“Sport. Storia di un inganno. Panem et circenses al giorno d’oggi” di Klaus von Lorenz
“Sport. Storia di un inganno. Panem et circenses al giorno d’oggi” di Klaus von Lorenz è un’opera provocatoria e riflessiva che invita il lettore a interrogarsi sul significato profondo della parola “sport”. L’autore inizia ponendo una semplice ma cruciale domanda: cosa intendiamo realmente con questo termine? È un’attività fisica o un’espressione di agonismo? Questa distinzione si rivela fondamentale per comprendere le dinamiche sociali e culturali legate al fenomeno sportivo.
Von Lorenz esplora come lo sport rappresenti uno dei principali momenti di condivisione sociale e appartenenza. In un mondo sempre più individualista, l’agonismo diventa un veicolo per costruire una solida psiche di massa, in cui l’agonismo si intreccia con la bellicosità. L’autore evidenzia come l’idea di vincere, spesso associata all’annientamento dell’avversario, rispecchi un sistema tipico della psicologia militare: il rispetto delle regole e la promozione del senso di appartenenza.
In questo contesto, il concetto di “sport” si trasforma in un concentrato di nazionalismo, dove le identità nazionali si fondono con il successo sportivo. Le ripercussioni sociali di questo fenomeno sono significative: il traguardo agonistico, anziché essere un obiettivo condiviso, diventa un mezzo per perpetuare il carrierismo, formando individui che apprendono a “prendere” piuttosto che a “tramandare”.
Von Lorenz non si limita a descrivere un’evoluzione da pedagogia a indottrinamento; denuncia come l’esibizione altruista si sia trasformata in uno sfarzo personale, enfatizzando il dualismo tra “noi” e “l’altro”, il “diverso”. L’invenzione del nemico diventa un elemento cruciale in questo panorama, con la sportività che si trasforma in un’induzione alla guerra, dove la competizione lascia spazio a una logica di conflitto.
In sintesi, il libro di Klaus von Lorenz offre una critica incisiva e ben argomentata dello sport moderno, invitando a riflettere su come esso possa essere un inganno mascherato da celebrazione e unità. Una lettura fondamentale per chi desidera comprendere la complessità socioculturale del fenomeno sportivo contemporaneo.
Intervista, a Klaus von Lorenz
1. Nel tuo libro, sostieni che l’essere umano non è aggressivo per natura. Quali evidenze scientifiche o sociologiche supportano questa affermazione e come si collegano all’agonismo sportivo?
L’essere umano è l’unico essere vivente che, all’infuori della natura, convive e gestisce quel fenomeno denominato cultura. Elemento che, tramite l’invenzione dell’intelligenza, lo ha portato a contegni collegati con la creazione del possesso e della connessa identità: io so / io so che tu sai / io so che tu sai che io so. Germoglia il non naturale concetto del possesso formando avidità – avarizia – superbia – vanagloria e, per conseguenza, nasce la formazione e l’imposizione dell’identità. Da questa scaturisce la violenza! Fenomeno culturale che, non essendo naturale, va insegnato!
Non esiste alcun essere vivente violento. Se osserviamo gli animali carnivori, questi appaiono violenti quando essi predano però, nel loro ambiente essi non sono violenti. Idem per l’essere umano. Prendiamo un gruppo di pargoli ancora poco acculturati e pieni di reazioni istintive e facciamoli giocare con puzzle: ci accorgeremo che essi si scambiano le figure in modo spontaneo collaborando senza violenza. Ulteriore esempio. Una scolaresca di giovani va a visitare una fabbrica di pasticcini. Alla fine vengono distribuiti biscotti e, detti studenti, se li scambiano fra di loro. Una domanda: come mai gli insegnanti non portano gli studenti a visitare i macelli? . . . chiaro, istintivamente detti insegnanti sanno di uscire completamente da una qualsiasi forma di naturalità ovvero, di avvicinare i fanciulli a fenomeni violenti che sono completamente innaturali.
Inoltre, basti osservare i popoli naturali i quali, ignudi del concetto di possesso non conoscono le forme bellicose del cultural – materialistico uomo occidentale.
