“Allenare è far apprendere”: il libro di Davide Tedeschi sull’autonomia e la crescita del calciatore
Non dire a un giocatore cosa fare, ma aiutarlo a comprendere il gioco per trovare la propria soluzione. È da questa idea che nasce Allenare è far apprendere, il libro di Davide Tedeschi che invita a ripensare il ruolo dell’allenatore, il valore dell’errore e la responsabilità di chi impara.
C’è una differenza tra insegnare a qualcuno cosa fare e metterlo nelle condizioni di capire come farlo.
È una distinzione che incontriamo nell’educazione, nella formazione e nel coaching. Ed è anche il punto da cui partire per comprendere Allenare è far apprendere di Davide Tedeschi, allenatore UEFA B che ha scelto di mettere al centro del proprio lavoro il processo decisionale del calciatore.
Il calcio è un gioco imprevedibile. Le situazioni cambiano continuamente, gli spazi si modificano e ogni scelta deve confrontarsi con ciò che accade in quel preciso momento. Per questo, secondo Tedeschi, allenare non significa fornire risposte preconfezionate, ma aiutare il giocatore a osservare, comprendere e decidere.
«Il mio compito non è dire continuamente al giocatore cosa fare. Il mio compito è educarlo ad osservare».
Questa frase mi ha colpito perché racchiude una questione che va oltre il campo da calcio: quanto aiutiamo davvero le persone a diventare autonome, quando siamo noi a fornire continuamente le risposte?
Dal calcio al coaching: imparare a scegliere
Leggendo i concetti al centro del libro, ho ritrovato una riflessione vicina al coaching: accompagnare una persona non significa decidere al suo posto, ma aiutarla a sviluppare consapevolezza, riconoscere le possibilità a disposizione e assumersi la responsabilità delle proprie scelte.
Il coach non è colui che conosce necessariamente la strada migliore per l’altro. È un professionista che facilita un processo attraverso il quale la persona può chiarire i propri obiettivi, esplorare alternative e individuare le risorse necessarie per agire.
Nel calcio, naturalmente, il contesto è diverso. L’allenatore deve lavorare sulle competenze tecniche, sulla dimensione tattica e sull’organizzazione collettiva. Ma la questione dell’autonomia rimane centrale: un giocatore non può dipendere continuamente dalle indicazioni ricevute dalla panchina. Deve imparare a leggere il gioco e a prendere decisioni coerenti con la situazione.
È qui che il pensiero di Tedeschi incontra una delle questioni fondamentali del coaching: la crescita non consiste nell’accumulare risposte, ma nel diventare progressivamente più capaci di affrontare le domande che la realtà ci pone.
Anche John Whitmore, tra i principali riferimenti del coaching moderno, ha valorizzato il rapporto tra consapevolezza, responsabilità e sviluppo del potenziale. Non si tratta di confondere il lavoro dell’allenatore con quello del coach, ma di riconoscere un principio comune: favorire l’apprendimento richiede di coinvolgere attivamente la persona nel proprio percorso.
Autonomia significa anche assumersi la responsabilità
Un aspetto particolarmente interessante di Allenare è far apprendere riguarda il rapporto tra decisione ed errore.
Se un calciatore viene giudicato soltanto in base al risultato finale di un’azione, rischia di perdere di vista il processo che lo ha portato a scegliere. Una decisione può essere sensata rispetto a ciò che il giocatore ha osservato, pur non producendo l’esito desiderato.
Questo non significa giustificare ogni errore. Significa utilizzarlo come occasione per comprendere, correggere e migliorare.
L’allenatore, in questa prospettiva, non rinuncia alla propria responsabilità: costruisce situazioni di apprendimento, osserva le reazioni dei giocatori e interviene con feedback capaci di stimolare la riflessione, anziché sostituirsi sistematicamente al loro ragionamento.
Mi sembra un passaggio importante anche per chi si occupa di crescita personale. Spesso cerchiamo la risposta giusta prima ancora di aver compreso il problema. Vorremmo evitare l’errore, essere sicuri della scelta e conoscere in anticipo il risultato. Ma l’autonomia si sviluppa proprio imparando a confrontarsi con l’incertezza.
