L’arte di trasformare la sofferenza

Tutti vogliamo essere felici e mettere da parte ogni sofferenza. L’arte della felicità è anche l’arte di soffrire bene.Una delle cose più difficili da accettare è che non esiste un mondo dove c’è solo felicità e non c’è sofferenza.

Sofferenza e felicità coesistono

Imparare a vedere che nella vita di tutti i giorni sono presenti sia la felicità sia la sofferenza significa entrare in contatto con loro così facendo andremo nella direzione di un’esistenza vissuta con consapevolezza e gioia. L’armonia degli opposti è rappresentata dal concetto orientale dello Ying e Yang, significa che non esiste giorno senza notte, entrando in questa ottica di ragionamento alla fine capiremo che sofferenza e felicità non sono due cose separate.

A tutti è capitato almeno una volta nella vita di chiedersi “Perché devo soffrire?” “Cosa ho fatto di male?”. Pensare alla vita come un percorso lineare in cui trova spazio solo la felicità è un’illusione, la strada non è mai unidirezionale, lì dove non c’è sofferenza non ci può essere felicità e viceversa. Anche la natura ci ricorda, la coesistenza degli opposti: i fiori di loto possano crescere nel fango maleodorante, mentre i fiori di loto hanno un ottimo profumo. Senza fango non può esserci nessun fiore di loto. A volte ci capita di restare bloccati nel fango della vita. Quando si è sopraffatti dalla disperazione, ovunque si guardi si vede soltanto sofferenza.Dobbiamo ricordare però che la sofferenza è una specie di fango che ci serve per generare gioia e felicità. Senza sofferenza non c’è felicità. Nel suo libro Trasformare la sofferenza , Thich Nhat Hanh, afferma “Se sai fare buon uso del fango puoi coltivare bellissimi fiori di loto. Se sai fare buon uso della sofferenza, puoi generare felicità. Abbiamo davvero bisogno di un po’ di sofferenza per rendere possibile la felicità, e la maggior parte di noi ha abbastanza sofferenza in sé e intorno a sé per poterlo fare, senza bisogno di generarne altra”.

Di che cosa è fatta la sofferenza?

Chi di noi non è mai venuto a contatto con la sofferenza del corpo: un semplice mal di testa, fame, lesioni fisiche o peggio una malattia improvvisa. Una parte di questa sofferenza è semplicemente inevitabile. Dal lato opposto c’è la sofferenza della mente, che comprende l’ansia, la gelosia, la disperazione, la paura e la rabbia. Come abbiamo ampiamente espresso, l’essere umano ha un immenso –  potenziale – che può generare comprensione, amore, compassione per l’Altro così come sentimenti di rabbia, odio, avidità.

Nonostante i nostri sforzi, una certa dose di sofferenza resterà comunque nella nostra vita. E’ questo il significato della massima buddhista La vita è sofferenza”: Il Buddha voleva dire che se sappiamo riconoscere la sofferenza, se la accogliamo e ne osserviamo a fondo le radici, saremo capaci di abbandonare le abitudini che la alimentano e possiamo trovare allo stesso tempo una via per essere felici.
La nostra esistenza comporta un  peso inevitabile: sopravvivere alle avversità terrene, soddisfare i propri bisogni essenziali, sono attività necessarie che comportano impegno e fatica.
Per questo il progetto  di chi evita il dolore  a tutti i costi è destinato a fallire.

