“Stanze.Transizione dell’esistenza” di Martina Di Pardo
Oggi fare poesia può sembrare una sfida. In un mondo che corre veloce, fermarsi a osservare se stessi e gli altri attraverso le parole richiede attenzione e sensibilità. Martina Di Pardo, giovane poetessa molisana, affronta questa sfida con “Stanze.Transizione dell’esistenza”, una raccolta che invita il lettore a esplorare le pieghe più intime dell’anima.
Ogni poesia è una stanza da scoprire, un piccolo universo in cui si intrecciano luce e ombra, desiderio e mancanza, coraggio e accettazione di sé. Possiamo pensare idealmente a un tratto della poetica di Alda Merini: come lei, Di Pardo si confronta con temi universali come destino, scelte e libertà, ma mentre Merini spesso li esprime con toni intensi e visionari, la scrittura di Di Pardo è delicata, riflessiva e meditativa, invitando a osservare se stessi con gentilezza e profondità.
“Stanze” diventa così un percorso di introspezione e consapevolezza, una scrittura limpida e intensa che racconta memoria, rinascita e la fragile bellezza della vita, celebrando l’autenticità e la libertà interiore senza perdere leggerezza emotiva.
Stanza I: Destino
Nella poesia Farfalle Martina Di Pardo scrive:
«Siamo i nostri peggiori amici. Siamo i nostri migliori nemici. Giudici del nostro cammino. Eternamente insoddisfatti.»
Questi versi colpiscono per la loro intensità, come un grido silenzioso di chi cerca di dare senso al proprio cammino in un tempo incerto. Raccontano la fatica e la bellezza dell’essere umani, la tensione continua tra ciò che siamo e ciò che vorremmo diventare. Essere “giudici del nostro cammino” significa vivere e osservarsi, imparando a convivere con la propria vulnerabilità.
Allo stesso tempo, in Uomo, Martina scrive:
«Belli e brutti. Buoni e cattivi. La diversità è la nostra universalità.»
Qui il destino non è più solo interiore: la consapevolezza della pluralità e della diversità trasforma il percorso personale in un cammino condiviso, dove riconoscere l’altro diventa parte della propria esperienza di vita.
Infine, in Legami, il verso:
«Bimba, sei tu l’artefice e la cercatrice di questa tua culla, di queste vibranti particelle cosmiche»
porta il tema del destino a una dimensione di responsabilità e creazione. Martina ci ricorda che non siamo semplici spettatori: siamo chiamati a plasmare la nostra vita, a cercare e costruire il nostro spazio nel mondo.
Questa idea, che richiama l’antico concetto di Homo faber fortunae suae – “l’uomo è artefice della propria sorte” – diventa poetica e luminosa: scegliere e modellare il proprio destino è un atto di coraggio, consapevolezza e poesia.
Stanza II: Scelte
In Attraversa il dolore Martina scrive:
«Non so che fare. Ho paura di sbagliare.»
Questi versi esprimono un’inquietudine comune a molti: la paura di scegliere, di sbagliare, di assumersi la responsabilità delle proprie decisioni in un mondo complesso e mutevole. Il dubbio, però, non è solo paralisi — è anche la soglia di ogni crescita.
Martina non si ferma all’incertezza, ma la trasforma in energia, concludendo:
«Voglio imparare.»
Qui si rivela la sua forza: la capacità di trasformare la paura in curiosità, l’errore in occasione di conoscenza.
In Giardino, la poetessa porta questa riflessione su un piano intimo e simbolico:
«Sono stanca di raccogliere le foglie che appassiscono.»
C’è consapevolezza in queste parole: il desiderio di scegliere cosa coltivare, di prendersi cura di ciò che merita attenzione. Decidere quali “piante” annaffiare e vederle crescere diventa un gesto poetico e concreto, un atto d’amore verso se stessi e verso la vita.
