“Le proiezioni del cuore” di Armando Di Nardo: un viaggio tra identità, dolore e amore assoluto

Un’opera scritta con profonda carica emotiva, in uno stile poetico ma incisivo, capace di arrivare dritta al cuore del lettore e farlo vibrare all’unisono con la voce dell’autore.

 

Un varco nel tempo: l’inizio del viaggio introspettivo

La narrazione si apre con un evento drammatico: la morte del padre adottivo di Armando, che si trasforma subito in un punto di svolta. Scrive l’autore:

 “Fino a quell’età e fino a quegli avvenimenti, non mi ero preoccupato di cercare i tasselli abbandonati nelle viscere del passato…”

Il lutto agisce come un detonatore: insieme alla precedente scomparsa della madre adottiva, spalanca un varco rimasto socchiuso fin dall’adolescenza. Quel varco conduce all’origine, alla domanda che tormenta chi è stato adottato: chi sono veramente?

 

Adozione, abbandono, identità: il nodo emotivo dell’esistenza

Il cuore pulsante del romanzo è il trauma abbandonico vissuto da Armando, affidato in adozione pochi mesi dopo la nascita. Una decisione difficile, presa dalla madre naturale in un’Italia ancora intrisa di pregiudizi e condizionamenti socio-culturali, soprattutto nelle aree più tradizionaliste del Sud.

La madre, una giovane donna della provincia di Caserta, tenta il riscatto sociale trasferendosi al Nord, a Ivrea, in cerca di fortuna. L’amore per un giovane calabrese dà vita ad Armando, ma la famiglia d’origine non accetta quella maternità. In un contesto dominato da una cultura patriarcale e giudicante, l’unica via possibile per proteggere il bambino diventa l’adozione.

“Il romanzo di mia madre comincia nel momento in cui la sua famiglia di origine rifiuta e contrasta la sua gioia d’avere un figlio.”

In queste parole si coglie la consapevolezza matura dell’autore: l’abbandono non è un atto di rifiuto, ma un gesto d’amore estremo, compiuto da una madre sola, privata della libertà di scegliere.

 

Un amore spezzato che lascia ferite profonde

Il dolore di Armando non nasce solo dalla separazione dalla madre biologica, ma anche dalla mancanza di comprensione del proprio vissuto. Il silenzio che spesso accompagna le adozioni, il tabù delle origini, le maldicenze dell’ambiente esterno e le proprie insicurezze sono macigni che appesantiscono la crescita di un adolescente già fragile.

“Non avevo compreso, e nessuno aveva saputo spiegarmelo, che la soluzione al mio personale dramma era dietro l’angolo: imparare a volermi bene.”

Il romanzo è dunque anche un percorso di autoanalisi e crescita interiore: un lento e doloroso tentativo di trasformare l’abbandono da ferita a consapevolezza, da negazione a nuova forma d’amore.

 

Una narrazione intensa e poetica

“Le proiezioni del cuore” si distingue per l’equilibrio tra emozione e riflessione. L’autore racconta luoghi, eventi e relazioni con lo sguardo di chi ha rivisto mille volte la pellicola della propria vita, cercando un filo conduttore. La scrittura diventa così una forma di guarigione.

La narrazione si estende oltre l’esperienza personale per abbracciare anche il contesto sociologico: l’Italia di fine anni ’70 e inizio anni ’80, le disuguaglianze tra Nord e Sud, i modelli culturali dominanti, lo stigma sociale che colpiva le ragazze madri, l’assenza di una rete di sostegno. È in questo scenario che si consuma la scelta dolorosa della madre naturale e si sviluppa il dramma del figlio adottato.

 

Un romanzo per tutti: figli, madri, padri, educatori

Quella raccontata da Di Nardo non è solo la sua storia, ma una storia universale, nella quale possono riconoscersi:

adolescenti disorientati, in cerca della propria identità;

giovani madri sole, costrette a scelte estreme;

genitori adottivi, portatori di un amore immenso, mai scontato;

figli adottati, anime fragili spesso incomprese;

chiunque abbia mai sentito di non avere un posto nel mondo.

