“Risolta con riserva”: Clara Riva esplora le contraddizioni dell’amore contemporaneo

 

Un memoir ironico sulle relazioni sentimentali, sugli errori che a volte ripetiamo e sul coraggio di rimetterci in gioco dopo una delusione.

 

Ci sono storie d’amore che finiscono, incontri che lasciano più domande che risposte e campanelli d’allarme che, per qualche ragione, preferiamo non ascoltare. È da qui che parte “Risolta con riserva” di Clara Riva, un memoir sentimentale che affronta le complicazioni dell’amore con ironia e uno sguardo capace di non prendersi troppo sul serio.

 

Dopo un matrimonio finito, Clara torna a frequentare uomini e a confrontarsi con le proprie aspettative. Nel suo percorso incontra personaggi dai nomi decisamente evocativi: l’uomo Caronte, l’uomo Montagne Russe e quello che gira le frittate. Figure che fanno sorridere, ma nelle quali è facile riconoscere atteggiamenti già incontrati, magari proprio nelle nostre esperienze.

 

Perché, quando si parla d’amore, non sempre basta sapere cosa ci fa stare male per riuscire a evitarlo. A volte continuiamo a sperare che una persona cambi, confondiamo l’attesa con la pazienza o facciamo fatica ad accettare che una relazione non sia ciò che avevamo immaginato. E così ci ritroviamo a fare i conti con le nostre contraddizioni: vogliamo sentirci liberi, ma desideriamo essere scelti; cerchiamo stabilità, ma non sempre sappiamo come riconoscerla; impariamo dai nostri errori, eppure non siamo immuni dal ripeterli.

 

È proprio qui che il racconto di Clara Riva diventa interessante. Non perché offra risposte definitive o ricette per trovare il partner ideale, ma perché ci invita a guardare alle relazioni con un po’ più di sincerità e meno bisogno di giudicarci. Con ironia, l’autrice racconta la fatica di ricominciare, il confronto con le proprie aspettative e la possibilità di scoprire qualcosa di nuovo su di sé anche attraverso gli incontri sbagliati.

 

Del resto, ripartire dopo una delusione non significa aver capito tutto o essere finalmente immuni dagli errori. Significa, forse, concedersi un’altra possibilità, portando con sé ciò che si è imparato senza rinunciare alla voglia di vivere.

 

L’amore contemporaneo: liberi di scegliere, incerti nel legame

Il sociologo Zygmunt Bauman ha utilizzato l’espressione amore liquido per descrivere la fragilità dei legami nella modernità, in cui il desiderio di sicurezza convive con la paura di perdere autonomia e possibilità di scelta.

 

Oggi possiamo scegliere con maggiore libertà come vivere una relazione, senza dover necessariamente aderire a un unico modello di coppia. Ma questa possibilità non elimina le difficoltà: quando le aspettative non vengono esplicitate, la libertà rischia di trasformarsi in ambiguità e il desiderio di indipendenza può entrare in conflitto con il bisogno di reciprocità.

 

Clara Riva riassume questa tensione in una frase efficace:

«Vorrei una relazione senza etichette, non senza verità. Libera, non clandestina. Privata, non segreta».

 

Non è l’etichetta a garantire la qualità di un rapporto. Conta piuttosto la possibilità di comprendere che cosa si sta costruendo insieme, senza lasciare l’altra persona in una continua incertezza.

 

La sociologia ci aiuta a leggere questa contraddizione senza ridurla a una questione di responsabilità individuale. Le nostre aspettative sentimentali sono influenzate anche dai modelli culturali, dalle immagini di coppia che incontriamo e dall’idea che una relazione debba confermare il nostro valore. L’amore è un’esperienza personale, ma prende forma anche dentro la società in cui viviamo.

 

Da Jane Austen alle relazioni di oggi: il peso delle aspettative

Un parallelo letterario interessante è quello con Jane Austen. Nei suoi romanzi, da Orgoglio e pregiudizio a Ragione e sentimento, le relazioni si sviluppano tra convenzioni sociali, aspettative familiari, impressioni iniziali e giudizi che possono rivelarsi sbagliati.

 

Il contesto storico è molto diverso da quello raccontato da Clara, ma rimane attuale una domanda: quanto conosciamo davvero la persona che abbiamo davanti e quanto, invece, vediamo ciò che speriamo di trovare?

 

Nei romanzi di Austen, le scelte sentimentali sono strettamente legate alla posizione sociale e alle convenzioni dell’epoca. Oggi molte di quelle pressioni hanno assunto forme differenti, ma continuiamo a confrontarci con modelli di felicità, aspettative di coppia e immagini di ciò che una relazione dovrebbe offrirci.

 

In Risolta con riserva, l’ironia permette di osservare lo scarto tra queste aspettative e la vita reale. I personaggi incontrati da Clara non sono soltanto figure da evitare: diventano occasioni per riflettere su come interpretiamo i comportamenti altrui e su quanto possa essere difficile abbandonare un’immagine quando ci siamo affezionati alla possibilità che rappresenta.

 

Quando riconoscere un problema non basta

Le red flags, i segnali d’allarme nelle relazioni, sono entrate stabilmente nel linguaggio quotidiano. Ma individuare un comportamento problematico non significa automaticamente riuscire a prendere le distanze.

 

Possiamo accorgerci di un’incoerenza e continuare a sperare in un cambiamento. Possiamo dare più peso ai momenti felici che alle delusioni, perché quella relazione sembra rispondere a un bisogno importante: sentirci riconosciuti, desiderati o finalmente scelti.

 

Uno degli spunti emersi dal confronto con Clara riguarda proprio la distanza tra capire una situazione e riuscire a viverla diversamente. Le emozioni, le aspettative e il ragionamento non sempre conducono alla stessa conclusione.

 

L’autrice rappresenta questa contraddizione attraverso il suo «condominio cerebrale», popolato da figure interiori che sembrano discutere su come affrontare le situazioni. Una metafora ironica che richiama un’esperienza comune: dentro di noi possono convivere il desiderio di credere in qualcuno e la consapevolezza che qualcosa non funziona.

 

Non tutte le relazioni difficili sono uguali e non ogni errore determina necessariamente la fine di un rapporto. Quando, però, sono presenti violenza, controllo o minacce, allontanarsi può essere complicato da paura, isolamento e rischi concreti. In questi casi, liquidare tutto con un semplice «basta andarsene» significa ignorare la realtà di chi subisce.

 

La domanda diventa allora più interessante: quanto siamo disposti a guardare i fatti, anche quando contraddicono la storia che avremmo voluto vivere?

