Il mito dell’unica vera vocazione

Siamo stati cresciuti e continuiamo a crescere i nostri figli richiedendo loro di rintracciare quanto prima una vocazione, di coltivarla, svilupparla e monetizzarla.  

Nella nostra società la strada del successo conduce ad un’alta specializzazione e competizione.

Ricordi quando eri piccolo, dopo il tuo nome ti chiedevano“Cosa vuoi fare da grande?” involontariamente il mondo che sta attorno a noi, dai nostri genitori, amici e parenti è come se cercasse in quel preciso istante d’individuare che tipo di persona saremo o meglio quale sarà la nostra identità sociale.

Da qui nasce l’ansia di intercettare i talenti di cui sono dotati i nostri figli. Ce lo chiede con urgenza la nostra società, formarsi e specializzarsi è una prassi consolidata per raggiungere un ruolo di successo.

Da qui nasce la domanda che assilla un po’ tutti i genitori “Qual è il talento nascosto di mio figlio” : è più predisposto allo studio della matematica o della lingua italiana, è più portato per il gioco del calcio o per il tennis, meglio un corso di teatro o di musica. La società dei consumi come al solito ci viene in aiuto e cerca di soddisfare il consumatore con una serie di servizi pronti a sviluppare, accrescere e valorizzare i nostri talenti.

Coltivare la sensazione

La vocazione può servirsi del talento, ma non ha bisogno del talento. È la sensazione che abbiamo nel momento in cui stiamo facendo qualcosa, e non ha niente a che vedere con il traguardo. Mentre il talento vuole essere nutrito, allenato, manifestato, la vocazione ha bisogno di momenti di vuoto, di silenzio perché altrimenti non si può manifestare. È una domanda di senso che per essere formulata ha bisogno di attenzione. Avere una vocazione significa essere guidati da una voce interiore ed essere capaci di ascoltarla, di inseguirla per darle seguito. Realizzare la propria vocazione vuol dire sentirsi vivi e realizzati, direbbe lo psicologo Carl Gustav Jung: “È come se un fiume che si fosse perso in un braccio stagnante improvvisamente ritrovasse il suo letto e le sue acque tornassero a fluire”.

Attenzione, la vocazione non è una risposta che si trova in modo definitivo, è un lavoro continuo e costante su se stessi è un percorso di vita.

In un determinato momento potresti sentirti in armonia con questo tragitto e pochi metri più avanti potresti aver perso la strada e aver bisogno di riflettere sul modo in cui l’hai costruito e semmai metterlo anche in discussione. È un processo faticoso, ma significa essere autentici nel rispondere alla propria essenza, disegnando la propria strada coltivando la sensazione.

Come rintracciare la nostra vocazione?

Domandarsi se si sta seguendo la propria vocazione è un percorso regolare che necessita di una risposta alla quale puoi rispondere solo tu. Non ci sarà una risposta esterna, non sarà la società che ti circonda a darti le risposte.

 Non a caso quando parliamo di fioritura personale, intendiamo che ognuno di noi per sbocciare hai suoi tempi e modalità, essendo un fiore unico e diverso. Il compito della società dovrebbe essere quello di facilitare questo processo non di complicarlo con la ricerca ossessiva di un talento. A tal riguardo sono emblematiche le parole di John Rawls, il teorico della Società Giusta: “Se si vuole assicurare a tutti un’effettiva eguaglianza di opportunità, la società deve prestare maggiore attenzione a coloro che sono nati con meno doti o in posizioni sociali meno favorevoli. L’idea è quella di riparare i torti dovuti al caso, in direzione dell’eguaglianza. Per ottenere questo obiettivo dovrebbero essere impiegate maggiori risorse nell’educazione dei meno intelligenti invece che in quella dei più dotati, almeno in un determinato periodo della vita, quello dei primi anni di scuola”

In definitiva la nostra società dovrebbe cambiare marcia, oggiogiorno è limitativo chiederci solo se quello che facciamo migliorerà il nostro tenore di vita, la nostra reputazione, come se la vita fosse solo una serie di obiettivi da raggiungere per renderci felici. La strada della vocazione è un percorso labirintico fatto di salite e discese non può essere tutto razionale, non basterà la nostra altissima specializzazione e la rincorsa ad accumulare talenti a renderci felici se non abbiamo ben in testa la nostra reale vocazione. Come specifica Maura Gancitano ,la fioritura personale, non ha un fine: “La difficoltà sta nel domandarsi quale sia la direzione senza dimenticarsi che il senso del seguire la propria vocazione non sta nell’obiettivo, ma nel passo”.

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Francesco Sassano

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