 

Un testamento d’amore

Il romanzo si chiude con una commovente lettera ai figli, che rappresenta la sintesi profonda di un’esistenza segnata da dolore, ricerca e riscatto. È il dono più prezioso che un padre possa fare ai propri figli: la verità del proprio cuore.

Armando Di Nardo, attraverso una complessa ma lucida operazione narrativa, ci offre una cronaca poetica della sua vita: un romanzo che è, allo stesso tempo, confessione e denuncia, ma anche guarigione e rinascita.

Un libro che fa riflettere, piangere, e soprattutto sentire.

 

 

Armando Di Nardo: “Le proiezioni del cuore” e il coraggio di raccontarsi

 

Nel libro racconti con grande sensibilità il tuo percorso interiore legato all’adozione. Qual è stato il momento in cui hai sentito il bisogno irrinunciabile di scriverne?

Come si legge sulla quarta di copertina della mia opera, “il giorno in cui ho capito che Dio aveva disteso un romanzo negli abissi dell’anima, ho avvertito la responsabilità di liberarlo tra le pagine di un libro”.

Questa frase definisce esaustivamente il concetto di irrinunciabilità del bisogno di scrivere.

Si potrebbe dire che la mia coscienza, in un momento preciso della vita, sia stata agitata dallo stesso slancio creativo che pervase la sapienza artistica di Michelangelo Buonarroti quando scrisse: “vedo un angelo nel marmo e scolpirò fino a liberarlo”.

La molla interiore che mi ha spinto a scrivere, a raccontare la storia delle mie origini, a rivelare la mia umanità e a consegnare un messaggio d’amore ai lettori, è scattata all’indomani della morte dei miei genitori, avvenuta a distanza di otto mesi, a ridosso degli anni 2018 e 2019.

In particolare, la necessità di scrivere ha preso forma, in maniera determinante, durante le ore in cui vegliavo il corpo di mio padre – genitore che, cronologicamente, se n’è andato per secondo – nella cappella dell’ospedale in cui è deceduto.

Il libro, dopo un breve prologo senza titolo, si apre, appunto, con il capitolo dedicato a tale malinconico e suggestivo evento, durante il quale, come scrivo in quelle pagine, “fui destinatario di un’indimenticabile sperimentazione mistica, colma di contenuto umano e spirituale”.

In quel momento storico, nel quale il mio animo fu dominato da un turbinio di emozioni e consapevolezze, affiorò la necessità di ricomporre l’intricato mosaico delle origini, di compiere un viaggio emozionale nelle viscere del passato, di “spalancare il varco lasciato socchiuso ai tempi dell’adolescenza”, di ripercorrere le strade tortuose della giovinezza, per analizzarne, con la coscienza dell’uomo adulto, inquietudini, fragilità e tormenti.

 

In che modo la scrittura ti ha aiutato a elaborare il trauma abbandonico e a rimettere insieme i tasselli della tua storia personale?

Le vicende delle mie origini e le circostanze che condussero all’adozione sono abbastanza delicate e contorte.

Molti fatti dell’epoca, che riguardano la storia di mia madre naturale, sono tuttora avvolti dal mistero e sembrano aver lasciato un’infinità di interrogativi sul destino di questa madre innocente, la cui breve e tormentata esistenza culminerà in un tragico epilogo.

Perciò, riordinare le fasi dei miei primi anni di vita e rimettere insieme i pezzi mancanti della narrazione è stato un lavoro tutt’altro che semplice.

La ricostruzione delle origini si avvale delle informazioni raccolte negli anni dai genitori adottivi, nonché dei racconti, talvolta intrisi di fantasticherie, di quanti erano a conoscenza del “romanzo” di mia madre naturale.

La complessità dell’operazione narrativa in cui ho osato addentrarmi risiede nella mancanza di elementi importanti, in quei vuoti che andavano riempiti e che ho fantasiosamente romanzato, come la storia d’amore tra i miei genitori naturali, della quale non so assolutamente nulla e che ho tentato di ricomporre in maniera romantica e poetica.