 

I cerchi irrisolti e il diritto di ripartire

«Per molto tempo ho creduto che chiudere un cerchio significasse ottenere una spiegazione, una risposta o almeno un finale condiviso: qualcuno che si sieda davanti a te, riconosca ciò che è successo e collabori educatamente alla conclusione. Invece non funziona sempre così».

Questa riflessione di Clara tocca il bisogno di dare un senso alle storie che finiscono senza un chiarimento. Spesso vorremmo che l’altra persona riconoscesse ciò che è accaduto, ammettesse i propri errori o ci aiutasse a trovare una conclusione.

 

Ma la vita non segue sempre la struttura ordinata di un romanzo. Non tutti i finali sono condivisi e non tutte le domande ricevono una risposta.

 

Possiamo continuare a cercare spiegazioni, ma il nostro futuro non può dipendere interamente dalla disponibilità altrui a fornircele. A volte ripartire significa accettare che una storia rimanga incompleta, senza negare il valore di ciò che abbiamo vissuto.

 

Clara introduce anche un’altra immagine significativa:

«C’è chi impara a chiedere aiuto. Chi impara ad aspettarselo. E chi comprende molto presto che, se vuole sentirsi al sicuro, deve costruire da sé il proprio rifugio».

 

Proteggere i propri confini è importante, ma non dovrebbe significare rinunciare alla vulnerabilità e alla possibilità di incontrare qualcuno. L’autonomia non consiste nel non avere bisogno degli altri: consiste nel poter costruire un legame senza perdere il rapporto con sé stessi.

 

È qui che il titolo Risolta con riserva acquista significato. Non dobbiamo aver risolto ogni questione personale prima di ricominciare. Possiamo continuare a imparare, cambiare prospettiva e accogliere nuove possibilità senza pretendere di essere diventati immuni dagli errori.

 

Clara non rinuncia alla speranza di un nuovo incontro. E forse è proprio questo il punto: continuare a credere nell’amore senza chiedergli di risolvere ogni cosa e senza dimenticare ciò che abbiamo imparato lungo la strada.

 

Chi è Clara Riva

Clara Riva vive a Roma, è madre di due figli, imprenditrice, counselor e scrittrice. La sua formazione in psicobiologia del benessere e nel counseling si intreccia con l’interesse per le relazioni, le separazioni, i confini personali e le convinzioni culturali che influenzano il nostro modo di amare.

 

Nella scrittura osserva le contraddizioni quotidiane con profondità e ironia, concentrandosi soprattutto sulla distanza tra comprendere qualcosa e riuscire a metterla in pratica.

 

In Risolta con riserva racconta una donna che continua a interrogarsi e a ripartire, senza rinunciare alla speranza di un nuovo incontro. Perché forse non serve essere risolti una volta per tutte: serve imparare a scegliere senza smettere di ascoltarsi.

 

 

Intervista a Clara Riva: «L’amore non richiede di essere risolti una volta per tutte»

Dalle relazioni complicate al bisogno di chiudere i conti con il passato, una conversazione sull’amore contemporaneo, le aspettative e la possibilità di ricominciare senza avere tutte le risposte.

 

Nel libro racconti uomini molto diversi, dall’uomo Caronte all’uomo Montagne Russe, usando l’ironia per descrivere comportamenti che possono risultare familiari a molti lettori. Come sono nati questi personaggi? E quanto ti ha aiutata la scrittura a rielaborare esperienze che, mentre le vivevi, non erano necessariamente divertenti?

La domanda su come siano nati questi personaggi mi fa molto sorridere, perché vorrei potermi attribuire il merito di averli inventati. In realtà mi sono capitati. La mia fantasia si è occupata soprattutto dei soprannomi; per il resto, la vita ha fornito il materiale con una generosità che avrei anche potuto accettare in misura minore. Il racconto è autobiografico. Sono uomini reali nei quali sono incappata, per fortuna o per disgrazia, lungo il cammino. A volte entrambe le cose, in momenti diversi della stessa relazione. C’è un’eccezione: l’uomo che si dichiara “risolto”, all’inizio del libro, raccoglie più uomini, più voci, quella sicurezza con cui qualcuno si presenta come se avesse già sistemato ogni questione della propria esistenza.

Gli altri, invece, hanno una storia precisa. I loro nomi nascono dalla funzione che hanno avuto nella mia vita, da come mi hanno fatta sentire o da una frase che, a un certo punto, ha raccontato molto bene la situazione. Caronte prende il nome proprio dalla sua funzione di traghettatore. Mi ha presa sulla riva del divorzio e mi ha accompagnata verso l’altra riva, verso una nuova fase della mia vita. Lui pensava che saremmo scesi insieme. Io, invece, sono scesa da sola e poi sono incappata in un’altra relazione. Quello che può sembrare crudo, e che per me è importante riconoscere, è che alcune persone svolgono una funzione in un determinato periodo della nostra vita. Succede nel bene e nel male, spesso attraverso un processo di cui diventiamo consapevoli soltanto dopo. Mentre lo viviamo ci sono sentimenti, bisogni, aspettative; non necessariamente sappiamo dove stiamo andando o quanto durerà quel tratto di strada insieme. Possiamo però scoprire, a distanza, che quella persona ci ha accompagnati esattamente nel passaggio di cui avevamo bisogno, senza essere la persona con cui avremmo proseguito. Riscrivere di Caronte mi ha fatto provare una grande tenerezza, perché era veramente un uomo buono. Non ho qualcosa di cattivo da attribuirgli per rendere più semplice il racconto della nostra fine. Potrei dire che era l’uomo sbagliato, ma anche questo sarebbe inesatto. È stato l’uomo giusto per me in quel momento, in quella fase della mia vita. Io sono stata la donna sbagliatissima per lui in quel periodo della sua. È una frase dura da pronunciare, soprattutto quando sai che dall’altra parte c’era una persona buona, con aspettative diverse dalle tue. Però fa parte della verità di quella storia e voglio assumermi anche questa parte del racconto. Montagne Russe deve il nome a come mi ha fatta sentire emotivamente. C’erano i grandi picchi, le discese ripidissime e i momenti di calma. Soprattutto, c’era quella sospensione che si prova quando il vagone sembra fermarsi per qualche secondo e tu non sai che cosa succederà subito dopo: se ripartirai verso l’alto oppure precipiterai. Sei lì, ferma, ma non sei tranquilla. Stai aspettando di scoprire quale sarà il prossimo movimento. Mettere nero su bianco quello che avevo vissuto con lui mi ha dato un grande senso di liberazione. Per quanto abbia usato l’ironia per raccontarlo, è stata una persona emotivamente molto violenta con me. Ci tengo a quella parola, “emotivamente”, perché è lì che si è prodotto il disorientamento: nella mistificazione della realtà, dei sentimenti, delle emozioni, di ciò che pensavo stessimo vivendo. Tre anni e mezzo dentro una dinamica del genere possono destabilizzare profondamente anche una persona solida, consapevole, convinta di conoscersi.