Julio Velasco, nel suo lavoro con gli atleti, ha più volte richiamato l’importanza di distinguere l’errore dalla persona e di considerare le difficoltà come parte del percorso di apprendimento. È un richiamo utile per comprendere quanto il contesto e il modo in cui viene esercitata l’autorevolezza possano influenzare la disponibilità a sperimentare.
La fiducia non elimina la responsabilità. Crea le condizioni perché la responsabilità possa maturare.
Il compito dell’allenatore è rendersi meno indispensabile?
Tedeschi scrive che l’obiettivo dell’allenatore non è rendersi indispensabile, ma accompagnare il giocatore fino al punto in cui diventa capace di orientare autonomamente il proprio processo decisionale.
È forse uno dei passaggi più significativi del libro.
Se pensiamo al rapporto tra allenatore e calciatore, educatore e allievo, oppure coach e cliente, emerge una domanda: il nostro lavoro è davvero efficace quando gli altri continuano ad avere bisogno di noi per ogni decisione, oppure quando diventano capaci di utilizzare ciò che hanno appreso anche in nostra assenza?
Non significa che la guida perda valore. Significa che il suo valore si misura anche nella capacità di favorire una crescita che non dipenda costantemente dalla presenza di chi insegna.
Per ottenere questo risultato non bastano buone intenzioni. Servono tempo, ascolto, osservazione e un contesto nel quale sia possibile provare, sbagliare e ripartire. L’apprendimento, infatti, non è un processo lineare: procede attraverso progressi, difficoltà e momenti di riorganizzazione.
È proprio in questa complessità che l’allenatore è chiamato a esercitare il proprio ruolo, adattando le proposte a ciò che osserva e non soltanto a ciò che aveva programmato.
Come sintetizza Tedeschi:
«Ogni seduta termina. L’apprendimento continua».
Chi è Davide Tedeschi e a chi si rivolge il libro
Davide Tedeschi è un allenatore UEFA B. Il suo percorso inizia nel settore di base, al Colli di Luni, dove lavora per cinque stagioni con due gruppi di Pulcini. Sono anni importanti per la sua formazione, durante i quali osserva come bambini diversi possano reagire in maniera differente alla stessa correzione, a un rimprovero o a un apprezzamento.
Prosegue poi nel calcio agonistico con Atletico Carrara dei Marmi, Colli Ortonovo e Massese. Nella stagione 2023/24 raggiunge, con la Juniores Provinciale della Massese, 68 punti e la semifinale di Coppa Toscana.
Nel 2024/25 Davide Tedeschi affronta la sua prima esperienza alla guida di una prima squadra, sedendo sulla panchina del Romagnano in Prima Categoria. L’esonero dopo appena nove giornate rappresenta un passaggio decisivo nel suo percorso professionale. Più che un episodio da cui ripartire con spirito di rivalsa, diventa l’occasione per interrogarsi sul proprio metodo di lavoro e sul significato stesso dell’allenare.
Da quel momento prende forma un percorso di crescita fondato sull’osservazione degli allenamenti, sul confronto con altri tecnici, sulla partecipazione a corsi di formazione e, soprattutto, sull’esperienza quotidiana sul campo. Una ricerca che lo porta progressivamente a superare l’idea dell’allenatore come dispensatore di soluzioni, per concentrarsi sulla capacità di creare le condizioni affinché i giocatori possano apprendere, sviluppare autonomia e trovare risposte personali alle situazioni di gioco.
Successivamente Tedeschi assume la guida della Juniores Regionale Élite del Forte dei Marmi 2015, incarico per il quale viene confermato anche nella stagione seguente, conclusa con la qualificazione alla Coppa Toscana. Dalla stagione 2026/27 è alla guida degli Allievi Regionali Élite del Seravezza Pozzi Calcio, proseguendo un percorso tecnico e formativo nel quale la crescita del calciatore rappresenta il fulcro del lavoro quotidiano.