La Stanza delle Scelte ci parla dunque del coraggio di decidere, della capacità di trasformare il timore in motivazione e della forza di orientare la propria vita verso ciò che conta davvero. È una lezione di equilibrio e fiducia, che appartiene a ogni età.
Stanza III: Libertà
Nella poesia Labirinto, tra le più introspettive della raccolta, Martina Di Pardo scrive:
«Vorrei conoscermi ogni tanto. Essere. Trovarmi. Diventare.»
Sono parole che raccontano la ricerca di sé, il desiderio di comprendersi e di riconoscere la propria identità autentica. Un viaggio interiore che appartiene a tutti, e che non ha mai una fine definitiva.
Come spesso accade nella poesia di Martina, la riflessione non si chiude nel dubbio, ma si apre alla luce. Il verso finale è una dichiarazione di vita:
«Voglio vibrare. Lo sto facendo. Ogni secondo. Sono vita. Libera.»
La libertà, qui, non è un concetto astratto, ma un’esperienza concreta: la consapevolezza di vivere pienamente, di accettarsi, di essere presenti nel proprio tempo.
Questo tema richiama idealmente la poesia di Alda Merini, che nei suoi versi ha spesso esplorato la possibilità di liberarsi dalle costrizioni interiori per ritrovare se stessi. Come Merini, anche Martina ci mostra che la libertà nasce dalla conoscenza di sé e dall’accoglienza delle proprie fragilità.
Con questa terza stanza, Stanze si chiude in armonia: Destino, Scelte e Libertà diventano le coordinate di un viaggio interiore che accompagna il lettore attraverso introspezione, consapevolezza e la forza positiva di abbracciare la propria vita con autenticità e coraggio.
Martina Di Pardo ci racconta la sua poesia
Per comprendere meglio il percorso poetico e umano che attraversa Stanze.Transizione dell’esistenza, abbiamo dialogato con l’autrice sul significato di scrivere oggi, sulla genesi del suo nuovo libro e sulla dimensione universale della sua parola poetica.
La poesia, oggi, sembra un linguaggio controcorrente. Cosa significa per te “essere poetessa” in un tempo così frenetico e digitale?
La poesia, per me, è sempre stato un linguaggio controcorrente. Lo è da sempre. Il poeta come tantissime altre personalità che decidono e hanno deciso di far essere e di far diventare la propria vita arte si sono sentiti, sempre, in controcorrente. Diversi, esclusi, ai margini, non compresi, ma estremamente consapevoli, follemente sensibili. Ecco, se penso alla risposta da dare a questa tua domanda, io penso alla sensibilità che rende unica, indistruttibile, capace, abile, incantevole la poesia e il suo linguaggio, il linguaggio dell’arte. “Essere poetessa” in un tempo così frenetico e così digitale come quello di oggi o che corre velocemente come quello di ieri è essere me stessa, libera, ritrovare e trovare il mio posto nel mondo ed osservare e accogliere la sensibilità della vita, quelle delle storie che ci circondano e quella della mia essenza. Non praticare indifferenza.
In Stanze. Transizione dell’esistenza la parola diventa luogo di passaggio, di ascolto e trasformazione. Come è nata questa raccolta e quale “transizione” ti ha attraversata durante la sua scrittura?
Stanze è nata in un periodo complesso della mia vita in cui mi sentivo vuota e non sapevo quale fosse la strada giusta da intraprendere per il mio futuro professionale. La realtà è che non ci sono mai strade giuste, ci sono scelte, destini, libertà e fortuna, casi. La stesura strutturale e formale del libro mi ha aiutata a fare una piccola pace con il mio turbinio interno, con le mie tante domande e i mille dubbi che viaggiavano nei miei pensieri. La transizione indica il passaggio, il cambiamento, la trasformazione come costanti dell’esistenza. Dobbiamo necessariamente attraversare la metamorfosi, liberarci degli abiti vecchi, oltrepassare i nostri limiti e i nostri confini per raggiungere il nuovo o ritrovare ciò che abbiamo passato in una veste inedita. La vita stessa ce lo impone. La transizione, anzi, io direi le transizioni che hanno accompagnato la mia scrittura sono state l’indecisione, la paura e infine è arrivato il coraggio.
