“La stanza di Arianna” di Barbara Bottini: quando allontanarsi dalla famiglia diventa un atto di libertà
Ci sono ferite che non lasciano lividi, ma che possono accompagnarci per tutta la vita. Sono quelle che nascono proprio dove dovremmo sentirci protetti: tra le mura domestiche.
Con “La stanza di Arianna”, il suo primo libro pubblicato nel 2026, Barbara Bottini racconta una storia di infanzia negata, relazioni familiari disfunzionali e rinascita. Attraverso sette vecchi diari, l’autrice torna a confrontarsi con la bambina che è stata, dando voce a ricordi dolorosi e a esperienze che hanno segnato profondamente la sua crescita.
Arianna è la protagonista del romanzo, ma la sua storia affonda le radici nell’esperienza personale di Barbara. Un padre anaffettivo e violento, una madre con la quale si instaura un rapporto simbiotico: una famiglia in cui la protagonista fatica a costruire una propria identità e a sentirsi libera di esplorare il mondo.
Come scrive l’autrice:
«Non avevo diritti, non avevo bisogni. Ero una protuberanza, voluta e creata per colmare un vuoto che in realtà era e sarebbe stato incolmabile: quello di mia madre, una donna incapace di amore».
Parole che raccontano la difficoltà di crescere quando il bisogno di essere amati finisce per soffocare il diritto di essere se stessi.
Quando allontanarsi diventa necessario
La storia di Arianna ci porta a riflettere su una domanda scomoda: è possibile allontanarsi dalla propria famiglia per salvaguardare se stessi?
Un tema che richiama anche L’anniversario di Andrea Bajani, romanzo che affronta la rottura con la famiglia d’origine e il coraggio di interrompere un legame doloroso.
La famiglia non è sempre sinonimo di protezione. Quando il rapporto con i genitori è segnato dalla paura, dal controllo o dalla svalutazione, prendere le distanze può diventare un passaggio necessario per ritrovare la propria autonomia.
Per Arianna, il contatto con il mondo esterno e con i coetanei, soprattutto durante gli anni del liceo, apre nuove possibilità, ma porta con sé anche insicurezze e paura del giudizio.
«Tutto mi faceva paura, ogni momento in cui dovevo espormi: espormi significava essere giudicata. Ed essere giudicata significava essere derisa».
Uscire da una realtà familiare soffocante non significa cancellare il passato. Significa iniziare a riconoscere i propri bisogni e scoprire che esistono modi diversi di vivere le relazioni.
Spezzare il cerchio del non amato
Uno degli aspetti più significativi del libro è il percorso con cui Barbara torna a guardare la bambina che è stata.
«Ho provato angoscia immensa per la piccola Arianna che ero eppure non sono stata», scrive l’autrice, restituendo il dolore di chi, con la consapevolezza di oggi, rilegge un’infanzia che allora non poteva comprendere fino in fondo.
Ma La stanza di Arianna non è soltanto una storia di sofferenza. È anche una riflessione sulla possibilità di interrompere la continuità del dolore e imparare a riconoscere il proprio valore.
Bottini scrive:
«Solo così, con un immenso lavoro su noi stessi, possiamo uscire dal cerchio e spezzare la continuità del non-amato che non saprà amare».
Un messaggio che invita a non considerare le ferite del passato come una condanna definitiva. Riconoscere ciò che ci ha fatto soffrire può essere il primo passo per costruire relazioni più sane, stabilire confini e imparare a volersi bene.
Il libro si rivolge a chi ha vissuto un’infanzia difficile, a chi si è sentito invisibile nella propria famiglia e a chi cerca il coraggio di dare voce alla propria storia.
Perché, a volte, per ritrovare se stessi bisogna avere il coraggio di uscire dalla stanza in cui abbiamo imparato a nasconderci.
Chi è Barbara Bottini?
Barbara Bottini nasce a Pisa il 28 febbraio 1971 e vive a Viareggio, dove è madre di quattro figli.
