da tante cose che sembravano urgenti, ma che oggi, davanti alla sua assenza, non hanno più alcun valore.
Darei qualsiasi cosa per ricevere ancora un suo abbraccio, per averlo accanto e potergli dire quanto lo amo, quanto lo apprezzo, quanto mi ha insegnato e quanto di lui continua a vivere dentro di me.
È stato allora che ho capito che andare avanti non significa necessariamente vivere. Vivere davvero significa essere presenti, amare quando ne abbiamo la possibilità e avere il coraggio di non rimandare ciò che conta.
La malattia di tuo padre, “il gigante”, sembra aver modificato profondamente il tuo rapporto con il tempo e con le priorità. Che cosa ti ha insegnato quella esperienza che ancora oggi accompagna Elena nella vita e nel lavoro?
Quell’esperienza mi ha insegnato, prima di tutto, ad avere il coraggio di essere autenticamente me stessa. Mi ha insegnato a non vivere nella paura, a continuare a sognare e a credere che sia sempre possibile trasformare la propria vita.
È un insegnamento che mio padre mi ha trasmesso soprattutto attraverso il suo esempio. Dopo una vita di duro lavoro, a quasi cinquant’anni lasciò la Romania, il nostro Paese d’origine, per ricominciare da zero. In Romania aveva già raggiunto una posizione stabile lavorando come poliziotto; eppure ebbe il coraggio di cambiare completamente strada e iniziare una nuova vita lavorando come camionista.
Mio padre mi ha mostrato che non è mai troppo tardi per scegliere nuovamente sé stessi. Mi ha insegnato che bisogna continuare a credere nei propri sogni e andare avanti, anche quando il prezzo da pagare è alto e i sacrifici sembrano enormi.
Questo è ciò che “il gigante” mi ha lasciato e che oggi porto con me nella vita e nel lavoro. Il suo esempio vive in ogni mia scelta, compresa quella di lasciare la sicurezza del lavoro dipendente per fondare la mia azienda e costruire una vita che mi rappresenti davvero.
Ogni volta che scelgo di non arrendermi, di ricominciare o di credere in qualcosa che ancora non esiste, sento che una parte del suo coraggio continua a vivere attraverso di me.
Parli molto di responsabilità personale, ma viviamo dentro una società che condiziona profondamente le nostre scelte. Secondo te, quanto siamo realmente liberi di scegliere la nostra vita e quanto invece siamo influenzati dalle aspettative familiari, sociali e professionali?
Questa domanda mi ha fatto sorridere, perché anch’io sono stata profondamente condizionata dagli schemi e dai paradigmi appresi nel mio nucleo familiare, come accade, in forme diverse, a tutti noi.
Nessuno cresce completamente libero dalle aspettative familiari, sociali o professionali. Ognuno sviluppa una propria visione della vita sulla base dell’educazione ricevuta, delle esperienze vissute e delle convinzioni che ha interiorizzato. Il punto, però, è imparare a riconoscere ciò che ci appartiene davvero e distinguerlo da ciò che abbiamo semplicemente ereditato.
Dobbiamo chiederci quali siano i nostri desideri autentici e quali, invece, siano le limitazioni che gli altri hanno proiettato su di noi. A volte le persone cercano di frenarci perché il nostro coraggio di guardare oltre, sognare e agire mette in luce ciò che loro non hanno ancora avuto la forza di fare. Altre volte, invece, ci giudicano semplicemente attraverso i propri schemi e i propri limiti.
Questo non significa considerarli nemici, ma comprendere che ciascuno interpreta il mondo attraverso la propria programmazione e la propria storia.
Forse non siamo completamente liberi da ciò che ci ha formati, ma diventiamo liberi nel momento in cui ne diventiamo consapevoli. La responsabilità personale comincia proprio da qui: osservare i condizionamenti ricevuti, scegliere quali lasciare andare e decidere consapevolmente quale vita vogliamo vivere. Perché questa vita è nostra e non possiamo delegare ad altri la responsabilità di viverla al posto nostro.