Allenare è far apprendere si rivolge agli allenatori che desiderano riflettere sul proprio metodo di lavoro, in particolare a chi opera nel settore giovanile e vuole favorire giocatori capaci di leggere il gioco, assumersi responsabilità e prendere decisioni autonome.
Può interessare anche educatori, formatori e professionisti della crescita personale, perché apre una riflessione sul significato dell’apprendimento e sul modo in cui una guida può accompagnare lo sviluppo dell’autonomia.
Non è un manuale di esercitazioni da copiare, ma un invito a interrogarsi su una questione fondamentale: stiamo insegnando alle persone a ripetere le nostre soluzioni oppure le stiamo aiutando a sviluppare le proprie capacità?

Davide Tedeschi: «Allenare è far apprendere», educare all’autonomia e alla responsabilità
Dalla tua esperienza nel settore giovanile è nata una particolare attenzione alla persona, oltre che al calciatore. C’è un episodio che ti ha fatto comprendere quanto il modo di comunicare dell’allenatore possa influenzare la fiducia, le decisioni e l’apprendimento di un ragazzo?
Più che un singolo episodio, direi che per me è stata una consapevolezza costruita attraverso situazioni ricorrenti. Mi è capitato diverse volte di allenare ragazzi che arrivavano da esperienze nelle quali non erano riusciti a esprimere le proprie competenze e che mi venivano presentati come problematici, poco affidabili o semplicemente di poco valore.
In alcuni casi, modificando il modo di comunicare, dando loro responsabilità reali, fiducia e uno spazio nel quale sentirsi compresi senza essere deresponsabilizzati, ho visto emergere qualità che inizialmente sembravano quasi non esistere. E i risultati, sul piano tecnico e umano, sono stati spesso molto superiori alle aspettative iniziali.
Questa esperienza mi ha insegnato che il modo in cui un allenatore guarda un ragazzo finisce inevitabilmente per influenzare anche il modo in cui quel ragazzo guarda se stesso. Se lo consideriamo soltanto attraverso ciò che non riesce a fare, rischiamo di restringere il suo spazio di crescita. Se invece costruiamo un contesto nel quale possa assumersi responsabilità, sbagliare, sentirsi ascoltato e percepire fiducia, aumentano anche le possibilità che trovi risorse che magari fino a quel momento non aveva mai espresso.
La conferma più forte, per me, arriva anche dopo. Mi succede spesso che ex giocatori mi scrivano a distanza di tempo, non tanto per parlare di una partita o di un risultato, ma per cercare un confronto personale rispetto al percorso che stanno vivendo. Questo mi fa pensare che la relazione costruita durante il lavoro abbia lasciato qualcosa che va oltre il calcio. Ed è probabilmente lì che ho capito davvero quanto la comunicazione, l’empatia e la fiducia possano diventare strumenti di apprendimento.
Nel libro scrivi: «Il mio compito non è dire continuamente al giocatore cosa fare. Il mio compito è educarlo ad osservare». Come si traduce concretamente questo principio sul campo? Come si può aiutare un giocatore a diventare autonomo senza lasciarlo solo davanti alle difficoltà?
Sul campo significa, prima di tutto, progettare situazioni nelle quali il giocatore abbia davvero qualcosa da osservare e da comprendere. Io posso costruire un contesto attraverso spazi, numeri, regole, obiettivi e relazioni, ma poi devo lasciare che il giocatore raccolga informazioni dal gioco: posizione di compagni e avversari, tempo disponibile, direzione dell’azione, ritmo, punteggio, momento della gara.
Questo non vuol dire abbandonarlo. L’autonomia non nasce dall’assenza dell’allenatore, ma dalla qualità del suo intervento. Posso fare una domanda, modificare un vincolo, richiamare l’attenzione su un’informazione che non sta riconoscendo, oppure fermare l’attività quando è davvero necessario. La differenza è che non voglio sostituirmi continuamente al suo processo decisionale.