Pertanto, qui non si tratta di accennare a evidenze scientifiche bensì, di smantellare le ben inventate menzogne. Fandonie istituite assieme all’invenzione degli stati nei quali, onde ottenere un senso di appartenenza fra le diversissime culture, si inventò le mai esistite musiche popolari, i vestiti etnici e, guarda caso, lo “sport” nazionale! Non per niente il Vaticano si oppose subito a detta induzione alla violenza vietando detto contegno ma poi, osservando l’agglomeramento di persone, cambiò idea e istituì il CSI!
2. Come definiresti il concetto di “agonismo” in relazione alla cultura sportiva odierna? Credi che esso possa essere reinterpretato in modi che promuovano la cooperazione anziché la competizione?
Sport e agonismo sono due concetti completamente differenti. Lo sport è linguaggio e dialogo corporeo con la finalità di promuovere crescita personale da porre a disposizione dell’altrui persona. L’agonismo è un fenomeno che viene utilizzato in diversissimi settori come commercio, produzione, concorsi, politica e, fra l’altro, anche con lo sport. Elemento nel quale la crescita personale non viene indirizzata all’altrui sostegno bensì, tramite la vittoria, all’altrui sottomissione. Produzione e accentuazione di identità artificiale.
Breve considerazione su un ben propagato controsenso: il CONI afferma che l’atto motorio, come per esempio correre o nuotare, senza agonismo non può denominarsi sport bensì “attività fisica”. Allora, stando a detta affermazione, suonare uno strumento in gruppo non è musica bensì “attività sonora”. Pertanto, il concetto di musica può esistere solamente se ci si presenta ad un concorso pubblico!
Ma, non solo. Analizziamo il concetto della parola “definizione”. Essa proviene dall’espressione “de – finalitatis” che puntualizza la provenienza della finalità dell’atto in questione. Pertanto, nel caso dell’agonismo, la definizione “agonismo” consiste nella ricerca di vittoria “tramite lo sport”. Pertanto, lo sport è il mezzo e non il fine. Di conseguenza, l’agonismo non può definirsi con il nome sport!
Ma non solo, una qualsiasi forma di analisi su detto tema, può realizzarsi solamente su base logica e sulla differenziazione fra i due concetti di sport e agonismo.
L’educazione a cooperazione può evolversi solamente e unicamente tramite l’abolizione dei seguenti parametri: squadra / uniforme / capitano / attaccanti / difensori / misurazioni / sconfitta / vittoria / inno nazionale / medaglie / pubblico / politici / produzione di identità / parallelismi bellici . . . ecc.
3. Klaus, nel tuo saggio menzioni che lo sport, purtroppo, insegna a produrre sconfitti. In che modo pensi che le strutture educative e sportive possano essere riformate per minimizzare questo effetto?
Lo sport non insegna a produrre sconfitti bensì l’agonismo che, tramite gioco, viene recepito nel subconscio molto velocemente e intensamente. Una sinapsi viene prodotta dopo 400 ripetizioni però, se queste vengono eseguite con il gioco, ne bastano 20 ! . . . si vedano le giocose pedagogie linguistiche senza grammatica, la vivace pedagogia musicale Karl Orff senza solfeggi, ecc. ecc.
Pertanto, le strutture educative devono rifarsi a quel concetto di sport che, all’inizio del 20° secolo venne introdotto da quei personaggi che, girando il mondo, hanno appreso dai popoli naturali detto contegno. Pensiamo ai fratelli Jahn, a George Hebert et altera i quali introdussero attività sportive onde bilanciare la situazione corporea di quei pargoli che, a quei tempi, venivano sfruttati tramite lunghissimi turni lavorativi nel nascente settore industriale. Infatti, le attività sportive consistevano nell’imparare a superare se stessi tramite corsa, arrampicata, spostamento rasoterra e nuoto. Il tutto senza misurazioni agonistiche.
Però, data la grande partecipazione, gli stati si inserirono in detto contegno inducendo i partecipanti, sia attivi che passivi, alla ricerca di identità derivante da appartenenza.
4. La costruzione di stadi rispetto agli ospedali è un fenomeno comune. Qual è il tuo punto di vista sulla priorità che la società assegna allo sport rispetto alla salute pubblica?
Identità: non essere, apparire! La società non assegna priorità allo sport, bensì all’agonismo. Il giornale più venduto è “La Gazzetta dello Sport” nel quale non c’è alcun articolo sullo sport bensì solamente informazioni belliche: L’Italia a vinto / La bomba è il Chievo / Leontio sul piede di guerra / Schuhmacher cannibale / Aggredire il Bari per batterlo / I boemi hanno liquidato l’Austria . . ecc. ecc.