Nel libro affronti anche il tema del consumo e della ricerca di elementi esterni per sentirci realizzati. Perché secondo te continuiamo a cercare fuori di noi risposte che spesso dovremmo cercare dentro di noi?
Perché abbiamo progressivamente perso il contatto con la natura, con ciò che ci circonda e, di conseguenza, con noi stessi. Quando non siamo più capaci di ascoltarci, iniziamo a cercare all’esterno qualcosa che possa colmare quel vuoto: oggetti, risultati, riconoscimento, status o continue distrazioni.
Sono appassionata di storia, culture e civiltà antiche. Per quanto ho potuto approfondire questi argomenti, ho avuto spesso la sensazione che molte civiltà del passato possedessero una consapevolezza interiore e spirituale molto più sviluppata della nostra, pur non disponendo della tecnologia e delle risorse che abbiamo oggi.
Oggi siamo molto preoccupati dall’arrivo dell’intelligenza artificiale, ma continuiamo a non comprendere che siamo noi a decidere quanto potere attribuirle. La tecnologia può diventare uno strumento straordinario, ma non dovrebbe mai prendere il posto della nostra coscienza, della nostra capacità di sentire e del nostro spirito.
Le antiche civiltà non avevano paura di scendere nel proprio buio più profondo, perché sapevano che proprio lì poteva essere nascosto il tesoro più grande: la conoscenza di sé. Noi, invece, spesso evitiamo quel viaggio e cerchiamo di riempire il silenzio attraverso il consumo.
Anche volendo osservare questo tema da una prospettiva religiosa, il messaggio rimane profondamente simile: il Regno di Dio è dentro di noi. Le risposte più importanti non si acquistano e non arrivano dal rumore esterno. Emergono quando abbiamo il coraggio di fermarci, ascoltarci e tornare in contatto con la nostra parte più autentica.
Nel tuo percorso ha avuto un ruolo importante Les Brown. Che cosa ha rappresentato realmente quell’incontro per te e quale insegnamento del tuo mentor continua ancora oggi a orientare il tuo modo di affrontare la vita?
Ho iniziato il percorso con Les Brown in un periodo della mia vita particolarmente impegnativo. Lavoravo a quaranta chilometri da casa e impiegavo circa un’ora per andare al lavoro e un’altra ora per tornare. Mi svegliavo alle cinque del mattino per riuscire a timbrare alle otto e spesso rientravo a casa soltanto verso le sette e mezza di sera.
Nonostante la stanchezza, continuavo a dedicarmi alla mia crescita personale. Cercavo libri, percorsi e corsi che potessero aiutarmi a evolvere e a scoprire ciò che, un giorno, avrei potuto trasmettere agli altri. È stato così che ho incontrato Les Brown.
A causa del fuso orario con gli Stati Uniti, seguivo alcune attività del percorso alle due di notte. Anche l’investimento economico fu molto importante per me: all’epoca guadagnavo meno di 1.500 euro al mese, ma scelsi comunque di investire una somma considerevole nella mia formazione. Volevo imparare a parlare in pubblico e, dal mio punto di vista, chi avrebbe potuto insegnarmelo meglio di uno dei più grandi motivatori al mondo?
Durante quel percorso espressi il desiderio di scrivere un libro. Les Brown mi incoraggiò a parlare, a non avere paura di esprimere la mia voce e a riconoscere il valore della saggezza maturata attraverso le mie esperienze.
Quell’incontro ha rappresentato per me un’autorizzazione interiore: il permesso di non nascondermi più. Fu allora che decisi realmente di scrivere il libro e gli chiesi di accompagnarne la nascita scrivendone la prefazione.
L’insegnamento che porto ancora con me è che la nostra voce non ci è stata data per rimanere in silenzio. Quando ciò che abbiamo vissuto può illuminare il cammino di qualcun altro, trovare il coraggio di condividerlo diventa una responsabilità.
Se oggi incontrassi una persona che sente di stare semplicemente sopravvivendo, ma non riesce a trovare il coraggio di cambiare, quale domanda le rivolgeresti per aiutarla a iniziare il proprio percorso?