Il principale “tassello mancante” di questo mosaico delle origini è rappresentato dalla figura biologica paterna, cui è dedicato un apposito capitolo dal quale emergerà che la posizione enigmatica di questo signore, di questo “fantasma che aleggia nella mia storia personale”, ha contribuito alla formazione della parte più incompleta e oscura del mio essere.

Attraverso la scrittura – la cui finalità non consisteva esclusivamente nella documentazione sterile di fatti insabbiati e circostanze irrisolte – ho compiuto un importante viaggio introspettivo, ho colmato vuoti, ho ricomposto pezzi scuciti, ho riportato in luce fatti dimenticati, ho restituito valore al coraggio di mia madre naturale.

Ho, infine, elaborato quei lutti sotterrati sul fondo dell’essere ed emersi proprio mentre scrivevo e possedevo la mia storia.

 

Nel romanzo traspare un profondo senso di comprensione e compassione verso la figura di tua madre naturale. Come sei arrivato a questa consapevolezza così matura e generosa?

Ti ringrazio, Francesco, per avermi posto questa domanda che tocca un aspetto del romanzo che mi sta particolarmente a cuore.

Uno dei motivi per i quali ho scritto il libro è stato quello di documentare la vicenda drammatica di mia madre naturale, al cui incommensurabile sacrificio, derivante unicamente dalla forza dell’amore materno, sentivo di rendere testimonianza e giustizia.

Ho raccontato la Sua storia pensando ai miei figli, perché un giorno, leggendo le origini del loro papà, possano conoscere la grandezza dell’amore primordiale dal quale discendono le loro stesse esistenze.

I sentimenti di compassione e comprensione nei Suoi confronti hanno vibrato spontaneamente nel mio animo sin dall’istante in cui mia madre adottiva, in quel commovente pomeriggio dell’adolescenza, mi parlò di Lei.

Non c’è stato alcun processo graduale che, negli anni, mi conducesse alla consapevolezza sincera della Sua coraggiosa e altruistica scelta d’amore.

Questa consapevolezza – che non è stata affatto “generosa”, ma naturale e indiscussa – non ha richiesto un tempo per maturare, ma è germogliata mentre il cuore incrociava la Sua umanità tra le parole tremanti di mia madre adottiva, cui va riconosciuto l’altrettanto incomparabile merito di averne ricostruito il dramma con garbo e tenerezza.

Per spiegare la natura del legame che mi unisce spiritualmente a mia madre naturale, desidero riproporre il passaggio del libro in cui esprimo questo sentimento profondo: “Finché vivrò, la ringrazierò per aver accolto la mia vita, sin dall’attimo in cui l’ha sentita scoppiare nel proprio grembo.  A Lei ho riservato un posto segreto in un angolo del cuore. Benché non possa ricordarla, la sento con me, sempre! La sento sulla pelle, in ogni soffio di vento.  Sento il suo abbraccio, che non si è mai staccato dal mio corpo. A lei, da ragazzo, affidavo le mie paure, le mie gioie, i miei tormenti, le mie trepidazioni, i miei errori, le mie vittorie. La vedo tuttora negli occhi dei miei figli e nei loro sguardi riconosco il suo.  Nella mia stessa esistenza, in ogni cosa ricevuta in dono, si propaga l’eco del suo amore”.

 

Hai scritto: “La soluzione al mio personale dramma era dietro l’angolo: imparare a volermi bene.” Quando è arrivata per te questa svolta, e quanto ha inciso nella tua vita da padre?

Questa è la domanda più impegnativa che potessi rivolgermi, alla quale è davvero difficile rispondere.

Come ho scritto nel punto del libro da te menzionato, la chiave della mia salvezza consisteva nella capacità di volermi bene, per appropriarmi della quale era necessario modulare il significato che inconsciamente avevo attribuito all’esperienza abbandonica.

Quando ho capito che la fonte della scelta materna risiedeva esclusivamente nell’amore, nel coraggio altruistico di regalarmi una vita normale con una famiglia normale, ho ridefinito il concetto di abbandono e ne ho riqualificato la natura.

