Come si insegna a un bambino a distinguere ciò che costruisce da ciò che ferisce? Il viaggio di Vita Davidenko dentro ”Il piccolo custode del bene”
Quando insegniamo a un bambino a essere buono, che cosa gli stiamo davvero insegnando?
A rispettare gli altri? A essere gentile? A non fare del male?
Sì, ma forse non basta.
Perché un bambino deve imparare anche a dire di no, a riconoscere ciò che sente, a chiedere aiuto e a capire quando qualcuno sta oltrepassando i suoi confini.
È proprio da questa idea che parte Il piccolo Custode del Bene, il libro di Vita Davidenko dedicato principalmente ai bambini tra i 6 e i 10 anni, ma pensato anche per gli adulti che li accompagnano nella crescita.
Una storia sul Bene, ma senza prediche
Al centro della storia ci sono Luminella, Aurelio e il Custode.
Attraverso i loro incontri, il libro porta il bambino dentro situazioni legate alla gentilezza, all’empatia, al rispetto, alla verità e alla responsabilità.
Ma quello che mi ha colpito maggiormente del progetto è un’altra cosa.
Il Bene non viene raccontato come obbedienza.
Essere buoni non significa accettare tutto, essere sempre disponibili o mettere gli altri davanti a sé stessi.
Significa anche avere il coraggio di proteggersi, dire la verità, chiedere aiuto e assumersi la responsabilità delle proprie scelte.
È qui che entra in gioco il “Custode”: non un eroe che possiede tutte le risposte, ma una sorta di bussola interiore che il bambino può imparare a costruire nel tempo.
E forse è proprio questo il messaggio più interessante del libro: non dire semplicemente a un bambino che cosa è giusto fare, ma aiutarlo a sviluppare la capacità di chiedersi perché una scelta sia giusta.
Un libro che nasce dalla maternità
Dietro questa storia c’è anche l’esperienza personale diVita Davidenko.
Vita è madre di quattro figli, oggi in fasi della vita molto diverse. Quattro esperienze di crescita che le hanno permesso di osservare quanto ogni bambino abbia sensibilità, carattere e bisogni differenti.
Da qui nasce una riflessione sull’educazione che va oltre la scuola, lo studio, lo sport e le competenze.
C’è un’educazione più silenziosa, che riguarda ciò che un bambino impara su sé stesso e sugli altri.
Come riconosco quello che sento? Come tratto una persona che è diversa da me? Quanto possono pesare le mie parole? Posso essere gentile senza rinunciare a me stesso?
Sono domande che nel libro diventano racconto.
E forse è proprio questo il modo più efficace per affrontarle con un bambino: non impartire una lezione, ma offrirgli una storia dentro la quale possa riconoscersi.
Anche gli adulti fanno parte della storia
C’è poi un aspetto che riguarda direttamente noi adulti.
Vita riflette molto sul peso delle parole e sull’esempio che offriamo ai bambini.
Possiamo spiegare per ore che cosa significa rispettare gli altri. Ma poi saranno soprattutto le nostre azioni, il nostro modo di parlare e di affrontare le difficoltà a mostrare loro che cosa significa davvero.
In un mondo nel quale bambini e ragazzi crescono circondati da tecnologia, videogiochi e continui stimoli esterni, la domanda diventa ancora più attuale:
che cosa stiamo aiutando i nostri figli a costruire dentro di sé?
Non possiamo scegliere il mondo nel quale cresceranno.
Possiamo però provare a fornire loro qualche strumento per orientarsi.
Chi è Vita Davidenko
Nata a San Pietroburgo e arrivata in Italia da giovane, Vita Davidenko ha costruito un percorso professionale nel mondo dell’immagine, della comunicazione e dell’imprenditoria.
È stata consulente d’immagine e personal shopper a Milano, ha fondato e presieduto un’associazione non profit con finalità benefiche e ha sviluppato negli anni diverse esperienze professionali e personali.
Oggi porta avanti anche The Vita’s Way, progetto attraverso il quale parla di crescita personale, famiglia, consapevolezza, cura di sé e cambiamento.
Il piccolo custode del bene nasce dall’incontro tra questo percorso e la sua esperienza di madre.