Il lavoro fatto su di sé non impedisce di soffrire o di perdere l’orientamento quando quello che accade viene continuamente rimesso in discussione. Scriverne mi ha permesso di restituire una forma a ciò che avevo provato. Il fatto che oggi riesca anche a far sorridere raccontandolo non rende meno serio quello che ho vissuto. L’uomo dei cerchi è stato un altro uomo importante. Il suo nome nasce dai cerchi irrisolti che aveva nella propria vita e da una frase che mi sono ritrovata a dirgli spontaneamente. Quando ho capito che la sua situazione era molto più complicata di quanto avessi immaginato, l’ho guardato e gli ho detto: «Chiudi i tuoi cerchi, o, se non vuoi chiuderli, accettali». Non era libero, soprattutto come condizione mentale. E lui, alla fine, i suoi cerchi aperti li ha accettati. È rimasto nella sua zona di comfort, dentro una situazione che ha scelto di tenere così. Io, invece, in quei cerchi aperti non voglio stare. Questo, però, non esaurisce quello che sento per lui. Mi piaceva. Lo ritenevo, e lo ritengo ancora oggi, una persona che avrebbe potuto aggiungere valore alla mia vita, anche attraverso un’amicizia. Abbiamo provato a essere soltanto amici, ma non ha funzionato: l’interesse c’era da entrambe le parti e non riuscivamo a stare in quella forma di rapporto. Allo stesso tempo, una relazione rimaneva impossibile. Mi manca. Mi manca lui, come persona, nella sua interezza. Mi manca la sua testa, mi manca il suo contatto, mi manca quel suo modo molto particolare, a volte strano, ma accudente, di prendersi cura di me. Io ho spesso cercato di proteggermi dall’accudimento, per ragioni legate a un vissuto personale importante che non riguarda le relazioni amorose. Lui, in quel poco tempo, è riuscito in qualche modo a prendersi cura di me. E questo mi è rimasto. Riscrivere di lui mi ha lasciato un amaro in bocca che sento tuttora, anche se la storia è finita e so perché non voglio rientrarci. È uno dei capitoli che rileggo più spesso. A volte lo riapro proprio perché ho bisogno di risentirlo vicino. La scelta di andare via e la mancanza, per me, convivono. Non ho bisogno di negare quanto mi manca per confermare le ragioni per cui sono andata via. Poi c’è l’uomo del venerdì prossimo, che merita di essere nominato anche solo perché escludere unicamente lui, a questo punto, sarebbe scortese. Il soprannome nasce da un venerdì prossimo che non è mai arrivato. Abbiamo trascorso una serata bellissima, divertentissima, conclusa più o meno così: «Ci rivediamo venerdì?». «Certo, a venerdì prossimo». Per tutta una serie di eventi, imprevisti e circostanze quasi surreali, quel venerdì non c’è mai stato. E, a essere precisi, non ne sono arrivati neanche altri. Di lui mi rimane una bella parentesi: una serata piacevolissima con una persona divertente. Né più né meno di questo. Anche queste esperienze hanno un posto nella vita e nel libro, con la leggerezza che hanno avuto. Il raggiratore di frittate, invece, è il classico paravento che trova sempre il modo di sottrarsi alle proprie responsabilità. Qualunque cosa venga detta, fatta o accada, a un certo punto scopri che la colpa è tua. Lui rigira la frittata, ma nel farlo finisce per provare a raggirare anche te: ti porta a dubitare di quello che hai visto, di quello che hai chiesto, perfino del tuo diritto di averlo chiesto. Purtroppo per lui, mi ha incontrata in una fase della vita in cui il senso di colpa aveva già perso molto del suo potere. Avevo cominciato a sostituire, anche nel mio linguaggio e nell’educazione dei miei figli, la parola “colpa” con la parola “responsabilità”. È un cambiamento a cui tengo molto, perché cambia anche il modo in cui guardiamo i nostri errori. Se sbaglio, posso riconoscerlo. Se faccio male a qualcuno, posso ascoltare, assumermi la responsabilità di ciò che ho fatto e cercare di rimediare. Sono cose che riesco a fare senza convincermi di essere, tutta intera, una persona sbagliata. Io sono a posto con ciò che sono, con tutti i miei errori, i miei difetti e i miei sbagli. So di essere la versione migliore di me che posso offrire oggi, e questo comprende anche la possibilità di correggermi. Con lui, quindi, il giochetto non ha funzionato. Scrivere quel capitolo mi ha fatto ridere e mi ha lasciato ancora più chiara la consapevolezza di quanto sia meschino e subdolo fare leva sul senso di colpa altrui. È un meccanismo dal quale vorrei che imparassimo tutti a proteggerci.

Raccontare queste esperienze ha significato ritrovarmi davanti a emozioni molto diverse. Con Caronte è arrivata la tenerezza, con Montagne Russe la liberazione, con l’uomo dei cerchi una tristezza e una mancanza ancora presenti. Altrove ho ritrovato il piacere di una serata o l’assurdità di certe conversazioni, e ho riso. L’ironia tiene insieme il racconto, ma dentro ci sono tutte queste sfumature. Per me era importante lasciare a ciascuna storia il sentimento che mi ha lasciato, anche quando quel sentimento è scomodo o non coincide perfettamente con la decisione che ho preso.

 

Scrivi: «Vorrei una relazione senza etichette, non senza verità. Libera, non clandestina. Privata, non segreta». In una società che valorizza l’autonomia individuale e offre molti modi diversi di vivere una coppia, dove collochi il confine tra libertà affettiva e ambiguità? Quali elementi ritieni indispensabili per costruire un rapporto rispettoso, qualunque forma assuma?

Parto da un presupposto: ognuno ha il sacrosanto diritto di vivere una relazione nella forma che sente più affine al proprio essere. Non penso esista un unico modello valido per tutti e non credo che chi osserva dall’esterno abbia il diritto di giudicare un rapporto soltanto perché funziona secondo regole diverse dalle proprie. Io credo molto nel “vivi e lascia vivere”, in ogni ambito della vita. Questo principio, però, per me si accompagna a una frase che mi porto dietro da tantissimo tempo. Un giorno, in prima media, un professore ci disse durante una lezione: «La mia libertà finisce dove comincia quella degli altri». Mi rimase talmente impressa da diventare un mantra. Il “vivi e lascia vivere” e quel limite alla propria libertà possono sembrare in contraddizione; io li considero uno il proseguimento dell’altro. Posso scegliere come vivere, cercare ciò che mi fa stare bene e seguire quello che sento, riconoscendo lo stesso diritto alle persone coinvolte nelle mie scelte.