5. In che modo il tuo libro affronta il tema della pressione sociale sugli adolescenti per “inventare il nemico” e competere? Quali effetti a lungo termine questo può avere sulla loro psiche?
Con il fabbisogno di rendere uniforme la “percezione nazionale” si inventa la “musica popolare”, i propri artisti antecedenti e tutte quelle forme culturali che si distinguono da quelle di altri stati. Con l’agonismo si introduce, in modo subliminale, quello stato latente di differenza fra “noi e l’altro” che, in caso di fabbisogno istituzionale, viene utilizzato per indurre le persone al pensiero contrapposto all’altro popolo. Preparazione al fronte ben riscontrabile nei “giocatori”, nei tifosi e nel pubblico.
Gli effetti a lungo termine sugli adolescenti consistono nel convincere, persuadere e indurre !
Infatti, il linguaggio agonistico rievoca esattamente il contegno bellico: milita nella squadra – uniforme – capitano – attaccanti – difensori – sconfitta – vittoria – medaglie – inno nazionale – bandiera – orgoglio – NOI …. ecc. Ma, anche le partenze agonistiche riecheggiano detto ambiente: “sui posti – pronti – via” proviene da “puntare – mirare – fuoco” e dall’incitamento all’assalto dalla trincea. Inoltre, nel subconscio viene inavvertitamente ben assimilato quel pensiero bellico che, nell’agonismo sportivo, è di casa:
- L’atleta milita nella squadra agli ordini di un capitano
- Va sul piede di guerra e combatte da cannibale
- Assalta come un mostro, fa stragi e devasta i rivali
- Demolisce il nemico e domina sugli avversari
- Espugna e ottiene la vittoria
- Diventa un dominatore, un ottimo bomber
ecc. ecc.
6. Considerando il ruolo di educatori e genitori, quali strategie ti sentiresti di suggerire per incoraggiare una visione più sana e inclusiva dello sport tra i giovani?
Insegnare sport ovvero, portare i giovani ad osservare se stessi. Ogni persona è differente così come lo sono gli strumenti musicali che, anche dello stesso tipo, emettono suoni diversi. Una forma che va mantenuta, curata, e goduta tramite attività sportive. Il tutto senza misurazioni bensì tramite applicazioni al proprio percepire e al proprio essere. Correre, nuotare, giocare, arrampicarsi, da soli, in gruppo, ecc. Per non parlare poi dell’insegnamento a superare ostacoli come le basse temperature, le piogge, le distanze e quant’altro. Il tutto supportato dal pensiero di poter porre la propria abilità a disposizione di chi potrebbe aver bisogno. Esattamente quello che osserviamo nell’allenamento presso i giovani dei popoli naturali.
Inoltre, analogamente ai popoli oltre Alpe, sarebbe importante inserire il nuoto quale sport obbligatorio perché esso è l’unico che può denominarsi “sport salvavita”. Attività che, in Italia, viene insegnata esclusivamente in modo agonistico.
PS: andare in acqua dopo mangiato non è pericoloso. Il mammifero umano possiede un regolamento termico e non si raffredda. Lo dice la biologia e sappiamo che detta affermazione proviene dall’antica “Medicina dei 4 Elementi e dei 4 Umori” ( ca. 500 ac. > ca. 1800 ) quale preparazione “bagno terapeutico”. Il CONI non può non saperlo però lo afferma questo controsenso pubblicamente nelle indicazioni delle piscine. In tal modo, se qualcuno annega, si da la colpa alla persona e non al CONI che, nei suoi corsi, non insegna il nuoto bensì solamente accanimento agonistico in piscina! Infatti, in Italia il 99,99 % delle persone non sa nuotare ! . . la Pellegrini ha paura delle acque libere, ecc.. ecc.. !
7. Credi che la cultura sportiva attuale possa cambiare per riflettere valori più positivi? Quali passi concreti suggeriresti per promuovere una mentalità basata su valori come il rispetto e la solidarietà?
Non esiste una cultura “sportiva” bensì una cultura agonistica indirizzata esclusivamente all’egocentrico insegnamento al fanatismo ovvero, quella forza di volontà di cui sono capaci solamente i deboli: invece di crescere, abbassare l’altro!
