Ucraina, un anno di guerra: l’analisi del conflitto

Dopo un anno di guerra aprire un dialogo sul come arrivare alla pace sarebbe un esercizio doveroso, eppure a quanto pare le parti coinvolte sono ancora prese a sferrare attacchi, infliggere sconfitte al nemico, richiedere armamenti e rispondere bellicosamente alla controparte.

Le ragioni di questo conflitto sono lontane (2014), e forse ne abbiamo sentite così tante di disquisizioni da una e dall’altra parte che le nostre menti distratte dal quotidiano non cliccano neanche più sul classico bollettino di guerra.

L’Alleanza Atlantica ci ha richiamati al nostro dovere, le sanzioni prima e l’invio di armi dopo ci rendono parte cobelligerante, anche se non tutti la pensano allo stesso modo. Eppure secondo ultimo sondaggio di opinione, condotto da Euromedia Research la maggioranza degli italiani oltre il 60% è contraria all’invio di armi.

Di chi è la colpa?

La responsabilità primaria ma non unica di questo conflitto è della Russia. Putin ha condannato il popolo russo a scontare per un tempo indeterminabile le conseguenze di questo conflitto.

 Mi fermo ai fatti in quanto non ritengo sia utile in questa fase moraleggiare. Questa analisi ha come obiettivo di – entrare nelle teste e nei cuori dei contendenti per spiegarne le azioni – da una parte l’aggressione dell’Ucraina serve alla Federazione Russia per confermarsi impero. Per Putin è questione di vita o di morte. Senza impero la Russia non ha ragione di esistere secondo il suo schema mentale. La storia, la geografia, e autocoscienza le vietano di scadere a Stato Nazione. Dall’altra parte del fronte, noi occidentali stentiamo a capire tali propositi, la narrazione corrente, semplicisticamente snellita dalla propaganda, recita più o meno così: c’è un malato di mente che ha deciso di riprendersi Ucraina, ad ogni costo, fermalo è unica soluzione. Al momento il bellicismo per delega, adottato dalla Nato ha imbottito di armi l’Ucraina puntando ad una guerra di logoramento, chi meglio degli Stati Uniti, conosce quanto una guerra prolungata (Vietnam 1975 e Afghanistan 2021) conduca quasi sempre alla ritirata. Dopo un anno la guerra si è trasformata in una guerra esistenziale, per molti sarà solo la vittoria militare a determinare i nuovi equilibri geopolitici.

Stati Uniti: obiettivi raggiunti

Se come abbiamo visto sopra, non è così complicato capire cosa cerchi la Russia dall’Ucraina, di più difficile comprensione è comprendere l’atteggiamento degli Stati Uniti. Un obiettivo è stato raggiunto: sono i paesi del Vecchio Continente a pagare il grosso delle sanzioni, a impegnarsi in una costosa e rischiosa diversificazione energetica per ridurre al minimo la dipendenza dagli idrocarburi russi. Alla fine chi ci difenderà dai russi si chiedono impauriti gli europei? Gli americani hanno raggiunto un secondo risultato, la paura di un’eventuale ed improbabile invasione russa amplificata in questi mesi di guerra, ha generato la corsa agli armamenti, le cancellerie europee sono corse ai ripari, investendo ingenti cifre per rimpinguare i propri depositi di armi sempre più tecnologiche e distruttive.

Insomma mi sembra evidente che la Russia per ora e per ancora chissà quanto tempo sarà impegnata ad affrontare un nuovo Afghanistan in Ucraina, e allo stesso tempo gli Stati Uniti sono riusciti ad allontanarci dalla dipendenza energetica russa e consigliarci non tanto velatamente di provvedere per tempo ad una barriera difensiva militarista per tamponare eventuali mire espansionistiche russe.

Così facendo gli americani puntano ad un disfacimento della Federazione Russa ed un crollo definitivo di Putin per concentrare ogni risorsa militare sul fronte del Pacifico per contrastare la minaccia cinese. I costi della guerra si sono oramai socializzati, l’Europa non si è svincolata, ha accettato la sfida ed ha definitivamente per il momento rotto ogni legame economico e finanziario con la Russia. I costi più alti li sopportano come sempre i ceti medio/bassi, il loro potere d’acquisto è ai minimi storici.

Cosa può fare l’Europa per arrivare alla pace?

Eppure Europa, nonostante la preoccupante contiguità territoriale e gli enormi interessi economici continua a recitare il ruolo dello spettatore in questo conflitto. In definitiva è trascorso un anno dall’inizio del conflitto, ogni aspetto analizzato sembra confliggere con gli interessi europei, anche Italia a guida Meloni non ha cambiato il passo.

Il governo attuale continua a non considerare i valori costituzionali, improntati al pacifismo, per di più si dimostra sordo al volere popolare sempre meno interventista rispetto ai primi giorni del conflitto, non dà segni di smarcamento politico dagli Stati Uniti.
Ucraina oramai sembra essere la nuova Siria, un paese dilaniato dal conflitto etnico con i suoi profughi sparsi per l’Europa e con un territorio in parte distrutto.

A questo punto ad un anno dall’invasione russa dell’Ucraina, è alquanto doveroso ricompattare il movimento pacifista in Italia per rimettere al primo posto la pace come unico presupposto. Bisogna smascherare l’approccio militarista – Più armi consegniamo all’Ucraina, più veloce sarà la sconfitta di Putin e più veloce sarà la pace –  Un assioma di questo tipo è rischioso, tradisce i valori dell’Unione Europea, ci ha posizionato una guerra ai confini ed ha gambizzato la ripresa post-covid.

Per di più ci pone di fronte ad un’escalation militare senza precedenti con paesi come la Polonia e Paesi baltici pronti a sganciarsi dalla NATO per agire in proprio. Un domani non troppo lontano potrebbe passare anche la tesi che per sconfiggere i russi non basti solo impegnarsi economicamente ma si renda necessario intervenire con forze umane e tecnologie utili a dare ultima stoccata all’orso russo.

Infine un cambiamento di regime forzato da una sconfitta militare significherebbe un terremoto paragonabile a quello dell’Unione Sovietica.  Uno Stato fallito con oltre settemila testate atomiche potrebbe rappresentare un incubo per tutti. Un conto è un piano di contenimento della Russia un altro è il suo crollo senza prevedere un nation building.

Forse la saggezza europea dovrebbe consigliare ad Ursula von der Leyen, di smetterla di bordeggiare, i venti contrari rischiano di mettere la nave europea fuori uso, la richiesta agli Alleati dovrebbe essere chiara e diretta: nessuna Siria nel cuore d’Europa. Con la guerra non ci sono né vinti né vincitori. La questione umana torni ad essere primaria rispetto agli interessi geopolitici. Ebbene, trionfi la pace.

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Francesco Sassano

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