La felicità nella Società dei consumi

All’interno della Società dei consumi ci concentriamo il più delle volte a ricercare la felicità in termini produttivi. Le nostre performance rappresentano il nostro valore di mercato. Non c’è spazio per la sofferenza la consideriamo un ostacolo sulla strada della felicità. Vivendo all’interno di una società che vive per il consumo e trasforma tutto in merce, anche la felicità è rappresentata come un bisogno acquistabile al supermercato. Le risorse finanziarie anche le più immense non bastano per essere felici. Non esiste felicità senza infelicità anche se il sistema ci induce a pensare il contrario. Il sociologo Zygmunt Bauman, è stato uno dei primi scienziati sociali ad individuare la causa principale della sofferenza all’interno della società di consumi che sta nell’incapacità di gestire il dolore interiore, che cerchiamo di narcotizzare con ogni tipo di consumo. L’uomo all’interno delle società capitalistiche è condannato all’insoddisfazione in quanto la ricerca ossessiva e compulsiva di beni di consumo non mitiga la sua sofferenza interiore.  Il sistema ci richiede un continuo aggiornamento della nostra identità, nuove nascite e nuovi inizi, Iosif Brodskij, poeta e filosofo russo-americano, a tal proposito scrive: “Sarete ormai stufi del lavoro che fate, sposi, amanti, di quello che vedete dalla finestra, della mobilia o della tappezzeria della vostra stanza, dei vostri pensieri, di voi stessi. Cercherete quindi di escogitare delle vie di fuga”.

Come affrontare la sofferenza emotiva?

Sono tante le persone che provano un enorme sofferenza emotiva ed il più delle volte non riescono a gestirla. Essere infelici di noi stessi intorbidisce le relazioni sociali, possiamo risultare intolleranti e rabbiosi, stanchi e angosciati, nostalgici del passato. Le forme di sofferenza interiore sono illimitate.ll modo peggiore per trascinare il dolore è negarlo, solo quando comprendiamo che non c’è dolore senza piacere impariamo a godere dei momenti di piacevolezza accentando gli aspetti più spiacevoli della vita. Soffrire bene è un’arte ed è il miglior modo per convivere con la nostra sofferenza.  Essere consapevoli e riconoscere la sofferenza in questo mondo, vivere nel presente, nel qui ed ora, sapere cosa ci sta succedendo significa essere in uno stato di presenza mentale. Thich Nhat Hanh, a tal proposito dice “Se sappiamo curarci della nostra sofferenza, non soltanto soffriremo molto meno ma potremo generare più felicità attorno a noi e nel mondo”.

Riconoscere la sofferenza

Nulla può sopravvivere senza un nostro nutrimento, e ciò vale sia per sia per esistenza fisica ed anche per gli stati mentali. L’amore deve essere coltivato altrimenti rischia di affievolirsi e di spegnersi, così come la sofferenza emotiva, sopravvive perché siamo noi in prima persona a consentire ed alimentare il nostro malessere. Ritengo a tal proposito interessante proporre la metafora del – tornare a casa –  ossia ricercare interiormente le energie utili ad affrontare il presente, mettendo da parte il passato e accantonando le preoccupazioni per il futuro, nell’atto di consapevolezza estraiamo il nostro dolore, lo rendiamo nostro, lo accettiamo. Scappare da noi stessi, attraverso i consumi oppure tramite lo stordimento social può generare più rabbia ed invidia. Non funziona. La sofferenza richiede conoscenza e consapevolezza. Ecco perché la prima pratica è quella di fermarci ed ascoltare il nostro corpo, il dolore è un’energia, la presenza mentale è un’energia che corre in soccorso ad abbracciare la prima.

La pratica della respirazione consapevole, ci fornisce la possibilità di fermarci e riconoscere la sofferenza ed abbracciarla come un fratello maggiore saluta un fratello minore. In questo modo non lasciamo che la sofferenza prenda il sopravvento della nostra mente. La presenza mentale ci aiuta a riconoscere e abbracciare il dolore senza giudicarlo.

Tuttavia riconoscere la sofferenza e abbracciarla da soli non è cosa facile quando gli stati di infelicità sono complessi è sempre meglio chiedere un aiuto ad un amico, un fratello o psicoterapeuta. Che tu sia solo o in compagnia, analizzare le radici della sofferenza è possibile, ricorda pure che con l’osservazione profonda è possibile trasformare la sofferenza e ritrovare le energie per tornare a casa.

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Francesco Sassano

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