Se il tuo corpo diventa il nemico: riconoscere e liberarsi dalle catene del giudizio. Ne parliamo con la psicoterapeuta Lorenza Bicchieri

C’è un momento, spesso silenzioso, in cui il corpo smette di essere semplicemente nostro.
Non accade all’improvviso, né per scelta consapevole. Accade quando iniziamo a guardarci con occhi che non ci appartengono più. Quando lo specchio non restituisce un’immagine, ma un verdetto.

 

È da qui che nasce il conflitto: quando il corpo diventa il luogo su cui si depositano aspettative, giudizi, ideali irrealistici. Un conflitto che non è solo individuale, ma profondamente sociale e culturale, e che oggi coinvolge in modo particolare donne, adolescenti e giovani adulti.

 

Per provare a comprendere come si costruisce questa frattura e come sia possibile iniziare a ricucirla, abbiamo scelto di affrontare il tema da un doppio punto di vista, sociologico e psicologico. Accanto all’analisi culturale, abbiamo dato spazio allo sguardo clinico di Lorenza Bicchieri, psicoterapeuta che lavora con approcci come Mindfulness, ACT e Mindful Eating, occupandosi da anni del rapporto tra corpo, cibo, identità e giudizio.

 

Il corpo come campo di battaglia sociale

Il corpo, soprattutto quello femminile, è uno dei primi territori su cui la società esercita controllo. Fin dall’infanzia viene educato allo sguardo: sii carina, composta, sorridente. Viene vestito, narrato, mostrato. Diventa presto qualcosa da esporre, da correggere, da misurare. Anche lo sport, che dovrebbe essere spazio di libertà e funzione, spesso rafforza questa dinamica, trasformando il corpo in superficie visibile prima ancora che in strumento di forza.

 

Questo addestramento all’oggettificazione genera un’esperienza di ostilità verso il proprio corpo. Il corpo diventa un problema da risolvere, un progetto da aggiustare. È così che il giudizio esterno si trasforma lentamente in conflitto interno.

 

Pressione culturale, diet culture e stigma del peso

Nella società occidentale contemporanea, il corpo femminile è storicamente associato a standard estetici basati su magrezza estrema, giovinezza e controllo del peso.


Questa pressione non è solo estetica, ma diventa morale.

Magrezza equivale a disciplina, successo, valore sociale.
Non conformità equivale a colpa, pigrizia, fallimento.

 

Il risultato è lo stigma del peso, che attraversa la vita quotidiana e arriva fino ai contesti sanitari, dove il corpo non conforme viene spesso ridotto a un numero sulla bilancia, senza considerare l’impatto psicologico della perdita di peso intenzionale e del weight bias sulla salute mentale e sul rapporto con il cibo.

 

Dati e contesto: quanto è diffuso il problema

I numeri mostrano quanto questa pressione sia pervasiva e potenzialmente dannosa.

 

A livello globale, circa l’8,6% delle donne sperimenterà un disturbo alimentare nel corso della vita, contro circa il 4% degli uomini.


Tra bambini e adolescenti, fino al 22% mostra segni di comportamenti alimentari disordinati.
Studi statunitensi indicano che una ragazza su tre ha provato a seguire consigli alimentari o di fitness trovati sui social network.


Molti giovani riportano insoddisfazione corporea significativa, anche in assenza di sovrappeso clinico.

Questi dati ci ricordano che non siamo di fronte a fragilità individuali isolate, ma a un problema culturale e sistemico.

 

Media e social network: il confronto permanente

La diet culture prospera su corpi resi insicuri e identità fragili, alimentando una promessa implicita ma potente: se cambi il tuo corpo, cambierà il tuo valore.
I social media amplificano questo meccanismo, favorendo il confronto continuo e l’interiorizzazione dell’ideale magro.

 

Revisioni sistematiche condotte in 17 Paesi mostrano una correlazione significativa tra uso dei social, preoccupazioni corporee e disturbi alimentari. Tendenze come SkinnyTok hanno raggiunto milioni di visualizzazioni, normalizzando messaggi che celebrano l’estrema magrezza e comportamenti alimentari dannosi.
È importante dirlo con chiarezza: i media non causano automaticamente un disturbo, ma aumentano il rischio in chi è già vulnerabile.

 

Conseguenze psicologiche e possibili soluzioni

Chi interiorizza i giudizi sul corpo sviluppa spesso disturbi dell’immagine corporea, insoddisfazione cronica, ansia, bassa autostima e comportamenti disfunzionali, dove l’obiettivo non è il benessere, ma conformarsi a uno standard impossibile. Il corpo diventa così un vero e proprio campo di battaglia interiore.