In una relazione, quindi, c’è una condizione fondamentale: l’altra persona deve conoscere ciò che le sto proponendo e desiderare di condividere quel modo di stare insieme. Ci deve essere una reale dichiarazione d’intenti, fondata su qualcosa che dovrebbe essere una banalità e che, evidentemente, così banale non è: la sincerità. Se tu vuoi una determinata forma di relazione, devi permettermi di capire che cosa significa concretamente per te. Poi io potrò scegliere se è qualcosa che desidero anch’io. Posso rispettare il tuo modo di vivere senza volerlo per me, e tu devi poter fare altrettanto. Il problema nasce quando la possibilità di vivere la coppia in modi diversi diventa un’espressione elegante dietro cui nascondere il desiderio di farsi gli affari propri senza essere chiari. Perché puoi anche non volere un’etichetta, ma devi essere disposto a dirmi la verità. Possiamo decidere di non chiamarci fidanzati, compagni o qualsiasi altra cosa: dobbiamo comunque sapere che cosa stiamo condividendo, che cosa desideriamo e quali accordi abbiamo preso. A volte, dopo qualche mese di frequentazione, arriva la domanda: «Quindi noi cosa siamo? Siamo esclusivi?». Bene: se scegliamo di esserlo, quella risposta ha un valore. Se scegliamo di vivere una relazione non esclusiva e siamo entrambi consapevoli e d’accordo, quella scelta merita lo stesso rispetto. Nessuno da fuori dovrebbe permettersi di giudicarla soltanto perché non la farebbe. Devono però restare la sincerità e il rispetto reciproco. Per me il tradimento riguarda profondamente la fiducia. Se ci siamo detti che il nostro rapporto ha determinate caratteristiche e uno dei due agisce diversamente, lasciando credere all’altro che gli accordi siano ancora quelli, sta tradendo la parola data e la possibilità dell’altra persona di scegliere. Questo vale qualunque forma abbia la relazione. Anche un rapporto non esclusivo può avere confini e accordi che vengono violati: definirlo libero non rende irrilevante ciò che ci siamo promessi. Io attribuisco un valore enorme alla lealtà. Quando dico una cosa, significa che la penso davvero, e sento la responsabilità di comportarmi in modo coerente con ciò che ho detto. Ho rispetto per le dichiarazioni che faccio a un’altra persona, perché so che quella persona può fidarsi delle mie parole e prendere decisioni anche sulla base di quelle. Naturalmente posso cambiare idea, scoprire di desiderare altro o rendermi conto che qualcosa non funziona più. In quel caso devo dirtelo, anche se è scomodo, anche se temo la tua reazione, anche se potrei perderti. Non posso continuare a lasciarti vivere dentro un accordo che io ho già smesso di rispettare. La fiducia, per me, è la base di qualsiasi rapporto. Quando voglio bene a qualcuno, parto dandogli il cento per cento della mia fiducia. Detta così può sembrare una condizione molto comoda: nessun interrogatorio, nessuna indagine, nessun controllo. E infatti io non ho né voglia né tempo di verificare continuamente che quello che mi viene raccontato sia vero. Non desidero una relazione nella quale debba ricostruire orari, cercare conferme o sorvegliare la persona che ho accanto. Faccio anche fatica a concepire che qualcuno possa dichiarare una cosa pensandone un’altra, proprio perché per me la parola ha quel peso. Però quella fiducia piena ha una conseguenza: se viene tradita, per me è molto difficile tornare indietro. Si incrina la possibilità di credere alla persona, di ascoltare una sua frase senza domandarmi che cosa ci sia dietro. E io voglio poter stare in un rapporto senza dovermi trasformare in un’investigatrice. È qui che, per me, si incontrano libertà e responsabilità. Se ometto qualcosa di essenziale perché temo che, sapendolo, l’altra persona potrebbe andarsene, sto interferendo con la sua libertà. Mi sto tenendo la possibilità di fare ciò che voglio e sto togliendo a lei o a lui gli elementi per decidere che cosa vuole. Magari mi racconto che lo faccio per non ferire, ma devo anche chiedermi se non stia cercando di evitare una conseguenza che dispiacerebbe a me. Essere sinceri comporta accettare che le nostre esigenze possano essere incompatibili e che la risposta possa essere un no. Io ho il diritto di desiderare un certo rapporto; l’altro ha il diritto di non volerlo. Questo non significa che, per rispettarci, dobbiamo riuscire a non deluderci mai. Una verità può far male, una separazione può far soffrire. Il rispetto comprende anche lasciare all’altro la possibilità di decidere della propria vita, persino quando la sua decisione ci dispiace. E quando scrivo «privata, non segreta», per me la distinzione sta anche qui: posso desiderare di custodire un rapporto, senza esporlo o raccontarlo a tutti, e nello stesso tempo volere che abbia uno spazio riconosciuto nella vita di entrambi.

La riservatezza può essere una scelta condivisa; essere tenuta nascosta è una condizione che non voglio subire. Non ho bisogno che una relazione venga esibita, ma ho bisogno di sapere quale posto occupo e di poter scegliere se quel posto mi va bene. Per questo gli elementi indispensabili, per me, sono la sincerità, il rispetto, la fiducia e la coerenza fra le parole e i comportamenti. La forma possiamo sceglierla insieme, possiamo anche rivederla nel tempo, purché continuiamo a parlarci con onestà. Il mio “vivi e lascia vivere” comprende tutto questo: tu sei libero di essere come sei, io sono libera di capire se voglio esserci. La libertà deve appartenere a tutti quelli che stanno vivendo quel rapporto.

 

A volte riconosciamo comportamenti che ci fanno stare male, ma continuiamo a sperare che le cose cambino. Secondo te, quanto incidono il bisogno di sentirsi scelti e le aspettative che proiettiamo sull’altra persona? Come possiamo distinguere ciò che una relazione ci offre davvero da ciò che speriamo possa diventare?

