Vivi e lavora da multipotenziale: ne parliamo con Carlotta Audisio, mental coach specializzata nella riscoperta del talento
Carlotta Audisio è una mental coach costantemente impegnata a supportare professionisti, manager e creativi nel ritrovare la propria identità e motivazione. Con una laurea in lingue e un master in Luxury Management, ha accumulato esperienze significative in consulenza e formazione aziendale, fino a rispondere alla sua vocazione interiore: “Così non mi basta più”. Carlotta è anche ballerina e insegnante di danza, aspetti fondamentali della sua vita che si intrecciano con il suo lavoro di coaching. La sua missione è chiara: aiutare le persone a scoprire e valorizzare il loro talento, creando uno spazio sicuro in cui possano fiorire.
Ma chi sono i multipotenziali?
Secondo Emilie Wapnick, autrice del saggio “Diventa chi sei”, i multipotenziali sono individui con molteplici interessi e abilità creative, che si trovano spesso a disagio in una società che premia la specializzazione. Questo modello di pensiero può portare a sentimenti di confusione e inadeguatezza, soprattutto quando ci si sente costretti a scegliere un’unica strada professionale. Spesso, i multipotenziali si chiedono: “Sono alla ricerca della mia direzione ma non riesco a trovare la strada? Mi sento portato per ambiti disparati ma non riesco a dare un nome ai miei talenti? So di essere una persona multipotenziale ma non trovo posto nel mondo?” Queste domande riflettono le sfide e le opportunità di chi vive con una natura poliedrica.
In un contesto sociale che tende a glorificare la specializzazione, i multipotenziali possono sentirsi isolati e incompresi. Tuttavia, la loro capacità di adattamento e la loro curiosità possono diventare risorse preziose. Il coaching di Carlotta offre un supporto fondamentale per esplorare e valorizzare queste caratteristiche, trasformando la confusione in chiarezza e il senso di colpa in accettazione. Vivere e lavorare da multipotenziale non è solo una sfida, ma può diventare un’opportunità per costruire una vita professionale ricca e soddisfacente. La voce di Carlotta Audisio si fa portavoce di questa nuova prospettiva, incoraggiando ognuno a esplorare il proprio potenziale senza paura di essere “fuori posto”.
Intervista a Carlotta Audisio: perché alcuni di noi non hanno un’unica vera vocazione?
Carlotta, come hai scoperto di essere una multipotenziale e come questa consapevolezza ha influenzato la tua carriera?
Circa due anni fa, mentre lavoravo come dipendente in azienda, mi è capitata su Instagram la sponsorizzazione di un percorso di consulenza di carriera rivolto alle donne.
Si trattava di un programma che aiutava a migliorare il curriculum, ma soprattutto offriva supporto nella crescita professionale. In fondo, anche se era difficile da ammettere in quel momento, sapevo che nella mia vita avevo sempre avuto la tendenza a cambiare obiettivi e priorità. Ed è stato proprio questo a generare in me una forte frustrazione. Venivo da un master in Luxury Management e il mio obiettivo era lavorare come manager nel settore del lusso. Ma anche lì, essendo un ambito multisettoriale, non riuscivo a scegliere una direzione precisa: mi affascinava tutto — dalla moda, all’hotellerie, al bespoke luxury.
Alla fine, sono approdata nel mondo della consulenza e formazione. È stato in quel periodo che ho iniziato a entrare in contatto con il concetto di multipotenzialità.
All’inizio era solo una parola che mi incuriosiva, senza che mi soffermassi davvero ad approfondirla. Ma dentro di me qualcosa ha cominciato a muoversi.
Anche grazie al lavoro che facevo, ho capito che non ero fatta per restare in un’azienda.
Sentivo che, per come sono fatta, quel tipo di contesto mi avrebbe spenta. Non mi avrebbe permesso di esprimere tutto il mio potenziale.
Iniziavo a riconoscere quella multipotenzialità come parte autentica e profonda di me. La sentivo, la vedevo, la vivevo.
Ho sempre avuto il ritmo della multipotenzialità: qualcosa mi colpiva, mi appassionavo, studiavo, mi formavo, assorbivo tutto come una spugna (l’ascolto è sempre stata una delle mie capacità), mettevo in pratica e poi — inevitabilmente — sentivo nascere dentro di me la volontà e il bisogno di cambiare, di cercare altri stimoli.
La cosa meravigliosa è che quelle competenze non andavano mai perse: le portavo con me e le riutilizzavo in altri contesti, in modo nuovo e creativo.
Così ho preso la decisione più coraggiosa della mia vita: lasciare tutto per cominciare a dare spazio a questa parte di me, svilupparla, nutrirla, farla crescere.
E ancora oggi, ogni giorno, è una scoperta continua.
Quali sono le principali sfide che affrontano i multipotenziali nel contesto lavorativo attuale?
Essere multipotenziali è già di per sé una grande sfida. È qualcosa di non convenzionale, che non rientra nei canoni classici della nostra società, dove spesso si valorizza l’iperspecializzazione. Per questo, i multipotenziali devono fare uno sforzo in più: per trovare il proprio spazio, per essere riconosciuti e — soprattutto — per essere davvero compresi.
