“Triade” di Giovanna Rodda
“Triade” di Giovanna Rodda si erge come un’opera pionieristica nel panorama letterario degli anni Ottanta, esplorando le complessità dell’amore poliamoroso in un contesto sociale che, all’epoca, non era ancora pronto ad affrontare tali dinamiche relazionali. La protagonista, Iris, vive un’esperienza amorosa che sfida le convenzioni tradizionali, abbracciando due amanti che rappresentano due aspetti opposti ma complementari della sua esistenza. Ginko, il primo amante, incarna saggezza e stabilità, mentre Kefir, il secondo, incarna spensieratezza e ribellione. Questa dualità non solo arricchisce l’esperienza di Iris, ma pone interrogativi profondi sulla natura dell’amore e della libertà.
Sociologicamente, l’opera stimola una riflessione critica su come le relazioni romantiche siano influenzate dal contesto culturale e sociale. Rodda, scrivendo in un periodo di transizione, anticipa il crescente riconoscimento delle relazioni non monogame e poliamorose, offrendo uno sguardo audace su una realtà che oggi è sempre più discussa e accettata. La narrazione di Iris mette in evidenza la lotta per mantenere la propria individualità e libertà all’interno di relazioni che tradizionalmente tendono a confinare i partner in ruoli prestabiliti.
La scrittura di Rodda si fa portavoce di una generazione di donne che si sono sentite svuotate dai loro ruoli di “complementi” nelle relazioni, invitando alla riflessione su cosa significhi veramente amare. Le domande sollevate sull’amore come atto di libertà e la sua potenziale trasformazione in possesso sono centrali nel dibattito contemporaneo sulle relazioni. La sfida di preservare uno spazio di intimità in un mondo di iperstimolazione è una questione cruciale che “Triade” affronta con sensibilità e profondità.
In un’epoca in cui le relazioni temporanee e le interazioni casuali sono sempre più comuni, l’opera di Rodda ci invita a riflettere su cosa significhi davvero “stare bene” in una relazione, sollecitando i lettori a esplorare le loro preferenze e i loro desideri. La narrativa si trasforma così in un invito a interrogarsi su come costruire legami autentici e soddisfacenti.
Intervista esclusiva con Giovanna Rodda
Qual’è stata la principale ispirazione che ti ha spinto a scrivere “Triade”, considerando il contesto sociale degli anni Ottanta?
“Triade” è la storia di una donna e di due uomini.
Due uomini che lei ama in maniera diversa, ma con uguale passione e intensità.
Già questo elemento rende la loro vicenda diversa dal solito schema del “triangolo”, in cui un elemento, solitamente il marito, il fidanzato (o la moglie, la fidanzata) viene messo/a in ombra dal nuovo amore, che si rivela più intenso e più carico di attrattive e di seduzioni. Alla fine, in tali vicende si rende necessaria una scelta, che molto spesso può avere un carattere “punitivo”, in quanto il/la protagonista deve rinunciare ad uno dei componenti del “triangolo”. O magari ne viene privato/a per cause di forza maggiore, come addirittura la morte.
Negli anni Ottanta la coppia, almeno qui in Italia, era normalmente una coppia chiusa, non vi era ancora l’idea un coinvolgimento aperto in un’altra relazione, anche se ovviamente molte erano le relazioni clandestine.
Con questo romanzo ho voluto narrare una storia diversa, che non voglio però anticipare, in quanto ovviamente questo sarebbe uno “spoiler”.
Chi è Iris? Ci puoi descrivere la protagonista del tuo romanzo?
Iris è innanzitutto una donna indipendente. Vive da sola e si mantiene scrivendo articoli per varie riviste. Ma è anche una donna passionale, una donna che crede nell’amore, e soprattutto nell’amore che è conoscenza reciproca, complicità e scoperta dell’altro attraverso i sentimenti, i sensi, la condivisione. Vi è un sottile, ma indubbio equilibrio tra la sua indipendenza e il suo donarsi ai suoi amanti – i quali, a loro volta, anche se molto diversi tra loro, sono due uomini non proprio convenzionali, nemmeno ai giorni nostri.
In che modo hai sviluppato i personaggi di Ginko e Kefir per rappresentare le due anime contrastanti di Iris, e quali sfide hai affrontato nel farlo?
Innanzitutto mi piace come hai definito i due personaggi maschili. Essi possono essere visti anche in chiave simbolica proprio come le due anime di Iris: entrambi danno linfa vitale alle sue diverse aspirazioni e ad un suo diverso sentire.
Ginko incarna il saggio, il maestro esoterico, l’iniziatore di una Iris allora giovane e inesperta. Kefir invece è l’incarnazione della sensualità primitiva, spontanea, innocente, e rappresenta il potente desiderio di vita e di libertà della protagonista. Nel romanzo c’è un continuo dialogo interiore, ma anche reciproco, ovviamente, dei tre personaggi principali. Dialogo che a volte è una vera e propria lotta interna, una battaglia tra la loro interiorità e la realtà del mondo esterno, che li forzerebbe necessariamente ad una rinuncia. Questo dialogo è tormentato soprattutto per Iris, ma anche moltissimo per Ginko, che deve affrontare tematiche e parti di sé finora sconosciute. A questa lotta interiore ho dedicato una buona parte di alcuni capitoli, e l’ho curata con grande attenzione, perché la ritengo parte vitale del romanzo.