 

Per capire come iniziare a liberarsi da queste catene e come trasformare il rapporto con il corpo dal giudizio alla presenza e al rispetto, abbiamo parlato con Lorenza Bicchieri, che attraverso il suo lavoro clinico ci accompagna a immaginare percorsi più sostenibili, umani e rispettosi della complessità delle persone.

 

Intervista a Lorenza

Bicchieri

 

Dal tuo punto di vista clinico, come si costruisce nel tempo l’ostilità verso il proprio corpo?

Con un mix di ingredienti: ognuno da solo non dà origine a niente di particolare, ma messi tutti insieme nelle dosi giuste…qualcosa succede.

 

Dal punto di vista della predisposizione, quindi caratteristiche di personalità, diciamo che la sensibilità all’approvazione sociale può essere sicuramente un fattore facilitante. Questo fattore, unito ad un ambiente che pone il corpo costantemente sotto giudizio fin dalla più tenera età (es.: commenti sul corpo, anche innocentissimi, come “wow! Quanto sei cresciut*”), fanno sì che i nostri cervelli deducano molto presto che il corpo è oggetto di interesse.

 

Con lo sviluppo e la crescita, i criteri di giudizio del mondo degli adulti vengono interiorizzati e fatti propri. È in quel momento (tra i 2 e 3 anni) che emergono le emozioni correlate al giudizio di valore su di sè, come la vergogna, l’invidia e l’orgoglio. I commenti sul corpo, l’esposizione costante a modelli di fisicità omologati, portano perciò il cervello ad interiorizzare degli standard percepiti come “giusti”. Da questo confronto e valutazione continua nascono il disagio e i modi per affrontarlo: tentare di cambiare il corpo.

 

A volte il controllo del corpo diventa un modo per affrontare emozioni per le quali non si ha uno spazio dove possono essere vissute in modo “sicuro”, come per esempio il senso di inadeguatezza, altre volte l’ostilità verso il corpo è una forma di difesa, soprattutto quando il corpo è vissuto come estraneo, colpevole di qualcosa, o da silenziare, altre volte ancora come l’unico luogo dove si può mantenere una forma di controllo rigido, come nel perfezionismo, quando il corpo e/o la tua vita non rispondono all’ideale. Questo mix portato avanti nel tempo di autosvalutazione, confronto, tentativi di controllo falliti, critica interna costante, portano ad sviluppare un rapporto che può diventare letteralmente persecutorio nei confronti del proprio corpo.

 

Molte persone arrivano in terapia dicendo “il problema è il mio corpo”. Come lavori per spostare lo sguardo dal corpo come oggetto da controllare al corpo come esperienza da abitare?

Esploriamo insieme “qual’è il problema”: cosa provi, cosa succede, cosa ti dice quella voce critica.

 

Poi propongo esperienze che riportano l’attenzione sullo sperimentare il corpo, invece di giudicarlo, attraverso le sensazioni, come il contatto, il movimento, la tensione, il rilassamento, le sensazioni fisiche legate alle emozioni…

 

La diet culture propone il controllo come sinonimo di salute e valore personale. Quali sono, secondo te, i rischi psicologici più sottovalutati di questa narrazione, soprattutto per adolescenti e giovani adulti?

La diet culture è un sistema di credenze che non solo fa coincidere la magrezza con salute e bellezza, ma anche esalta il controllo dell’alimentazione e dell’attività fisica come mezzi che assicurano il raggiungimento di questi obiettivi.

 

La pericolosità di tali assunzioni è legata al fatto che tale mentalità lega il valore personale al riuscire a “autodisciplinarsi” (sei brav3 se ti controlli). In questo modo vengono promossi e normalizzati comportamenti disfunzionali facendo leva sulla logica e sulla promessa implicita che “se ti controlli abbastanza, se SEI brav3 abbastanza, allora sarai al sicuro”. Un “sei” di tipo identitario, che ti sta appiccicato addosso e dai cui fai fatica a sentirti liber3.

 

Nel tuo lavoro utilizzi approcci come ACT, Mindfulness e Mindful Eating. In che modo queste pratiche possono aiutare a ricostruire una relazione più pacifica con il cibo e con il corpo?