Una delle difficoltà maggiori, secondo me, è essere presi sul serio. Quante volte, nella mia vita, mi è capitato che qualcuno mi chiedesse: “Che lavoro fai?”, e alla mia risposta: “Mental coach, insegnante di danza e ballerina”, seguisse un commento ironico: “Ah, quindi fai tutto!”.
Ma cosa significa “tutto”? E da quale punto di vista viene giudicato questo “tutto”?
Per una persona multipotenziale è fondamentale lavorare seguendo un filo conduttore, un senso profondo. Serve consapevolezza: sapere che ciò che si fa è significativo, anche se non rientra in un’etichetta precisa.
Un’altra sfida centrale è il concetto di produttività.
Per i multipotenziali, non significa semplicemente “portare a termine delle cose”. La produttività è legata alla felicità, all’autostima, e anche a un senso di gratitudine. È il riconoscimento che ciò che stiamo facendo ha valore, perché contribuisce a qualcosa di più grande: il nostro progetto di vita.
È questo che ci spinge a creare, a fare, a reinventarci continuamente.
Come il tuo approccio di coaching aiuta i multipotenziali a riconoscere e valorizzare i loro talenti unici?
Quando una persona si riconosce come multipotenziale, è fondamentale compiere un passo successivo: definire che tipo di multipotenziale è.
Una persona multipotenziale è qualcuno con molti interessi, curiosità vive, e capacità creative e versatili. Non si tratta di “superpoteri”, anzi: per gran parte della sua vita, un multipotenziale può sentirsi frustrato, proprio perché fatica a scegliere una sola direzione e a restarvi con coerenza.
Siamo cresciuti con l’idea che specializzarsi in qualcosa e diventare bravi in quella cosa sia la strada più sicura per costruire una carriera e ottenere risultati. Ma non è l’unica.
Esistono diverse modalità di vivere la multipotenzialità.
C’è chi si dedica a un progetto per mesi o anni, concentrandosi intensamente, per poi sentire il bisogno di chiudere quel ciclo e passare ad altro.
C’è chi, invece, tende a portare avanti più progetti contemporaneamente, alternando passioni, ruoli, ambiti diversi.
Per questo è essenziale capire che tipo di multipotenziale si è, e imparare a gestirsi di conseguenza.
Il primo passo è riconoscere e accogliere questa parte di sé, senza giudizio.
Accettare la propria natura significa iniziare a vedere dove risiede davvero il nostro potenziale, dove possiamo esprimere la versione più autentica di noi stessi.
Da lì, diventa cruciale trovare un equilibrio, così da non cadere nel loop del burnout, che purtroppo è una trappola comune per chi ha tante passioni e stimoli.
Con le persone multipotenziali è necessario adottare un approccio fondato su creatività, innovazione e flessibilità. Chi lavora nel mondo creativo e artistico, infatti, è spesso multipotenziale per natura.
Siamo persone capaci di passare da una disciplina all’altra, di integrare competenze in modo fluido, di creare connessioni inedite tra mondi diversi.
In quest’ottica, il coaching per me rappresenta l’espressione più piena della multipotenzialità: un ambito che mi consente di integrare tutte le mie competenze trasversali — dalla formazione all’empatia, dall’ascolto profondo all’orientamento alle persone, fino agli strumenti e alle tecniche specifiche del coaching.
In che modo l’arte e la danza si integrano nella tua vita e nel tuo lavoro di mental coach?
Quando ho iniziato il master per diventare mental coach, ho capito una cosa fondamentale: l’arte doveva far parte della mia vita quotidiana.
Io vivo di arte — e vivo nell’arte.
È ciò che muove tutto in me. È una lente attraverso cui guardo il mondo, anche nel mio lavoro di coaching.
Per me, il coaching è trasformazione, evoluzione, flessibilità e creatività. Ritrovo la mia parte creativa ogni volta che sono in sessione con i miei coachee: sono loro, con le loro domande, emozioni e intuizioni, a stimolare la mia creatività.
Ed è proprio grazie a questo scambio che spesso riescono a vedere la stessa situazione da un altro punto di vista, generando nuove consapevolezze che li avvicinano sempre di più all’obiettivo che li ha portati da me.
Ho anche la fortuna di insegnare danza a gruppi di ragazzi, e di poter portare il coaching all’interno dell’insegnamento e delle sale di danza.
Questo per me è un vero valore aggiunto, qualcosa che vorrei sviluppare sempre di più, magari attraverso progetti futuri che uniscano danza e coaching in modo strutturato.
In fondo, la bellezza dell’essere multipotenziale sta proprio qui: nella possibilità di innovare, di creare ponti tra competenze, di integrare esperienze e talenti in ambiti anche molto diversi tra loro.
Ed è proprio lì che nasce qualcosa di unico.
Quali strategie consigli di adottare per chi si sente bloccato nella ricerca della propria direzione professionale?