Questa domanda è bellissima perché racchiude una parte fondamentale della mia missione e della mia visione.
È proprio da questa consapevolezza che è nata SoulGuided by Elena, un’azienda creata per aiutare le persone a ritornare alla propria autenticità. Il mio compito non è dire loro chi devono diventare, ma accompagnarle nel lasciare cadere, strato dopo strato, tutto ciò che non appartiene veramente alla loro essenza: paure, condizionamenti, aspettative, ruoli imposti e convinzioni limitanti.
Alla persona che sente di stare soltanto sopravvivendo chiederei: “Chi saresti e quale vita sceglieresti, se non avessi più paura di deludere gli altri?”
Spesso non ci manca il coraggio di cambiare: ci manca il permesso interiore di scegliere noi stessi. Continuiamo a vivere secondo ciò che la famiglia, la società o il lavoro si aspettano da noi, fino a non riuscire più a distinguere la nostra voce dal rumore esterno.
Il percorso verso una vita autentica non consiste nell’aggiungere qualcosa, ma nel togliere. È simile allo sfogliare una cipolla: lasciamo cadere uno strato dopo l’altro, fino a ritrovare ciò che siamo sempre stati.
Il cambiamento comincia quando smettiamo di domandarci chi dovremmo essere e troviamo il coraggio di ricordare chi siamo davvero.
Guardando al futuro, quali sono i progetti ai quali stai lavorando? È vero che è in arrivo un nuovo libro? Se sì, di cosa parlerà e quando potremo trovarlo in libreria?
Guardando al futuro, che sento rivelarsi giorno dopo giorno sotto i miei stessi occhi, i progetti ai quali sto lavorando attraverso SoulGuided by Elena saranno ricchi di sorprese, anche per me. Vivo profondamente connessa al flusso della vita e non desidero costruire qualcosa soltanto per essere ricordata: la mia missione è lasciare su questa Terra un’eredità significativa, un segno profondo del fatto che Elena è passata di qui.
In questo modo sento di onorare il sacrificio dei miei genitori, ma anche il mio spirito e la mia anima, che mi hanno sempre guidata in ogni passo fino al punto in cui mi trovo oggi.
Posso anticipare che sto lavorando a un nuovo libro, del quale sto ancora definendo alcuni importanti aspetti editoriali. Sarà un’opera più incisiva rispetto alla prima, rivolta soprattutto a coloro che hanno iniziato a risvegliarsi e a comprendere che esiste molto di più dei condizionamenti sociali e del mondo che, collettivamente, abbiamo contribuito a creare. Proprio perché alcuni dettagli sono ancora in fase di definizione, preferisco non indicare oggi una data precisa di uscita.
Accanto al libro stanno prendendo forma anche progetti umanitari e realtà senza scopo di lucro. Attualmente mi sono impegnata a raccogliere oggetti e giocattoli da portare a bambini in condizioni di bisogno in Romania. Questo, però, è soltanto uno dei molti progetti che desidero realizzare.
Credo profondamente che i bambini siano il futuro e che ciascuno di noi abbia la responsabilità di contribuire alla costruzione di un mondo degno di accoglierli. Non dobbiamo lasciare loro il mondo così come lo abbiamo trovato, ma trasformarlo nel mondo che desideriamo consegnare nelle loro mani.
Un invito, più che una risposta
Forse il valore di Semplice invito alla vita sta proprio nel non pretendere di offrire una risposta universale alla domanda su come essere felici.
Elena propone piuttosto una direzione: guardare con maggiore attenzione alla propria vita, riconoscere ciò che ci limita e assumersi la responsabilità delle proprie scelte.
Perché vivere non significa avere tutto sotto controllo.
Significa anche accettare che il tempo sia limitato e decidere, nonostante le paure, di utilizzarlo per qualcosa che sentiamo davvero nostro.
Ed è forse questa la domanda che rimane al lettore dopo l’ultima pagina:
se la vita non ci garantisce quanto tempo abbiamo, che cosa scegliamo di fare del tempo che abbiamo oggi?