Credo che il bisogno di sentirsi scelti e le aspettative abbiano un peso importante, che cambia da persona a persona. Quando incontriamo qualcuno portiamo con noi ciò che abbiamo vissuto, l’ambiente in cui siamo cresciuti e quello che abbiamo imparato sulle relazioni, spesso senza che nessuno ce lo abbia spiegato esplicitamente. Lo abbiamo appreso attraverso l’esperienza: come siamo stati ascoltati, come venivano accolti i nostri bisogni, in che modo ricevevamo attenzione, quali risposte arrivavano quando cercavamo vicinanza. Le persone che si sono prese cura di noi hanno contribuito a questo apprendimento, insieme al contesto sociale e culturale e alle esperienze successive. La nostra storia continua a svilupparsi, ma entra anche nelle aspettative con cui ci avviciniamo agli altri. Per questo, prima di chiedermi quanto una persona abbia bisogno di sentirsi scelta, mi interessa capire che cosa significhi per lei essere scelta. Sentirsi importante? Ricevere attenzione? Essere riconosciuta per quello che fa? Sapere di poter contare su qualcuno? Dietro la stessa richiesta possono esserci esigenze diverse. Abbiamo molti bisogni in comune, ma cambia l’intensità con cui li sentiamo e il modo in cui cerchiamo di soddisfarli. Il riconoscimento, per esempio, non occupa lo stesso spazio per tutti. C’è chi desidera ricevere conferme frequenti e le domanda apertamente: «Sono stato bravo? Ti è piaciuto quello che ho fatto?». Altre persone tendono a cercare maggiormente dentro di sé la conferma delle proprie scelte e delle proprie capacità. Io mi riconosco più in questa seconda modalità. Questo non mi rende più forte, non certifica un’autostima superiore e non rende più fragile chi sente maggiormente il bisogno di un riscontro esterno. Sono modi diversi di vivere quel bisogno. E, tra l’altro, il fatto che io non chieda facilmente «Dimmi che sono stata brava» non significa che non mi faccia piacere sentirmelo dire o che, qualche volta, non lo desideri. Non chiedere una conferma e non desiderarla mai sono due cose diverse. Dentro una relazione queste differenze contano, perché possiamo dare per scontato che l’altro capisca ciò di cui abbiamo bisogno o attribuisca agli stessi gesti il nostro stesso significato. Poi incontriamo una persona che sembra rispondere proprio a qualcosa di importante per noi e sentiamo che tutto combacia. Magari ci fa sentire riconosciuti in un modo particolare, ci offre un’attenzione che ci tocca profondamente oppure ci fa intravedere una possibilità che desideravamo da tempo. Quell’incontro iniziale può portarci ad attribuirle anche capacità e disponibilità che dobbiamo ancora conoscere. Quando, andando avanti, emerge una distanza fra quello che ci aspettavamo e quello che accade, possiamo rimanere legati all’impressione iniziale: se all’inizio mi sono sentita così, allora deve essere possibile ritrovarlo. E cominciamo ad aspettare che quella persona risponda stabilmente a un bisogno che forse non è in grado di soddisfare, o che non desidera assumersi in quel modo. Questo non rende automaticamente sbagliato il nostro bisogno e nemmeno rende necessariamente sbagliata l’altra persona. Può esserci un’incompatibilità che facciamo fatica ad accettare, proprio perché qualcosa fra noi aveva funzionato e magari continua a funzionare.

La difficoltà è riconoscere quanto peso stiamo dando a quella parte e quanto stiamo chiedendo al resto della relazione di adattarsi all’idea che ci eravamo fatti. Su come distinguere ciò che una relazione offre davvero da ciò che speriamo possa diventare, la palla di vetro non ce l’ho. E nemmeno una formula magica, purtroppo. Posso però indicare alcune cose alle quali ho imparato a prestare attenzione, attraverso il mio lavoro e anche attraverso anni di psicoterapia e di esperienza personale. La prima è distinguere l’evoluzione di un rapporto dall’attesa che l’altro diventi la persona di cui abbiamo bisogno. Le storie possono crescere, cambiare, trovare nuovi equilibri. È naturale che accada e che impariamo a conoscerci e a venirci incontro. Quella crescita, però, richiede la partecipazione di entrambi. Se per stare bene devo aspettare che l’altro desideri qualcosa che oggi non desidera, offra una presenza che non vuole offrire o modifichi aspetti fondamentali del suo modo di vivere, devo chiedermi su che cosa sto costruendo la mia scelta.

Quali cambiamenti stiamo facendo davvero insieme? Quali, invece, esistono soprattutto nella mia speranza? Un primo elemento concreto è la coerenza fra parole e comportamenti, osservata nel tempo. Se qualcuno mi dice di volere un certo rapporto, che cosa fa per costruirlo? Se mi cerca, mi dedica attenzione e crea intimità, come descrive quello che stiamo vivendo? Le discrepanze possono andare in entrambe le direzioni: ci sono parole bellissime alle quali non segue una presenza reale, ma anche gesti di grande vicinanza accompagnati da dichiarazioni che prendono continuamente le distanze. Quella differenza merita di essere guardata e chiarita, senza scegliere soltanto la parte che ci rassicura di più. La coerenza non garantisce che andrà tutto bene, ma ci aiuta a capire su quali elementi concreti possiamo basarci. Un’altra cosa importante è ascoltare ciò che succede dentro di noi. Anni fa la mia psicoterapeuta mi invitò a fare attenzione alle parole o alle frasi che mi tornavano in mente spontaneamente, anche mentre stavo facendo altro. È un suggerimento che, per un certo periodo, ho deciso bellamente di ignorare. Nel libro racconto un episodio legato a Montagne Russe: ero sotto la doccia, canticchiavo, e mi accorgevo che nella mia testa tornava una parola. «Scappa». Eravamo soltanto all’inizio della storia, eppure quella parola c’era già. Io trovavo spiegazioni, giustificavo, cercavo di rendere comprensibile quello che non mi convinceva. Intanto quel pensiero continuava a presentarsi. Oggi darei molto più spazio alla domanda che allora rimandavo: che cosa mi sta facendo sentire così? Non considero ogni sensazione una verità sull’altra persona. Mi è capitato tante volte di ricredermi su una prima impressione, in entrambe le direzioni. Esistono reazioni rapide, anche corporee, che precedono una spiegazione ragionata di quello che stiamo provando; possono risentire sia di ciò che sta accadendo sia delle nostre esperienze precedenti. Per me ascoltarle significa fermarmi a comprenderle, osservare il contesto e i comportamenti, anziché liquidarle subito perché disturbano qualcosa che desidero. Quel «scappa» appartiene alla mia esperienza: non è un test da applicare a chiunque, ma per me è stato un segnale che avrei voluto prendere più sul serio. Infine, farei molta attenzione alla frequenza con cui ci ritroviamo a giustificare l’altra persona. Una battuta infelice può capitare, così come una giornata difficile o un appuntamento saltato per un imprevisto. Però, se mi sento ripetere continuamente «Era stanco», «Chissà che cosa è successo al lavoro», «Poverino, avrà i suoi problemi», devo fermarmi. Soprattutto se quelle spiegazioni le sto producendo io, mentre dall’altra parte manca un chiarimento, un’assunzione di responsabilità o un cambiamento. Comprendere le difficoltà di qualcuno è importante, ma anche l’effetto dei suoi comportamenti su di me merita considerazione.