Per me il punto è proprio questo: accompagnare senza occupare il centro. Una soluzione insegnata diventa apprendimento soltanto quando il giocatore sa riconoscere il problema che la rende utile. Se invece funziona solo perché l’allenatore gliel’ha ricordata, abbiamo ottenuto esecuzione, non ancora autonomia.
Dai molta importanza al rapporto tra autonomia, responsabilità ed errore. Come dovrebbe comportarsi un allenatore quando un giocatore prende una decisione che considera sbagliata? E come può distinguere un errore di esecuzione da una scelta poco efficace, senza giudicare soltanto il risultato finale?
La prima cosa che provo a fare è non giudicare immediatamente l’esito. Una palla persa non dimostra automaticamente che la decisione fosse sbagliata, così come un passaggio riuscito non dimostra che fosse la scelta migliore. Una decisione funzionale può essere eseguita male; una decisione poco efficace può invece essere tecnicamente perfetta.
Per questo, prima di correggere, cerco di ricostruire il processo: che cosa ha osservato il giocatore? Che cosa ha compreso? Quale vantaggio pensava di poter creare o sfruttare? Quali alternative aveva riconosciuto? Solo dopo posso capire se il problema è stato percettivo, decisionale o esecutivo.
Quando considero una scelta poco efficace, preferisco portare il giocatore a rileggerla piuttosto che consegnargli subito la risposta. Posso chiedergli cosa avesse visto, cosa avrebbe potuto osservare diversamente o cosa sarebbe cambiato scegliendo un’altra soluzione. L’errore, se viene trattato soltanto come qualcosa da eliminare, genera dipendenza dalla correzione. Se invece diventa informazione, può costruire responsabilità e apprendimento.
Il tuo approccio invita a superare l’idea dell’allenatore come unica fonte di risposte. Quanto contano l’ascolto, le domande e la qualità del feedback nel favorire l’apprendimento? Ritieni che alcuni principi del tuo metodo possano essere utili anche in altri contesti educativi e professionali?
Contano moltissimo, perché il feedback non è soltanto ciò che l’allenatore dice: è ciò che produce nel giocatore. Una spiegazione può essere corretta dal punto di vista tecnico e, nello stesso tempo, togliere al calciatore la possibilità di pensare. Per questo l’ascolto e le domande sono strumenti metodologici, non semplicemente relazionali.
Una domanda ben posta obbliga il giocatore a tornare dentro il problema. L’ascolto permette all’allenatore di capire quale processo mentale ha portato a una scelta. Il feedback, infine, dovrebbe orientare senza sostituire: a volte serve una spiegazione precisa, altre volte basta una domanda, altre ancora la scelta migliore è osservare e aspettare.
Credo che questo principio vada anche oltre il calcio. In molti contesti educativi e professionali il rischio è confondere il trasferimento di informazioni con l’apprendimento. Se vogliamo persone responsabili, capaci di decidere e di adattarsi, non possiamo limitarci a dire loro continuamente cosa fare. Dobbiamo costruire contesti nei quali possano comprendere i problemi, assumersi responsabilità e trovare progressivamente risposte proprie.
Quali allenatori, autori o esperienze hanno maggiormente influenzato la tua visione del calcio e il tuo modo di allenare? Ci sono principi o insegnamenti di figure come Julio Velasco che senti vicini alla tua idea di autonomia e responsabilità del giocatore?
Non c’è una singola figura alla quale attribuire la mia visione, perché molto è nato dalle esperienze sul campo, dagli errori, dai confronti e dalle domande che nel tempo hanno messo in crisi alcune mie convinzioni.
Se però devo indicare una persona che ha inciso particolarmente sul mio modo di pensare la metodologia, direi Francesco D’Arrigo. Il confronto con le sue idee e con il suo modo di leggere l’apprendimento mi ha aiutato soprattutto a spostare l’attenzione dalla soluzione all’apprendimento, dal comportamento visibile al processo che lo genera, e a interrogarmi molto di più su ciò che il giocatore comprende, riconosce e decide.