A questa ridefinizione, che ha squarciato l’oscurità dalla quale era avvolta quella fase della vita, è corrisposta la presa di coscienza del valore della mia esistenza.

L’impossessamento di questa chiave risolutiva ha inciso sulla costruzione della mia identità e ha favorito il risveglio dal torpore del malessere.

Si è trattato effettivamente di una svolta, la quale ha rafforzato la considerazione di me stesso e ha ridisegnato il mio approccio verso la vita proprio nel momento in cui “la giovinezza era nel pieno della festa ed io dovevo assolutamente rispondere al suo ultimo invito”.

Come padre, ho raccolto il tesoro umano delle mie esperienze emotive ed esistenziali per donarlo ai figli.

“Sentite sulla pelle la responsabilità di essere felici”: gli auguro nella lettera, a loro dedicata, con cui concludo il romanzo.

In questo testamento morale, è racchiuso il significato profondo della mia opera, perché “le proiezioni del cuore”, in fondo, è innanzitutto una storia di riscatto umano.

Ma la vera domanda che oggi porgerei a me stesso – quella a cui, a dire il vero, mi fa più paura rispondere – è se negli anni abbia continuato a volermi bene e a difendere il mio valore come uomo.

La risposta è che, a volte, dominato dagli affanni quotidiani e dall’insormontabilità dei problemi della vita, non mi preoccupo di volermi bene e, conseguentemente, pur avendolo augurato ai miei figli, io stesso mi dimentico di essere felice.

Certe volte penso che, quando me ne andrò da questo mondo e sarò al cospetto del Giudice Supremo, Lui mi rimprovererà per non aver saputo essere felice in questa Terra, malgrado i doni di cui mi abbia colmato.

Credo che in questa incapacità di gioire perennemente dei doni ricevuti, in questa tendenza a cedere alle lusinghe delle insoddisfazioni e delle mancanze, in questa insufficienza d’amore per me stesso, risieda il mio peccato più grande, per il quale “domani” sarò giudicato.

 

La scrittura, nel tuo romanzo, sembra avere una funzione terapeutica, quasi catartica. Cosa ti ha restituito questo processo creativo e cosa hai scoperto di te, rileggendo la tua vita con gli occhi dell’adulto che sei oggi?

L’esperienza abbandonica che si è consumata intorno al primo anno di vita ha certamente influenzato la trama della mia storia personale.

L’imprinting derivante dalla separazione aveva esercitato i suoi inevitabili riflessi sulla dimensione relazionale ed emotiva, compromettendo la spensieratezza dell’adolescenza e della prima giovinezza.

I tormenti e le inquietudini di quell’età – che giacevano sullo sfondo della mia sfuggente personalità e che portavano il nome dell’inadeguatezza e della paura del rifiuto – sono stati elaborati in un capitolo, volutamente lungo e complesso, rappresentativo della complessità che ha caratterizzato il mio percorso adolescenziale e giovanile.

Se tuttora rileggo quel capitolo, intitolato “il coraggio di scegliere”, il mio animo è pervaso da una profonda commozione e le lacrime mi rigano il viso mentre ripercorro le fragilità di quel ragazzino indifeso e incompreso.

C’è una frase, in particolare, nel contesto di un passaggio in cui racconto di aver trovato un diario dell’epoca, che non smetterà mai di farmi piangere: “se, per assurdo, avessi avuto a disposizione un’immaginaria macchina del tempo, sarei corso da quel ragazzino a rassicurarlo e a fargli sapere che sarebbe andato tutto bene”.

Ecco, credo che questo sia stato il momento in cui la forza catartica della scrittura abbia raggiunto il culmine della potenza e della bellezza.

Reincontrare il ragazzino di allora con gli occhi dell’adulto.

Camminare nel mio passato con passi delicati e lenti.

Ritornare in quella stagione nuvolosa della vita per annunciare l’arrivo della primavera, il cui inizio sarebbe dipeso, appunto, dalla capacità di scegliere.

Il viaggio nell’adolescenza ha riportato in luce la parte più autentica della mia interiorità.