Posso capire perché una persona si comporta in un certo modo e riconoscere che quel modo mi fa male. Quando ogni episodio viene trattato come un’eccezione, rischiamo di non accorgerci che le eccezioni sono diventate la nostra quotidianità. È lì che mi chiederei: sto conoscendo questa persona per come si presenta, oppure sto continuamente intervenendo con le mie spiegazioni per rendere sostenibile il rapporto? Per me la consapevolezza passa anche da queste domande, senza pretendere risposte immediate o giudicare chi fatica a trovarle. Possiamo desiderare moltissimo che una storia funzioni e, nello stesso tempo, cominciare a guardare con onestà quello che ci sta offrendo oggi. Anche quando ciò che vediamo ci dispiace.

 

Nel libro rifletti sui cerchi irrisolti e sul desiderio di ottenere una spiegazione quando una storia finisce. Che cosa possiamo fare quando l’altra persona non è disponibile al confronto o non riconosce ciò che abbiamo vissuto? È possibile trovare una conclusione personale senza ricevere le risposte che avremmo voluto?

Sì, credo che sia possibile trovare una conclusione personale anche senza ricevere le risposte che avremmo voluto. È un percorso che può essere difficile proprio perché vorremmo dare una forma comprensibile a quello che è successo. Quando una storia finisce, ci piacerebbe sederci davanti all’altra persona e ricostruire insieme il percorso: che cosa è cambiato, dove abbiamo smesso di incontrarci, quali errori abbiamo fatto, perché siamo arrivati fino a quel punto. Immaginiamo che capire ci darebbe un po’ di pace. E un confronto sincero può certamente aiutarci. Il problema è che non sempre l’altro è disponibile, oppure non sa darci una spiegazione, o ce ne offre una nella quale non riconosciamo ciò che abbiamo vissuto. A volte, poi, la risposta esiste, ma è difficilissima da accettare: un sentimento può finire senza che ci sia necessariamente una responsabilità da attribuire a qualcuno. È uno dei temi che affronterò nel prossimo libro, quindi mi concedo un piccolo anticipo. Possiamo aver amato molto una persona e, a un certo punto, non amarla più. Senza un episodio decisivo, senza un comportamento preciso al quale ricondurre tutto.

Per chi prova ancora quel sentimento è dolorosissimo: «Come sarebbe che non mi ami più? Mi amavi così tanto». Sì, e quello che c’era può essere stato vero, anche se oggi non c’è più. Vorremmo individuare qualcosa su cui intervenire, un errore da correggere, una spiegazione che ci permetta almeno di pensare che avremmo potuto fare diversamente. Accettare che non sempre esista una riparazione possibile è molto faticoso. Ecco, sono già partita per una digressione: chi mi conosce sa che comincio a rispondere a una domanda e, nel frattempo, ne incontro altre tre. Però torno al punto, perché anche questo riguarda i cerchi che cerchiamo di chiudere. Credo ci sia un principio fondamentale da ricordare: possiamo intervenire sulle nostre scelte e sui nostri comportamenti, ma non possiamo decidere quelli degli altri. Possiamo chiedere, esprimerci, spiegare, proporre un confronto. Non possiamo ottenere a comando la comprensione, la sincerità o la disponibilità di un’altra persona. Se qualcuno ha un comportamento che mi ferisce, posso dirglielo chiaramente e chiedergli di smettere. Posso spiegare che cosa non sono disposta ad accettare. Ma la decisione di modificare quel comportamento appartiene a lui o a lei. A me appartiene la possibilità di decidere come proteggermi, quale confine mettere e se continuare a stare in quel rapporto. Dopo la fine di una relazione vale lo stesso principio. Io posso desiderare moltissimo una spiegazione e chiederla, ma se l’altro non vuole darmela non posso costringerlo. A quel punto devo chiedermi per quanto tempo voglio lasciare la mia possibilità di andare avanti nelle mani di qualcuno che non sta partecipando a quel percorso. Sarebbe bellissimo arrivare al famoso tavolino, ordinare un caffè e sentirsi dire: «Guarda, sono un cretino. Ho sbagliato, ti ho mancato di rispetto, ti ho fatto soffrire. Sei una persona stupenda e non avrei dovuto trattarti così».

Credo che molti di noi abbiano immaginato, almeno una volta, una conversazione del genere. Ricevere delle scuse sincere può avere un valore profondo, può dare conforto e farci sentire finalmente riconosciuti. Ma nemmeno quella conversazione compie al posto nostro il percorso necessario per chiudere il cerchio. E se non arriva, il nostro dolore continua ad avere valore. Non diventa meno reale perché chi lo ha provocato non vuole ammetterlo. Possiamo desiderare quel riconoscimento senza farne la condizione indispensabile per riprendere in mano la nostra vita. È qui che entriamo in gioco noi, con le nostre risorse. A volte riusciamo a riconoscerle e a utilizzarle da soli, altre volte abbiamo bisogno di qualcuno che ci accompagni a vederle meglio. Chiedere un aiuto adeguato a quello che stiamo vivendo può essere parte di questo percorso. Per me chiudere un cerchio da sé non significa necessariamente farlo in solitudine. Significa che quel lavoro riguarda noi e che nessuno, nemmeno la persona che ci ha fatto soffrire, può svolgerlo interamente al nostro posto. Possiamo cominciare da ciò che conosciamo: quello che abbiamo sentito, desiderato, dato, chiesto e ricevuto in quella relazione. Possiamo riconoscere quando siamo stati fedeli a noi stessi e quando ci siamo allontanati da ciò che volevamo. Possiamo guardare anche i nostri errori, assumerci le nostre responsabilità e capire che cosa avremmo voluto fare diversamente. Questo non ci permetterà necessariamente di conoscere tutte le ragioni dell’altro, ma può aiutarci a comprendere meglio la nostra esperienza. Alcune domande potrebbero restare aperte. Chiudere il cerchio, per me, comprende anche la possibilità di accettarlo: non sapere tutto e, comunque, poter andare avanti. Poi c’è ciò che quella relazione ci lascia. Io attribuisco molto valore alla possibilità di crescere attraverso quello che vivo. Anche da una storia finita male può emergere qualcosa che prima non vedevo: un mio limite, un bisogno al quale non davo abbastanza spazio, un comportamento che voglio cambiare. Magari l’altro mi ha fatto notare un aspetto di me che inizialmente ho respinto e sul quale, dopo, riesco a riflettere con maggiore onestà. Posso riconoscere ciò che ho imparato senza per questo giustificare quello che mi ha ferita. E non devo riuscirci immediatamente: a volte, all’inizio, sento soltanto la mancanza o il dolore. La consapevolezza può arrivare dopo, quando ho lo spazio per guardare anche il resto. Per me continuare a crescere è una parte importante della vita. Pensiamo a tutti i compiti di ogni giorno, al lavoro, ai figli per chi ne ha, alle responsabilità da portare avanti. In mezzo a tutto questo ci siamo anche noi, con qualcosa da conoscere, da coltivare, da rivedere. Ogni tanto serve un aggiornamento del software, anche se preferiremmo rimandarlo perché siamo convinti che la versione precedente funzioni ancora benissimo.

