Tutto passa? Il significato del cambiamento tra resilienza, adattamento e crescita personale
Ci sono frasi che abbiamo sentito così tante volte da aver smesso quasi di interrogarle.
Una di queste è: “Tutto passa.”
La pronunciamo quando qualcuno sta attraversando un momento difficile. La utilizziamo per consolare una persona che ha perso qualcosa, che sta vivendo una separazione, un fallimento, una fase di incertezza.
La diciamo anche a noi stessi.
“Passerà.”
Ma è davvero così?
Da sociologo e coach, lavorando con le persone e osservando le loro storie, mi sono trovato spesso a riflettere su questa frase. Perché più la guardo da vicino, più mi accorgo che contiene una verità, ma anche un equivoco.
Non tutto passa.
Alcune esperienze rimangono.
Cambiano forma, cambiano significato, cambiamo noi nel rapporto con esse.
Ed è proprio in questo spazio tra ciò che accade e il modo in cui impariamo ad attraversarlo che, secondo me, si trova una parte importante del significato della crescita personale.
Quando aspettiamo che il dolore passi
Ricordo una conversazione con una persona che stava attraversando un periodo particolarmente difficile.
Mi disse:
“Continuo ad aspettare che passi.”
Era una frase semplice, ma dentro c’era una concezione molto diffusa del cambiamento.
Come se il tempo fosse una medicina e noi dovessimo semplicemente aspettare che facesse il suo lavoro.
Aspettava che passasse la paura.
Che passasse la delusione.
Che tornasse la voglia di fare.
Che la vita riprendesse la forma che aveva prima.
Poi, parlando, ci siamo accorti di qualcosa.
Quella persona aveva già iniziato a cambiare.
Aveva ripreso alcune relazioni.
Aveva ricominciato a lavorare con maggiore concentrazione.
Aveva fatto nuovi progetti.
Aveva ricominciato a immaginare il futuro.
Il dolore non era necessariamente scomparso.
Ma aveva smesso di essere il centro della sua vita.
Ed è una differenza enorme.
Perché superare un’esperienza difficile non significa necessariamente dimenticarla.
Significa riuscire a collocarla nella propria storia senza permetterle di occupare tutta la storia.
Il tempo non guarisce tutto
Siamo abituati a dire che il tempo guarisce.
Ma il tempo, in realtà, fa una cosa molto più semplice:
passa.
Siamo noi, dentro quel tempo, a poter cambiare.
Possiamo rimanere immobili.
Possiamo continuare a raccontarci attraverso ciò che abbiamo perso, attraverso un fallimento, una separazione, una delusione.
Oppure possiamo iniziare a porci una domanda diversa.
Non:
“Quando passerà?”
Ma:
“Cosa posso fare di me, dopo quello che è successo?”
La seconda domanda è più difficile perché introduce un elemento di responsabilità.
Non responsabilità per ciò che è accaduto.
Ma responsabilità per ciò che possiamo ancora costruire.
Ed è una distinzione fondamentale.
Epitteto: ciò che dipende da noi
Questa riflessione non è nuova.
Già la filosofia stoica, attraverso autori come Epitteto, aveva posto al centro una distinzione fondamentale: nella vita esistono cose che dipendono da noi e cose che non dipendono da noi.
È una prospettiva che trovo ancora estremamente attuale.
Non dipende da noi ciò che un’altra persona decide.
Non dipende da noi un evento che è già accaduto.
Non dipende da noi tutto ciò che il mondo può mettere sulla nostra strada.
Ma possiamo lavorare sulla nostra risposta.
Possiamo decidere dove mettere le nostre energie.
Possiamo scegliere come interpretare ciò che è successo.
Possiamo stabilire quali obiettivi perseguire dopo quell’esperienza.
La frase attribuita a Epitteto secondo cui “non sono le cose a turbare gli uomini, ma i giudizi che gli uomini formulano sulle cose” ci conduce proprio in questa direzione.
Non significa che gli eventi non abbiano conseguenze.
Significa che tra ciò che accade e ciò che facciamo esiste uno spazio nel quale possiamo esercitare consapevolezza.
Ed è uno spazio prezioso.
Non attaccamento, adattamento e resilienza
Quando parlo di cambiamento personale, ci sono tre concetti che considero particolarmente importanti:
non attaccamento, adattamento e resilienza.
Il non attaccamento non significa diventare indifferenti.
Significa comprendere che non possiamo possedere per sempre persone, ruoli, relazioni, situazioni e identità.
La vita cambia.
E quando ci aggrappiamo disperatamente a ciò che non esiste più nella stessa forma, spesso aumentiamo la nostra sofferenza.
L’adattamento, invece, riguarda la nostra capacità di modificare la posizione davanti alla realtà.
Adattarsi non significa arrendersi.
Significa riconoscere che una situazione è cambiata e trovare un modo nuovo per starci dentro.
Infine c’è la resilienza.
Una parola che negli ultimi anni è entrata profondamente nel linguaggio della crescita personale, ma che rischia di essere banalizzata.