Dal 1998 al 2005 collabora con la redazione viareggina del quotidiano Il Tirreno, occupandosi di cronaca locale. Consegue una laurea in International Business, con specializzazione in Music Industry, presso la Nottingham Trent University, nel Regno Unito, e successivamente una seconda laurea in Scienze dell’Educazione e della Formazione, diventando Educatrice Professionale Socio-Pedagogica.
Attualmente lavora nell’ambito della disabilità presso la Cooperativa Sociale C.Re.A. di Viareggio, senza abbandonare la scrittura, il suo primo amore.
Nel 2026 pubblica La stanza di Arianna, la sua prima opera: una storia di memoria, consapevolezza e rinascita dedicata a tutti coloro che hanno dovuto trovare la propria voce nel silenzio.

Barbara Bottini racconta “La stanza di Arianna”: le ferite dell’infanzia e il coraggio di rinascere
Attraverso sette vecchi diari hai ripercorso la tua infanzia, dando voce alla bambina che sei stata. Che cosa hai provato nel rileggere quelle pagine? È stato più difficile rivivere il dolore o comprendere, con la consapevolezza di oggi, ciò che allora non riuscivi a vedere?
Sicuramente è stato più difficile comprendere e ‘vedere’, con gli occhi di oggi, la bambina di ieri. Ho pianto a lungo sui miei diari perché, come dico in un passaggio del mio libro, leggendo quelle pagine ho sentito una tenerezza infinita per tutto quello che ero e per tutto quello che non sono mai stata. Grazie a quelle pagine ho preso per mano la mia bambina interiore e mi sono fatta condurre fin qui.
Nel libro scrivi: «Non avevo diritti, non avevo bisogni». Come si spezza il cerchio del non amato? Da dove si comincia per imparare a riconoscere il proprio valore quando si è cresciuti sentendosi invisibili o non abbastanza amati?
Nel mio caso è stato puro istinto di sopravvivenza. Verso i sedici anni sono arrivata a un punto di sofferenza talmente alto da pensare di morire. Mi sono guardata intorno, ho visto che c’era vita ovunque tranne che fra le mura di casa mia. Ma dentro di me sí, la vita c’era. Volevo amare, avere figli, provare tutto quello che per altri era scontato e invece a me era sempre stato precluso. E mi sono detta che non potevo morire perché avevo ancora tutto da fare. In quel momento ho scelto me stessa. E con quella scelta, allora inconsapevole, mi sono amata e ho concesso a quella bambina la possibilità di diventare adulta. È stato facile? No. Ho affrontato battaglie gigantesche, ho rischiato di arrendermi più di una volta. Ma sono certa di una cosa: ne è valsa la pena.
Quanto è difficile prendere le distanze dai propri genitori, convivere con il senso di colpa e accettare che, talvolta, allontanarsi sia necessario per salvaguardare se stessi?
Prendere le distanze dai propri genitori è terribilmente doloroso perché è un lutto che si sconta vivendo. Dal momento preciso in cui ho deciso di tagliare completamente i ponti con mio padre e mia madre, ho attraversato un anno e mezzo di buio più totale: sono entrata in depressione profonda. Ero appena diventata madre, mia figlia aveva quaranta giorni di vita. E di nuovo per me era tutto nero, un tunnel al quale non vedevo la fine. Piangevo continuamente, non avevo la forza di alzarmi dal letto, non riuscivo ad accudire mia figlia. Mi ha salvata l’intervento di uno specialista. psichiatra e psicoterapeuta, che mi ha seguita per il primo anno e mezzo e poi per altri anni a seguire. Grazie a lui sono tornata in piedi e ho ritrovato la mia forza. Anche questo è un messaggio che mi sento di trasmettere: mai vergognarsi di chiedere aiuto. Senso di colpa, mi chiedi? No, non mi sono mai sentita in colpa per aver messo le distanze fra me e i miei genitori. Una volta compreso tutto il male che mi era stato fatto, ho provato solo una grande tenerezza per me stessa.