Gli incontri possono aiutarci in questo: quelli felici, quelli difficili, quelli brevi e quelli che lasciano una traccia lunga. Osservando un’altra persona posso riconoscere una capacità che mi piacerebbe coltivare, un modo di affrontare le cose che mi offre una prospettiva nuova, oppure un comportamento nel quale non voglio riconoscermi. Rimango io, con la mia storia, senza dover diventare una copia di qualcuno o misurarmi continuamente con lui. È un modo di riportare l’esperienza su ciò che posso effettivamente conoscere e trasformare: me stessa. Per questo credo che una conclusione personale sia possibile. Può richiedere tempo, può lasciare ancora tristezza e non coincidere con la scomparsa di ogni sentimento. Ma posso arrivare a dire: so che cosa ho vissuto, riconosco ciò che questa storia mi ha lasciato e posso scegliere come proseguire. Anche se dall’altra parte di quel tavolino non si siederà nessuno.

 

Scrivi di chi, per sentirsi al sicuro, impara a costruire il proprio rifugio. Dopo una delusione, proteggersi può essere necessario, ma si rischia anche di diventare diffidenti. Nella tua esperienza personale e professionale come counselor, come possiamo stabilire confini più chiari senza trasformarli in barriere che ci impediscono di affidarci nuovamente a qualcuno?

Questa è probabilmente la domanda che mi mette più in difficoltà, perché chiama in causa due parti di me che conoscono bene l’argomento, ma da posizioni diverse: la counselor e la persona. E devo partire da una distinzione importante: io mi fido, ma faccio molta fatica ad affidarmi. Mi fido delle persone, della loro parola, di ciò che mi dicono. Come raccontavo prima, non voglio vivere controllando gli altri. Affidarmi, però, significa permettere a qualcuno di sostenermi, chiedere aiuto, lasciarmi accudire. E lì la questione cambia completamente. Ho un passato difficile e, attraverso esperienze che non è necessario raccontare qui, ho imparato molto presto, intorno ai cinque anni, che le persone alle quali ci affidiamo possono andarsene.

Nella mia esperienza questa consapevolezza ha modificato profondamente il modo di stare al mondo. Ho trovato una strategia per proteggermi: non chiedo, non mi appoggio, gestisco, faccio da sola. Una modalità diventata così abituale che spesso mi viene spontanea prima ancora di domandarmi se, quella volta, potrei fare diversamente. Posso riconoscere le mie capacità e la mia autonomia e, nello stesso tempo, vedere quanto mi costi lasciare che qualcuno si prenda cura di me. A volte, quando accade, mi manca l’aria. Sento il bisogno di recuperare spazio, anche se il gesto dell’altra persona nasce da un’intenzione affettuosa. Essere una counselor e aver fatto anni di psicoterapia mi aiuta a comprendere quello che succede, ma comprenderlo non rende automaticamente semplice viverlo. Posso accompagnare un’altra persona a riflettere su una difficoltà che, nella mia vita, continua a chiedermi attenzione. Per questo non potrei rispondere onestamente con una formula su come imparare ad affidarsi, come se io avessi già completato il percorso. Da bambina il mio rifugio era la cameretta. Era il posto nel quale, a un certo punto, potevo essere soltanto io. Crescendo, quella cameretta è diventata anche uno spazio nella mia testa: il luogo del mio “fuori tutti”, dove mi ritiro e torno a occuparmi da sola di quello che sento. È uno spazio che conosco molto bene e che per me ha avuto un valore protettivo. La domanda, oggi, riguarda anche quanto riesca a scegliere di entrarci e uscirne, senza che diventi l’unico posto nel quale mi sento al sicuro. E qui torno all’uomo dei cerchi, perché con lui ho vissuto qualcosa che rende questa distinzione molto concreta. Fra noi è emerso proprio il tema che mi stai chiedendo di affrontare. Mi faceva notare quanto fossi abituata a gestire tutto, a non chiedere mai aiuto. Vedeva una persona capace di cavarsela, ma mi diceva anche che quel fare sempre da sola rischiava di chiudermi troppo e di rendere sempre più difficile affidarmi a qualcuno. Ricordo quelle parole e ricordo un gesto, avvenuto in un altro momento, che nel libro non ho raccontato. Ero sdraiata accanto a lui. Mi appoggiò una mano sulla guancia e l’altra sull’altro lato della testa, tenendomi così, con delicatezza. In quel momento sentii le spalle scendere. Mi accorsi soltanto allora di quanto fossero contratte. Fino a un istante prima non ci avevo neppure fatto caso, tanto ero abituata a tenerle così. Il pensiero fu proprio questo: davvero erano così tese? In quel gesto ho sentito protezione e ho potuto lasciarmi andare senza avvertire quella mancanza d’aria che altre volte accompagna l’accudimento. Lui riusciva a farmi arrivare la sua cura lasciandomi spazio. È anche per questo che mi manca. Non cancella le ragioni per cui quella relazione non poteva continuare, ma appartiene a ciò che di importante ho vissuto con lui. E non trovo contraddittorio desiderare quella vicinanza e avere, nello stesso tempo, difficoltà a riceverla. Voler potersi affidare e riuscire a farlo sono due cose diverse. Quell’esperienza mi ha fatto sentire che, in determinate condizioni, per me era possibile. Non ha risolto tutto, ma non è stata una cosa da poco. Quando guardo la domanda dal punto di vista della counselor, parto proprio dalla necessità di capire la persona che ho davanti.