Essere resilienti non significa essere invulnerabili.
Non significa sorridere sempre.
Non significa trasformare ogni sofferenza in una frase motivazionale.
Significa riuscire a riorganizzarsi dopo una frattura, recuperando progressivamente capacità di scelta e progettualità.
Non devi necessariamente tornare quello di prima
Credo che uno degli equivoci più frequenti riguardo alla crescita personale sia pensare che, dopo una crisi, l’obiettivo debba essere tornare esattamente come prima.
Ma perché?
Una persona che attraversa un’esperienza significativa non è necessariamente destinata a tornare alla versione precedente di sé.
Un fallimento può cambiare il nostro rapporto con il lavoro.
Una separazione può modificare il nostro modo di vivere le relazioni.
Una perdita può cambiare le nostre priorità.
Un cambiamento professionale può costringerci a rivedere l’immagine che avevamo costruito di noi stessi.
A quel punto la domanda non dovrebbe essere:
“Come torno a essere quello di prima?”
Potrebbe essere:
“Chi posso diventare adesso?”
È una domanda completamente diversa.
La prima guarda indietro.
La seconda guarda avanti.
Il cambiamento personale non avviene nel vuoto
Da sociologo, c’è un altro aspetto che considero fondamentale.
Quando parliamo di crescita personale, rischiamo spesso di raccontare l’individuo come se fosse completamente separato dal contesto nel quale vive.
Ma non è così.
Le nostre scelte sono influenzate dalle relazioni, dalla famiglia, dal lavoro, dalle aspettative sociali, dai modelli culturali, dal contesto economico e dall’immagine che la società ci restituisce di noi stessi.
Per questo, quando una persona dice:
“Voglio cambiare”
la domanda successiva dovrebbe essere anche:
“Che cosa ti sta impedendo di farlo?”
E la risposta non è sempre dentro l’individuo.
A volte ci sono condizionamenti sociali.
A volte relazioni.
A volte paure.
A volte aspettative che abbiamo interiorizzato al punto da non riconoscerle più come qualcosa di esterno.
Comprendere tutto questo non significa deresponsabilizzarsi.
Al contrario.
Significa avere una visione più completa della propria situazione.
Il coaching come spazio di consapevolezza
È anche da questa prospettiva che interpreto il mio lavoro di coach.
Non considero il coaching una formula per “stare bene” o una scorciatoia per risolvere ogni difficoltà.
Lo considero soprattutto uno spazio di riflessione, consapevolezza e progettualità.
Ci sono persone che arrivano con un obiettivo molto preciso.
Altre arrivano sapendo soltanto che qualcosa nella loro vita non funziona più come prima.
Altre ancora si trovano davanti a una scelta e hanno bisogno di fermarsi per capire quale direzione prendere.
Il lavoro consiste nel mettere a fuoco ciò che sta accadendo, distinguere ciò che possiamo modificare da ciò che non possiamo controllare, riconoscere risorse e ostacoli e trasformare una consapevolezza in un possibile percorso d’azione.
Il coaching, in questo senso, non risponde alla domanda:
“Come faccio a tornare quello di prima?”
Può aiutare a lavorare su una domanda molto più interessante:
“Quale persona voglio diventare a partire da ciò che sono oggi?”
Forse “tutto passa” non è la frase giusta
Dopo tutto questo, continuo a pensare che “tutto passa” contenga una parte di verità.
Ma oggi la leggerei diversamente.
Non tutto scompare.
Non tutto viene dimenticato.
Non tutto smette di far male semplicemente perché è trascorso del tempo.
Molte cose cambiano forma.
E possiamo cambiare forma anche noi.
Possiamo imparare a non attaccarci a ciò che non possiamo trattenere.
Possiamo adattarci a una realtà che non avevamo scelto.
Possiamo sviluppare resilienza senza diventare insensibili.
Possiamo smettere di chiedere al passato di restituirci ciò che era.
E iniziare a chiederci che cosa possiamo costruire adesso.
Forse, alla fine, la domanda più importante non è:
“Quando passerà?”
Ma:
“Cosa voglio fare di me, dopo?”
È una domanda che non cancella il dolore.
Non modifica il passato.
Ma apre uno spazio di possibilità.
E, a volte, è proprio da quello spazio che comincia un cambiamento.
Vuoi lavorare sui tuoi obiettivi?
Nel mio lavoro di coach e sociologo, accompagno persone che stanno attraversando fasi di cambiamento, scelte professionali o personali, momenti di ridefinizione degli obiettivi e situazioni nelle quali sentono il bisogno di fare maggiore chiarezza.
Il coaching non consiste nel fornire risposte preconfezionate.
Il percorso parte dalla persona, dalla sua situazione concreta, dalle sue domande e dagli obiettivi che desidera raggiungere.
Se senti di essere arrivato a un punto nel quale vuoi fermarti, comprendere meglio ciò che sta accadendo e individuare una direzione possibile, puoi contattarmi per un primo confronto.
A volte non è necessario cambiare tutta la propria vita.
A volte è necessario cambiare prospettiva.