L’ACT, che sta per Acceptance and Commitment Therapy, è un approccio psicoterapeutico che fa parte delle cosiddette terapie cognitivo comportamentali di terza onda, o terza generazione, che attingono a piene mani dalla mindfulness. La mindfulness è uno stato di piena consapevolezza che deriva dal portare attenzione in un modo un po’ speciale: intenzionalmente, con focus all’esperienza del momento senza tentare di cambiarla, con attitudine aperta, curiosa, non-giudicante. Il mindful eating non è altro che questo tipo di presenza rivolto in specifico a ciò che è connesso con il prima, il durante e il dopo, dell’esperienza alimentare.

 

Sono approcci utili perché la mindfulness ci aiuta ad individuare i modi automatici in cui reagiamo a pensieri, sensazioni ed emozioni dolorose. Con la pratica si impara a stare a contatto con ciò che fa male senza reagire subito, in modo da orientarci su ciò che davvero conta. In altre parole riusciamo a prenderci un momento per riconoscere cosa ci sta succedendo, cosa ci verrebbe di fare e per chiederci “Cosa sto sacrificando? è davvero davvero davvero questo quello che voglio veramente?”

 

Per un motivo o per un altro nella nostra vita ci troveremo ad affrontare il dolore, il disagio, emozioni e sensazioni difficili. Fa parte della vita stessa. Il valore della mindfulness e del mindful eating se parliamo in specifico di corpo e cibo, sta nella crescita della capacità di stare a contatto con quello che è e nello stesso tempo rimanere liber3 di scegliere per il nostro benessere. Non in obbligo di fuggire a un malessere.

 

 Spesso si parla di “accettazione del corpo”, ma per molte persone questa parola è difficile o persino respingente. È possibile immaginare un percorso che non parta dall’amore per il corpo, ma almeno dalla sospensione del giudizio?

Certo che sì. Quello che spiego sempre è che c’è un’enorme differenza tra “accettarsi” e “piacersi”. L’insieme di sensazioni ed emozioni positive che arrivano quando “ci piacciamo”, costituisce una reazione emozionale; una reazione del nostro sistema nervoso autonomo totalmente involontaria, immediata e altamente condizionata dalla storia di associazioni che il nostro cervello ha elaborato in termini di piacevole/spiacevole. Non possiamo scegliere di amare il nostro corpo.

 

L’accettazione invece è una scelta: inizialmente potrei scegliere di non fare la guerra al mio corpo, anche se non mi piace. Oppure azzardare qualcosa in più: iniziare a trattare il corpo con rispetto per esempio. Ascoltarne i bisogni, come il riposo, l’idratazione e il nutrimento, per far sì che abbia ciò serve per rimanere in salute. Oppure ancora iniziare a riservargli qualche gesto amorevole, come per esempio una carezza in un punto dolorante fisicamente o psicologicamente, come faremmo un gesto gentile verso qualcuno a cui vogliamo bene e che si trova in difficoltà.

 

Il punto difficile è accettare, nel senso di accogliere, il nostro corpo anche quando non ci piace. È scegliere momento per momento di fare cose che sostengono e supportano il corpo, anche quando la tendenza sarebbe quella di fare qualcosa per cambiarlo.

 

Guardando al futuro, su cosa stai lavorando o cosa ti piacerebbe sviluppare nei prossimi anni, sia in termini di progetti clinici, divulgativi o di prevenzione culturale sul tema del rapporto con il corpo?

Porto avanti ormai da quasi 10 anni, percorsi di gruppo e individuali di mindful eating, rivolti a chiunque senta di avere un rapporto problematico con il cibo e con il proprio corpo.

 

Un ambito molto particolare in cui questo percorso è molto utile e che vorrei ampliare, è quello della preparazione alla chirurgia bariatrica: affrontare con consapevolezza un percorso chirurgico partendo dalla riconnessione con il corpo, con i segnali fisici di fame e sazietà, uscendo da una visione centrata sul peso (desiderio di cambiare il corpo), aiuta a ritrovare più velocemente e soprattutto a mantenere nel tempo un buon livello di benessere sia psicologicamente sia fisicamente.

 

Con un gruppo di colleghi stiamo pensando ad un progetto pilota piuttosto complesso sulla prevenzione dei disturbi dell’alimentazione e della nutrizione, consapevoli del fatto che la prevenzione dovrebbe iniziare in tenera età, dato che in adolescenza i modelli sono già ampiamente interiorizzati.

 

Sogno di tradurre in italiano alcune pubblicazioni anglosassoni che qui mancano e che potrebbero aiutare nel decostruire la grassofobia e la diet culture da cui siamo inondati. Tutti nel nostro piccolo possiamo fare qualcosa, a partire dallo smettere di commentare i corpi (e i piatti) altrui. Propongo un esercizio: trova 5 modi per fare un complimento che non implichi l’aspetto fisico.

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