Destino, scelte, libertà: tre parole cardine del tuo libro. In che modo queste dimensioni dialogano tra loro nella tua poesia, e quanto del tuo vissuto quotidiano è presente nei versi?
Destino, scelte, libertà sono le tre sezioni poetiche che caratterizzano Stanze. Attraverso il racconto personale, umano, autobiografico di queste tre dimensioni, il libro invita il lettore a riflettere sul senso totale, globale, esistenziale e filosofico dell’uomo e del suo cammino. Nella mia poesia, come anche nella vita, queste tre dimensioni dialogano in maniera opposta o reciproca perché noi siamo sia figli e genitori del nostro destino, delle nostre scelte e della nostra libertà e allo stesso tempo non lo siamo, siamo un qualcosa di più grande, o forse di più misero, o siamo figli e genitori di cose sovraumane che non possiamo toccare ma solo immaginare o qualche volta provare o sentire. Sono dimensioni che si scontrano, che si rincontrano, che possono viaggiare parallelamente, che possono trovarsi, ritrovarsi, chiamarsi e richiamarsi, incastrarsi, incatenarsi, intersecarsi. La mia poesia è la mia vita, tanto o tutto del mio vissuto quotidiano è presente in essa, questo sentire fortemente la mia vita mi spinge a raccontarla. La vita è l’ingrediente fondamentale per capire il tessuto connettivo di un verso ma, in egual modo, in egual misura, la poesia è di chi la legge, è di chi la fa sua, seppur scritta da altri. È il tempo della parola, la sua magia, il suo arrivo al cuore che rende la poesia universale, di tutti.
Nella tua voce poetica si avverte una forte tensione tra introspezione e apertura al mondo. Ci sono autori, incontri o esperienze che hanno contribuito a costruire questa sensibilità?
Tutti i poeti fanno scuola dei maestri, dei vecchi poeti, di coloro che hanno reso grande la storia della poesia. Io sono una “piccolissima” e giovane autrice ma i miei versi non sarebbero stati gli stessi se non avessi affrontato, con amore e riconoscenza, la meravigliosa poesia che ho studiato e che ho incontrato. Il fascino di autori come Leopardi è qualcosa che abbraccia il respiro e accarezza la voce. Più che incontri o esperienze che sicuramente mi hanno formata anche nel vivere e nel fare mia questa biunivocità di introspezione e apertura al mondo, il terreno fertile è un po’ la visione che contraddistingue il mio sentire. Ho sempre pensato che tutto ciò che facesse parte del mondo fosse protagonista dello stesso, noi anime pensanti siamo in stretta relazione e connessione con una sedia che ci parla, un tavolo che ci guarda, la luna che ci illumina. Tutto è un continuo divenire ed essere, tutto è divenire ed essere. La teoria scientifica degli atomi, delle cellule, delle molecole che compongono la sostanza mi affascina molto e nella mia poesia c’è un forte riscontro di questo.
Guardando al futuro, cosa immagini per il tuo percorso artistico e umano? Ti piacerebbe che la tua poesia dialogasse con altre forme d’arte — come la musica, il teatro o la fotografia?
Beh, uno dei grandi sogni del cassetto è arrivare alla stesura del “famoso” romanzo ma se penso al domani, penso che il mio domani debba essere sempre poesia, sempre ricerca di cose sensibili, sempre sguardi attenti, insomma, non abbandonare mai questa mia grande passione! Mi piacerebbe moltissimo che la mia poesia dialogasse con altre forme d’arte. Mi piacerebbe collaborare con diversa personalità che praticano altro o riuscire far mio il teatro che suggerisce e intensifica le emozioni dei versi e di tutto ciò che si scrive.