Ma Vita non immagina il libro come un punto di arrivo.
Attorno al progetto vorrebbe sviluppare anche attività, un quaderno, carte della gentilezza, adesivi e altri strumenti capaci di portare alcuni dei temi del libro fuori dalle pagine e dentro la quotidianità dei bambini.
Ed è proprio da qui che parte la nostra conversazione.

Dentro “Il piccolo custode del bene”: intervista a Vita Davidenko
Vita, partiamo dall’inizio: c’è stato un momento o un episodio preciso che ti ha fatto pensare che dovevi scrivere “Il piccolo custode del bene”?
Non c’è stato un unico momento, ma una somma di esperienze. Essere madre di quattro figli significa attraversare più volte l’infanzia, l’adolescenza e poi vedere i figli diventare adulti. A un certo punto mi sono resa conto che noi genitori investiamo moltissimo nello studio, nello sport, nelle capacità, ma spesso dimentichiamo di chiederci che tipo di persona stiamo aiutando a diventare. Da lì è nata l’idea del libro: provare a parlare ai bambini del bene non come concetto astratto, ma come scelta quotidiana.
Nel libro proponi un’idea di gentilezza che non coincide con la debolezza o con il dover accettare tutto. Perché era importante per te raccontarlo ai bambini?
Perché secondo me è uno degli equivoci più pericolosi. Essere gentili non significa accettare tutto, non significa non avere confini e non significa permettere agli altri di ferirci. Un bambino deve imparare ad avere rispetto per gli altri, ma anche per sé stesso. Può dire di no, può chiedere aiuto, può difendere ciò che sente giusto. Volevo trasmettere proprio questo: si può essere buoni e forti nello stesso momento.
Sei madre di quattro figli. Che cosa ti hanno insegnato loro sull’educazione e sulla crescita che non avresti potuto imparare semplicemente attraverso lo studio o il lavoro?
Mi hanno insegnato che non esiste una formula educativa valida per tutti. Quattro figli possono crescere nella stessa famiglia e avere caratteri, sensibilità, bisogni e reazioni completamente diversi. Mi hanno insegnato ad ascoltare di più e a giudicare di meno. E soprattutto mi hanno fatto capire che i bambini osservano molto più ciò che facciamo di ciò che diciamo. L’esempio degli adulti pesa più di mille spiegazioni.
Parli di una “bussola interiore”. Se dovessi spiegare questa espressione a un bambino, che cosa gli diresti?
Gli direi: è quella vocina dentro di te che ti aiuta a capire quando qualcosa ti fa stare bene o male, quando stai facendo qualcosa di giusto o quando invece potresti ferire qualcuno. Non ti dà sempre una risposta immediata, ma puoi imparare ad ascoltarla. Più cresci e più impari a conoscerla.
I bambini di oggi crescono tra tecnologia, social, videogiochi e moltissimi stimoli. Qual è, secondo te, la cosa più importante che noi adulti possiamo aiutarli a costruire dentro di sé?
La capacità di pensare con la propria testa senza perdere empatia. I bambini oggi ricevono tantissimi stimoli e tantissime opinioni dall’esterno. Non possiamo controllare tutto quello che vedranno o ascolteranno. Possiamo però aiutarli a costruire consapevolezza, senso critico, rispetto per sé stessi e per gli altri. Se hanno una base interiore solida, saranno più capaci di orientarsi anche in un mondo molto veloce.
Il progetto del Piccolo custode del bene potrebbe svilupparsi anche attraverso attività e strumenti educativi. Come immagini il futuro di questo progetto e di The Vita’s Way?
Vorrei che Il Piccolo Custode del Bene non rimanesse soltanto un libro. Mi piacerebbe svilupparlo attraverso attività, quaderni, carte educative, piccoli strumenti che possano essere utilizzati da bambini, famiglie e magari anche scuole. E vorrei che The Vita’s Way diventasse uno spazio più ampio in cui parlare di crescita personale, educazione, famiglia e consapevolezza in modo semplice e concreto. Il filo che unisce tutto è sempre lo stesso: aiutare le persone a fermarsi, riflettere e scegliere in modo più consapevole.