Non si è trattato di adottare un metodo o copiare un modello, ma di aprire domande nuove. Ed è forse questa l’influenza più importante che un allenatore o un autore possa avere: non consegnarti una risposta, ma costringerti a rivedere le domande che stai facendo.
Di Velasco sento certamente vicino il tema della responsabilità e dell’autonomia dell’atleta, pur non essendo stato un riferimento diretto nella costruzione del mio percorso metodologico. Questo si è sviluppato soprattutto attraverso il campo, il confronto con altri allenatori e, in maniera significativa, anche attraverso il pensiero di D’Arrigo.
Allenare è far apprendere rappresenta un punto d’arrivo oppure l’inizio di un nuovo percorso? Quali progetti vorresti sviluppare dopo il libro? Hai pensato a un video-corso, a incontri formativi o ad altri strumenti per aiutare gli allenatori a tradurre questi principi nella pratica quotidiana?
Allenare è far apprendere per me è molto più un punto di partenza che un punto d’arrivo. Scrivere il libro mi ha costretto a mettere ordine in idee che erano nate sul campo, ma proprio questo processo ha generato nuove domande. E credo che sia inevitabile: se una metodologia è viva, non può essere conclusa una volta per tutte.
Quello che mi interessa sviluppare ora non è tanto un “metodo da insegnare”, quanto creare occasioni nelle quali mettere questi principi alla prova del confronto e della pratica. Mi piacerebbe costruire momenti formativi nei quali non ci si limiti a spiegare concetti, ma si lavori su situazioni reali: progettazione della seduta, gestione dell’errore, qualità del feedback, costruzione dei problemi, osservazione del comportamento del giocatore. Incontri con allenatori e laboratori sul campo potrebbero essere strade interessanti.
Anche l’idea di un video-corso potrebbe avere senso, purché non diventi una raccolta di esercitazioni o soluzioni da replicare. Mi interesserebbe piuttosto mostrare il processo: partire da situazioni reali di allenamento, spiegare cosa osserva l’allenatore, quali domande si pone, quando interviene, quando aspetta e come modifica il contesto. Credo che strumenti di questo tipo possano aiutare a rendere più concreta la metodologia senza trasformarla in una ricetta.
Il rischio che voglio evitare è trasformare Allenare è far apprendere in un sistema chiuso da replicare. Sarebbe una contraddizione con il messaggio stesso del libro. Preferisco pensarlo come una chiave di lettura che aiuti ogni allenatore a interrogarsi sul proprio contesto, sui propri giocatori e sulle proprie scelte.
In fondo, la domanda che mi interessa lasciare aperta è semplice: quanto del nostro intervento sta davvero aiutando il giocatore a comprendere il gioco e quanto, invece, lo sta rendendo dipendente da noi?
Se il percorso funziona, il giocatore deve diventare progressivamente capace di osservare, comprendere, decidere e governare il gioco senza aspettare continuamente una risposta dall’allenatore.
Per questo, oggi, la frase che sintetizza meglio quello che cerco è questa: allenare significa prepararsi a non essere più necessari.
La crescita comincia quando lasciamo spazio all’altro
Il libro di Davide Tedeschi mi ha colpito perché invita a spostare l’attenzione da ciò che l’allenatore trasmette a ciò che il giocatore riesce realmente ad apprendere.
È un cambiamento di prospettiva che riguarda il calcio, ma che può stimolare una riflessione anche fuori dal campo.
Nella crescita personale siamo spesso alla ricerca di indicazioni, metodi e risposte capaci di risolvere rapidamente i nostri problemi. Eppure, diventare autonomi significa anche imparare a osservare meglio la realtà, riconoscere le proprie possibilità e assumersi la responsabilità delle decisioni.
Forse il compito di chi accompagna una persona nella sua crescita non è eliminare ogni difficoltà, ma aiutarla a sviluppare gli strumenti per affrontarla.
Perché una buona guida non si limita a indicare la direzione. Aiuta l’altro a imparare come orientarsi, anche quando sarà arrivato il momento di proseguire da solo.