Spesso si pensa che per superare una ferita sia indispensabile perdonare chi ci ha fatto soffrire. Ma è davvero così? Possiamo liberarci dal peso del passato anche senza riconciliarci con chi ci ha ferito? Che significato ha oggi per te il perdono?
Assolutamente sì, credo che sia possibile liberarci del passato anche senza riconciliazione. Il perdono è qualcosa di molto potente ma per avere un senso deve essere ‘chiesto’ prima di venire concesso. Per me il perdono non parte da chi è stato ferito ma da una richiesta consapevole di chi ha commesso l’azione di ferire. E questa richiesta di perdono, per avere un valore, deve portare con sé la consapevolezza del proprio errore e un sincero pentimento. I miei genitori non si sono mai pentiti, non hanno mai chiesto il mio perdono, non hanno mai nemmeno compreso di aver sbagliato. Sono morti in solitudine non molto tempo fa, a pochi anni di distanza, chiedendo espressamente a chiunque li conoscesse di tenermi lontana anche negli ultimi giorni della loro vita. Se ne sono andati cosí come hanno vissuto. Dentro di me non c’è rancore: ho recitato una preghiera quando ho saputo della loro morte. Ho parlato con loro, li ho salutati. A entrambi ho detto: ‘andate via sereni’. Forse, qualcosa di simile al perdono.
Hai scritto di aver imparato, con fatica, ad amare te stessa e a guardare la bambina invisibile che portavi dentro. Oggi chi è Barbara Bottini? Quanto è cambiato il tuo modo di vivere le relazioni e di guardare alla donna che sei diventata?
Sono cresciuta nella convinzione che prendermi cura degli altri fosse l’unico modo per essere amata. Questo perché sono stata una bambina adultizzata, che già a dieci anni guardava la mamma piangere, ascoltava le sue confidenze e le dava consigli. Sono cresciuta così, sentendo che solo annullando i miei bisogni sarei stata degna di amore. Questo mi ha portata a compiere scelte sbagliate in tutti i campi e in ogni genere di relazione. Fino a quando, non molti anni fa, ho realizzato dove stavo sbagliando e dove avevo sempre sbagliato senza rendermene conto. Ho capito/sentito che dovevo canalizzare la mia capacità innata di ascolto e aiuto in modo che potesse essere utile agli altri ma anche a me stessa, senza danneggiarmi: dovevo farne la mia professione. Così ho preso la seconda laurea, sono diventata educatrice e oggi lavoro nel sociale, con la disabilità. È un lavoro straordinario, che amo profondamente. E mi sento fortunata perché il lavoro che mi appaga e mi rende felice è anche un lavoro socialmente utile, che fa del bene agli altri. Ma quando torno a casa, adesso mi metto al primo posto. Mi ascolto, ascolto le mie necessità, mi ritaglio tempo per me stessa, per fare quello che mi piace e di cui sento il bisogno. Dico ‘no’ quando non voglio fare qualcosa. Ho delle priorità e Barbara sta in cima a tutte.
Hai dedicato La stanza di Arianna a tutti i bambini invisibili che hanno dovuto trovare la propria voce. Che cosa vorresti dire a chi si riconosce nella tua storia, ma non ha ancora trovato il coraggio di affrontare il proprio passato? E quali sono i tuoi prossimi progetti editoriali e personali?
Vorrei dirgli che non è solo, a soffrire. In tanti sono ancora prigionieri del cerchio ma ancora di più sono quelli che ce l’hanno fatta a spezzarlo. Vorrei dirgli di cercare quel coraggio dentro di sé perché è solo lí che sta. Non fuori, dentro. E che lo cerchi adesso, subito, non domani. Domani è un oggi che non abbiamo saputo vivere fino in fondo.
I miei progetti personali? Uno solo: continuare ad amare.
Progetto editoriale c’è già: sto lavorando al mio secondo libro, un romanzo autobiografico legato a La stanza di Arianna, che racconterà la seconda parte della sua vita. Parlerà di una grande storia d’amore, di una connessione che non conosce spazio né tempo. E di un’attesa, lunga ventisei anni.