Dove sono gli ultrà?

Partiamo da un presupposto: gli ultras sono tutto e il contrario di tutto.

Le nostre curve rappresentano un microcosmo sociale, non sono poi così diverse da ciò che viviamo fuori dallo stadio, ci sono le stesse problematiche presenti nelle nostre città: violenza, disoccupazione, devianza, dipendenza da droga e alcol.

In curva c’è la stessa violenza e criminalità che siamo soliti toccare con mano all’interno delle nostre città e periferie.  Allo stesso tempo è anche possibile riscontrare fratellanza, socialità e solidarietà nel mondo ultrà. Forse anche per questo motivo da oltre 50 anni dalla nascita del movimento ultras in Italia, ancora tantissimi giovani si avvicinano al mondo delle curve. Ne restano affascinanti nonostante il modello estremo di convivenza, la violenza, le regole non scritte, il cameratismo, il machismo e le sue forme goliardiche non sempre digerite dalla politica e dai media.

La tribù del calcio

Quando entri in curva ti svesti del tuo ruolo sociale, è un luogo interclassista in cui è possibile frequentare persone molto diverse, per idee politiche, credo religioso, istruzione e censo.

I gruppi ultras sono un blocco sociale riconoscibili per la loro eterogeneità. In curva puoi ritrovarti a stretto gomito con l’insegnante di scuola elementare o con l’operaio, con l’anarchico o il fascista, con tuo vicino di casa oppure con i ragazzi delle periferie. Un universo sociale multiforme caratterizzato da svariate sfumature sociali. Mai uguale sempre diverso.

Per tanti la curva rappresenta, il luogo dove rivivere la propria identità territoriale, un luogo dove rimarcare le differenze, un luogo dove vivere senso di comunità e appartenenza.

Desmond Morris nel suo La tribù del calcio, definisce computer, tv e smartphone degli “isolanti sociali” le curve degli stadi finiscono per caratterizzarsi come uno degli ultimi luoghi di incontro e aggregazione collettiva dove ci si possa ancora sentire parte di una comunità, dove identificarsi in nomi, simboli e colori.

Il calcio moderno e gli ultrà

Per concludere il problema è come riuscire a coniugare tutti questi elementi senza scatenare intolleranze e violenze all’interno di un calcio moderno governato da un sistema che sottovaluta la potenza aggregativa degli stadi volendone sfruttare soltanto il lato commerciale.

Per cercare di allontanare gli ultras violenti, di fermarne gli eccessi, si è finito per dare la caccia al tifo organizzato nel suo insieme, innescando una serie di processi normativi che hanno snaturato il rito di andare allo stadio, rendendolo sempre più difficile e complicato. Le curve chiuse, il divieto di introdurre materiale coreografico, il no alle trasferte, il costo dei biglietti e la difficoltà di acquisto hanno poi svuotato ulteriormente gli stadi, finendo per assecondare i desideri e gli interessi delle pay tv.

Nel libro I ribelli degli stadi, lo scrittore Pierluigi Spagnolo, a tal proposito dice: “Fanno il deserto e lo chiamano pace. Ecco: gli stadi italiani hanno bisogno di pace, senza però diventare dei deserti. Ma c’è ancora la possibilità di seminare e di vedere germogliare una nuova pianta, un istinto ribelle ma corretto di intendere il tifo, un modo passionale ma sano di seguire il calcio, anche in questo deserto.”

Prima che sia troppo tardi, questo processo evolutivo deve essere compiuto, altrimenti qualcuno rischierà di entrare allo stadio, guardarsi intorno e dire “Dove sono gli ultrà?” e qualcun altro sarcasticamente rispondere: “Scusa, da quanto tempo manchi? Non ci sono più gli ultrà, si sono estinti”.

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Francesco Sassano

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