Possiamo cambiare eliminando le misurazioni e, con esse, il paragone con l’altrui persona. Analogamente ad uno strumento musicale, l’espressione corporea d’ogni singolo individuo è diversa e non va paragonata, bensì congiunta con l’altrui attività.
8. Nel contesto della tua analisi, come vedi il ruolo dei media nello sport e nella creazione di una psiche di massa? Qual è l’impatto del sensazionalismo sulle percezioni delle vittorie e delle sconfitte?
I media cosiddetti “sportivi” sono l’attrezzo ben programmato da parte dei psicologi che stanno alle spalle dei politici. Questi dettano i testi da leggere in pubblico e indicano cosa e come procedere per indurre il popolo all’entusiasmo di massa. Non per niente Goebbels, l’inventore della fiaccola olimpica affermava: “…il popolo non vuole la guerra, il problema è, come convincerlo e portarlo al fronte!”…non per niente nacque l’olimpiade del 1936!
Rendiamoci conto, appena ci avviciniamo ad una qualsiasi città, salta all’occhio la cattedrale e lo stadio! Edifici nei quali il pubblico si fa trascinare nello stesso modo. Inoltre, leggendo un qualsiasi periodico che porta il titolo di sport, non troviamo alcun articolo su detta tematica, bensì solamente sul percorso bellico delle menzionate competizioni. Fenomeni che si riflettono e si inseriscono molto bene nel subconscio delle persone le quali, indotti dalle informazioni statali, saranno già pronti ad andare al fronte. Il tutto, con quella subliminale edificazione di identità, sia da parte dell’agonista che dello spettatore.
9. La competitività è spesso considerata una virtù. Quali alternative proponi per un approccio che valorizzi il miglioramento personale e il lavoro di squadra senza la necessità di un avversario?
La competitività è una virtù la quale va indirizzata all’abbattimento di ostacoli personali negativi ovvero, al supporto d’una crescita personale e non all’altrui sottomissione. . . e non fare all’altro ! Pertanto, esporre l’altrui sottomissione come atto positivo è pura ipocrisia. Pertanto, un vero lavoro di squadra consiste solamente e unicamente nella collaborazione intenta all’altrui supporto ovvero, eliminando la ricerca di identità tramite l’esibizione al pubblico e abolendo le misurazioni.
Un semplicissimo esempio: il primo gruppo ufficiale di “Traversatori dello Stretto di Messina” da me progettato si allenava un giorno per due ore in piscina e un giorno per due ore di corsa. L’allenamento in piscina veniva scelto dal nuotatore secondo l’umore del momento in base ai diversi programmi scritti con note musicali. La corsa veniva effettuata scalzi onde rafforzare la resistenza e, senza misurazione, si intratteneva parlando. In tal modo si riuscì a portare i battiti cardiaci sotto i 50 / min. Il tutto, col senso di piacevole collaborazione!
10. Infine, cosa speri di ottenere con la diffusione del tuo libro? Qual è il messaggio principale che desideri che i lettori comprendano riguardo alla relazione tra sport, società e individualità?
Il libro va letto lentamente e non superficialmente perché ogni passo è scientificamente elaborato e convalidato. L’indirizzo del libro consiste nell’aiutare le persone ad aprire lo sguardo sul pilotaggio da parte di chi gestisce quella violenza che, inserita in bellicosità, viene ri-battezzata eroismo. Ma non solo. Il tema va sottoposto al settore dei psicologi i quali, non volendo andare contro corrente, non muovono un dito su tal tematica. Esiste il gruppo di “Psicologi dello Sport” nel quale, con belle parole, si insegna violenza. Quando questi professionisti si esprimono pubblicamente riguardo il bullismo et simila, essi evitano di accennare all’agonismo nel quale, proprio tramite il camuffato insegnamento, il bullismo viene altamente supportato. L’esempio viene dall’adulto e non viceversa. Infatti, non esiste quel bambino che porta al nonno il fiasco di vino e lo invita a bere perché “…un bicchiere fa bene” ! Il lettore deve comprendere l’incongruenza fra le frasi pronunciate domenica mattina in chiesa e quelle contrarie pronunciate, assieme ai suoi pargoli, domenica pomeriggio allo stadio.