Quali messaggi speri di trasmettere riguardo all’amore poliamoroso e alla libertà individuale attraverso la storia di Iris?
La bellezza dell’amore, in qualsiasi forma esso si manifesti, come un sentimento puro ed autentico. Questo è fondamentale, è la base stessa del mio racconto. L’amore di coppia, infatti, può avere diversi aspetti, e indirizzarsi anche a più persone. La coppia è per me fondamentale, è la base stessa del rapporto amoroso. È importante però che la coppia non diventi una gabbia. Se dovesse accadere di amare anche altre persone in maniera vera ed autentica, il rapporto di coppia non dev’essere una catena o un muro incrollabile. Ma è un discorso molto delicato, che richiede grande onestà e coraggio. Come disse Bob Dylan: “To live outside the law you must be honest”
Come percepisci l’evoluzione delle relazioni non monogame dalla pubblicazione del tuo libro ad oggi?
Il libro è stato pubblicato recentemente, quindi parlerei piuttosto dell’evoluzione dal tempo in cui il libro è stato ideato e creato.
Allora, negli anni Ottanta, soprattutto in Italia, non esisteva quasi il termine “poliamoroso”. Una persona poliamorosa era una persona adultera, o magari una persona libertina. Oggi questo termine è entrato nel linguaggio comune, anche se la sua realtà vissuta pienamente può essere piuttosto difficile. Pensiamo, come caso estremo, a tutti i femminicidi che accadono quasi quotidianamente, di solito sempre legati al fatto che la donna decide di lasciare l’uomo con cui ha una relazione.
Puoi condividere qualche riflessione su come le tue esperienze personali hanno influenzato la scrittura di “Triade”?
La mia giovinezza risale agli anni 70, anni di cosiddetta, anche se spesso fraintesa, libertà sessuale. Il desiderio di libertà di quegli anni era qualcosa di globale, che ovviamente andava direttamente a toccare anche la sfera del sesso. Il mio primo marito era un uomo che definiva la nostra coppia una “coppia aperta” (anche se la cosa era quasi sempre a suo vantaggio molto più che a mio vantaggio). Sono comunque cresciuta in questo clima dal punto di vista sentimentale, per cui, una volta ritornata in Italia ho dovuto ridimensionarmi e rientrare negli schemi più tradizionali. Però in “Triade” racconto una storia nuova. Qualcosa che non ha più la superficialità o la casualità che spesso contraddistinguevano quell’epoca.
Quali consigli daresti ai lettori che cercano di costruire relazioni autentiche e soddisfacenti nel panorama relazionale contemporaneo?
Il primo consiglio è soprattutto quello di impostare un rapporto sulla base della sincerità e dell’autenticità.
Questo, tra parentesi, vale per qualsiasi vero rapporto affettivo, come anche l’amicizia. Nel mio romanzo, ad un certo punto Iris si rende conto che ciascuno di noi è un mondo, un pianeta da esplorare. E se uno vuole veramente conoscere un’altra persona, non vi sono praticamente limiti. Conoscersi vuol dire, in un rapporto di coppia, conoscersi nel corpo, ma anche e soprattutto nell’anima. Il vero Eros sta in mezzo, come un ponte, tra corpo e anima. Ma quando o il corpo o l’anima vengono a mancare, si sottraggono all’altro, ecco che arrivano la stanchezza, la noia, la crisi, e alla fine magari il rifiuto dell’altro e la ricerca di un’alternativa. Che però, se si ripetono gli stessi errori, è destinata anch’essa a fallire.
Un altro consiglio importante è avere pazienza, non stordire l’altro/a con le nostre pretese di conoscerlo/a subito totalmente, ma lasciare che il tutto avvenga in maniera graduale ed organica, senza forzature. La persona che amiamo, è appunto, un mondo, un pianeta. Sarebbe impossibile fare il giro del mondo in un giorno! Inoltre, la scoperta è essa stessa un’avventura, e una delle più gratificanti. Così facendo, cresciamo assieme, ed è un’emozione quasi indescrivibile questo essere assieme giorno dopo giorno, nei nostri umori e nelle nostre diverse sensazioni.
Hai in programma di continuare a esplorare temi legati alle relazioni e all’amore nelle tue opere future? Se sì, in che modo?
Sto scrivendo un altro romanzo, intitolato “L’Odissea di Maria”, la cui protagonista è di nuovo una donna che, dopo un’infanzia e un’adolescenza piena di complessi riguardo proprio al suo essere femmina, si apre infine a uno sviluppo psichico e spirituale ben al di là di ogni sua aspettativa. Tutto questo però è colmo di prove e di sfide, e anche qui, la mia protagonista si ritrova ad avere delle difficoltà e dei problemi nei suoi rapporti amorosi, anche se in maniera un po’ diversa dalla protagonista di “Triade”.