Partire da sé stessi.
Può sembrare una frase fatta, ma credo sinceramente che sia la cosa più difficile da fare.
Non è semplice quando ti senti perso, quando non sai che direzione prendere, quando tutto intorno a te sembra avvolto nella nebbia e non riesci a vedere cosa c’è oltre.
Per questo, la prima vera strategia è fare un lavoro profondo sulla propria identità: riconoscere chi sei davvero, anche se quella parte l’hai nascosta per anni, o semplicemente non l’hai mai ascoltata con attenzione.
Significa riconoscersi e accogliersi, senza giudizi e senza paure.
Quando cominci a farlo, qualcosa cambia.
Ti rendi conto di chi sei davvero e, da lì, tutto inizia a muoversi. L’energia che metti nelle cose è diversa, più allineata.
Sai cosa vuoi, riesci a vedere con chiarezza le tue risorse e capisci come usarle al meglio.
Non è un percorso facile, ma quando arrivi a quel punto, la strada si fa più chiara.
Le correnti iniziano a portarti nella direzione giusta, e molte delle cose che prima sembravano bloccate iniziano ad arrivare.
Puoi raccontarci un caso di successo di un tuo coachee che ha trovato la propria strada grazie al coaching?
Durante il mio percorso di formazione come coach, cercavo spesso persone con cui potermi allenare. Sentivo il bisogno di fare esperienza anche al di fuori del master, per crescere davvero come professionista.
Un giorno ho parlato con una persona che conoscevo bene: una ragazza che studiava all’università, ma che era un po’ indietro rispetto al percorso “standard”. Nel frattempo aveva fatto anche alcuni lavoretti per mettersi da parte qualche soldo. Le mancavano pochi esami e la tesi finale per laurearsi, ma qualcosa la bloccava. Era come se ci fosse un muro invisibile che le impediva di andare avanti.
Dentro di sé sapeva che quello non era il suo posto.
Non si sentiva pienamente sé stessa nel percorso che stava seguendo.
Durante le sessioni di coaching è emerso con forza il bisogno di partire, di allontanarsi per un po’. Non sapeva esattamente dove né per quanto tempo, ma sentiva la necessità di ritrovare un equilibrio, di ritrovarsi.
È diventato evidente che doveva uscire dalla sua comfort zone, esplorare nuovi stimoli, nuove prospettive — magari per poi tornare e concludere quel percorso con maggiore consapevolezza.
Quel processo è stato potente. Non ha trovato le risposte lì dove era già, ma ha avuto il coraggio di cercarle altrove.
Ha comprato un biglietto di sola andata per l’Australia, lasciando tutto alle spalle per cominciare un viaggio dentro e fuori di sé.
Per me, quella è stata la prima esperienza di coaching vera e profonda, con una persona che portava blocchi, sogni, confusione, progetti e una forte voglia di cambiare.
Mi ha insegnato che non sempre bisogna avere tutto chiaro per partire, ma che spesso è il viaggio stesso a chiarire la strada.
È una storia che porterò sempre con me.
Infine, quali sono i tuoi progetti futuri e come intendi continuare a supportare i multipotenziali nel loro percorso di crescita?
Da brava multipotenziale ho tanti progetti in testa ma sono molto focalizzata su alcuni in particolare:
· Continuare a supportare la comunità dei multipotenziali e tutte quelle persone che, in qualche modo, hanno perso la direzione. Persone che non sanno più cosa vogliono fare, che non riescono a capire cosa le appassiona davvero e di cosa hanno davvero bisogno. Voglio continuare a essere un punto di riferimento per aiutarle a ritrovarsi e a riconnettersi con sé stesse.
· Un progetto dedicato alle aziende. Oggi più che mai le aziende hanno bisogno di rinnovarsi, soprattutto nella capacità di trattenere i talenti e valorizzarli all’interno dei team. Ho letto recentemente che in Italia due lavoratori su tre hanno lasciato almeno un impiego a causa del proprio responsabile. E chi non si è licenziato per questo motivo, spesso non è comunque soddisfatto della leadership che vive ogni giorno.
Mi piacerebbe essere un supporto anche per le aziende: aiutarle a creare ambienti di lavoro in cui le persone vogliono restare, contribuendo anche alla costruzione di team realmente in sintonia. È un obiettivo ambizioso, richiederà tempo e dedizione, ma è qualcosa che mi appassiona profondamente. Credo nel cambiamento positivo, sia per le persone che per le organizzazioni. All’interno di questo progetto ci sarà ovviamente uno spazio dedicato alla formazione dei multipotenziali: perché ci vuole educazione, conoscenza e consapevolezza — aspetti che sto già promuovendo attraverso i social e che vorrei strutturare sempre di più nel tempo.
· Infine, l’educazione e la sensibilizzazione al coaching. Continuare a far conoscere il valore del coaching è per me una missione. Mi piace pensare che sempre più persone possano avvicinarsi a questo strumento, perché il coaching offre strumenti pratici e concreti per affrontare la vita quotidiana con maggiore consapevolezza, forza e direzione.