Che cosa significa, per lei, affidarsi? Che cosa teme possa accadere? Che cosa le permette di sentirsi rispettata mentre riceve aiuto o vicinanza? Ogni storia è diversa. Il gesto che ha rassicurato me potrebbe mettere a disagio qualcun altro. La quantità di spazio di cui ho bisogno io potrebbe essere vissuta da un’altra persona come distanza. Per questo un confine che funziona per me non può diventare automaticamente la misura giusta per tutti. Credo che stabilire confini più chiari richieda innanzitutto di riconoscere e riuscire a esprimere le proprie esigenze. Poter dire: «Questo per me è difficile», «Ho bisogno di tempo», «Su questa cosa accetto il tuo aiuto, su quest’altra preferisco fare da sola». E osservare come l’altra persona accoglie quelle parole. Se può ascoltarle senza insistere, senza ridicolizzarle e senza trasformare il nostro bisogno di spazio in un’offesa personale, abbiamo qualcosa di concreto su cui costruire. Affidarsi può anche cominciare da una cosa piccola, circoscritta, che scegliamo noi. Possiamo lasciare che qualcuno ci aiuti e continuare ad avere una voce su come quell’aiuto entra nella nostra vita. Possiamo accogliere una vicinanza e dire quando abbiamo bisogno di fermarci. Per me è importante che questa possibilità di scelta rimanga presente: non voglio dover rinunciare alla mia autonomia per ricevere cura, ma vorrei anche che la mia autonomia mi permettesse di scegliere la cura, quando la desidero. Naturalmente rimane una parte di incertezza. Nessun confine può garantirci che non saremo mai delusi e nessuna persona può offrirci la certezza assoluta di non farci soffrire. È proprio questo che, per chi ha imparato presto a fare da solo, può essere così difficile da accettare. Possiamo però prestare attenzione a come veniamo trattati, riconoscere ciò che ci fa stare bene e ciò che ci mette a disagio, esprimerlo e decidere come procedere. Io questo lo comprendo, lo considero importante nel mio lavoro e continuo a impararlo nella mia vita. Il mio rifugio esiste ancora e non voglio fingere che sia scomparso. Vorrei poterci tornare quando ne ho bisogno, sapendo che posso anche lasciar avvicinare qualcuno senza perdere il mio spazio. Quella volta, con le sue mani intorno al mio viso e le spalle che finalmente scendevano, ne ho sentito la possibilità.

 

Il titolo Risolta con riserva sembra suggerire che non dobbiamo avere tutte le risposte prima di ripartire. Dopo le esperienze raccontate nel memoir, è cambiato il tuo modo di guardare alle relazioni? E che cosa diresti a chi, dopo una separazione o una storia dolorosa, desidera ancora innamorarsi ma teme di ripetere gli stessi errori?

Sì, è cambiato. Diciamo che oggi concedo meno tempo agli errori. Mi piacerebbe raccontare che ho sviluppato un sistema infallibile per riconoscere immediatamente le persone incompatibili con me e proseguire serenamente per la mia strada. Sarebbe una bella conclusione, molto rassicurante. Purtroppo, se vedo una red flag dall’altra parte della strada, può ancora capitarmi di attraversare. La vedo, eh. Grande quanto una casa. Attraverso lo stesso. La differenza è che oggi mi accorgo prima di dove sono finita e ci rimango meno. Se riconosco che qualcosa non fa per me, riesco più facilmente a dirlo e a fermarmi, anche all’inizio di una conoscenza. Senza dover aspettare che la situazione diventi abbastanza complicata da meritare un capitolo. Ho imparato a mettere confini più netti e a prendere sul serio quello che sento quando mi accorgo che una relazione non mi fa stare bene. E ho imparato che, per dire «Questa cosa non va bene per me», non devo dimostrare che l’altra persona sia sbagliata in assoluto. Può essere una persona con delle qualità, può piacermi, possiamo avere trascorso momenti belli, e comunque il rapporto che possiamo costruire può non essere quello che desidero. Oggi riesco più spesso a fermarmi a questa constatazione, senza avviare un progetto di ristrutturazione dell’intera faccenda. Anche con le frittate ho fatto progressi. Riconosco prima il movimento del polso: vedo che qualcuno sta per rigirarne una e, invece di precipitarmi ad afferrarla al volo, la lascio cadere. Non sento più la stessa necessità di giustificarmi, ricostruire tutta la conversazione e dimostrare che avevo semplicemente fatto una domanda. Posso accorgermi del meccanismo e decidere che non voglio partecipare. Questo, per me, è già un cambiamento importante. Resto capace di sbagliare, di entusiasmarmi, di vedere possibilità che poi non trovano spazio nella realtà. Però riesco a riconoscerlo con un po’ più di tempestività. E il titolo contiene anche questo: “con riserva” lascia aperta la possibilità che domani ci sia ancora qualcosa da capire. A chi desidera innamorarsi ma teme di ripetere gli stessi errori direi, con molto affetto: è possibile che tu sbagli ancora. Può anche capitarti di riconoscere una situazione già vissuta e domandarti come sia possibile essere tornata proprio lì, dopo tutte le riflessioni, le promesse e i discorsi lucidissimi fatti alle amiche. Succede. Nessuno riceve un certificato di esenzione dall’errore dopo una separazione o una storia dolorosa. Ma sarebbe un peccato rinunciare in anticipo a qualcosa che ancora non conosciamo soltanto perché non possiamo avere la garanzia che andrà bene. Possiamo prenderci il tempo che ci serve, scegliere con più attenzione, imparare a fermarci. Possiamo anche decidere di stare da soli perché è quello che desideriamo. Quello che mi dispiacerebbe è lasciare che la paura decida per noi anche quando sentiamo ancora il desiderio di incontrare qualcuno. “Sbagliando si impara” sembra una frase fatta, una di quelle che ci ripetono dalla prima elementare. E qui posso offrire una testimonianza autobiografica decisamente meno sentimentale: la E maiuscola in corsivo. Da bambina ho pianto un pomeriggio intero perché non riuscivo a farla. Ho riempito praticamente metà quaderno di tentativi sbagliati. Nell’altra metà, a un certo punto, ci sono riuscita. Oggi so fare una E maiuscola in corsivo perfetta. Sulle relazioni, invece, la calligrafia è ancora migliorabile. Ma quel quaderno me lo ricordo, perché contiene una cosa semplice: se avessi smesso alla prima metà, avrei conservato soltanto la convinzione di non esserne capace. Con le persone naturalmente è più complicato, perché siamo in due e nessuna quantità di impegno può garantire il risultato. Però posso imparare qualcosa su di me, su quello che desidero, su ciò che sono disposta a condividere e su ciò che non voglio più accettare. Posso portare questa consapevolezza in un incontro nuovo, lasciandogli lo spazio di essere diverso dai precedenti. Per me è questo il senso del ripartire: avere ancora voglia di vivere qualcosa, sapendo che potrei sbagliare e che, se accadesse, potrei anche riconoscerlo, cambiare direzione e continuare. Non voglio precludermi la vita per la paura di sbagliare. Ed è esattamente ciò che direi a una amica o a un cliente. La E maiuscola l’ho imparata. Sul resto mi tengo la riserva.

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