E questo lavoro introspettivo è stato meraviglioso, terapeutico, risolutivo.

Per nulla faticoso o complicato, ma commovente ed emozionante.

 

“Le proiezioni del cuore” tocca il tema dell’identità, centrale per chi ha vissuto l’esperienza dell’adozione. Quanto è stato difficile per te costruire – o forse ricostruire – un’immagine autentica di te stesso in una società che spesso tende a semplificare, a incasellare?

Indubbiamente, tutti i figli che siano protagonisti dell’esperienza adottiva sviluppano un’interiorità complessa e indecifrabile.

Alle peculiarità derivanti dalle implicazioni intrapsichiche, che ciascuno elabora con tempi e strumenti propri, si aggiunge una sorta di sfiducia verso il prossimo, legata alla percezione dell’inganno, almeno nella misura in cui è inizialmente percepito come tale.

Nel mio libro, per spiegare il sentimento di disillusione al quale viene esposto un ragazzino che scopre la verità sulla propria adozione, ricorro al personaggio tratto dal film “The Truman Show”: “l’apprendimento della verità fu devastante: la vita che avevo vissuto fino a quel momento mi apparve come una gigantesca menzogna e le persone che ne facevano parte erano attori che, in mia presenza, recitavano un ruolo; mi sentii come Truman Burbank nel momento in cui scopre la verità celata dietro il suo fantomatico universo”.

La percezione dell’inganno, al pari di quella abbandonica, esigeva di essere elaborata; anche questo processo di elaborazione, ugualmente doloroso e faticoso, ebbe come risoluzione una presa di coscienza che sciolse i nodi esistenziali: l’amore era il motore che spingeva la traiettoria del mio destino.

I miei genitori mi amavano e, se mi amavano, non potevano ingannarmi.

Vedi, Francesco, quando la vita pone un ragazzino di fronte a mille necessità di elaborazioni – costringendolo ad analizzare e a risolvere, a chiedersi e a rispondere, a decodificare e a razionalizzare, a comprendere umanamente e, semmai, a salvare – alla formazione della sua identità concorreranno innumerevoli elementi, talvolta contrastanti fra loro.

Recentemente, una psicologa che ha letto il mio libro, per definire la mia personalità, ha utilizzato l’aggettivo: “straripante”.

Mi piace molto questa definizione, perché esprime l’indole multiforme del mio essere.

La gente, però, non sempre è pronta ad accogliere queste personalità sui generis, perché, come giustamente osservi, viviamo in una società (mediocre, consentimelo) che tende a “incasellare”.

Allora, la consapevolezza della propria autenticità, l’edificazione del proprio io, la difesa coraggiosa della propria unicità e, infine, il rifiuto dell’omologazione diventano i più grandi punti di forza che ti consentono di muoverti liberamente nel mondo.

 

“Le proiezioni del cuore” è un libro che parla a tutti: figli, genitori, educatori, giovani in cerca di sé. Qual è il messaggio più profondo che speri rimanga nel cuore di chi ti legge?

Alcuni temi importanti del mio libro sono: l’incapacità di raccontarsi agli altri; l’indifferenza alla quale sono esposte le anime incomprese e fragili; la vulnerabilità della sfera emotiva durante la fase adolescenziale; la ricerca dell’equilibrio interiore e, non ultimo, l’impegno genitoriale e sociale nei confronti dei minori.

Nelle mie pagine possono specchiarsi, innanzitutto, i figli adottati – indipendentemente dall’età e dalla modalità del percorso adozionale – e i genitori adottivi, i quali, accogliendo l’amore di un figlio non nato da loro, assumono la responsabilità di una creatura che porta le ferite dell’abbandono.

Ed è una responsabilità, forse, più complessa e più delicata di quella dei genitori naturali.

In secondo luogo, il mio libro parla a tutti coloro che si sentono invisibili o, almeno una volta nella vita, si sono sentiti invisibili nel mondo: i ragazzi e le ragazze alle prese con i tormenti della loro età, che , chiudendosi nel proprio guscio, tendono ad ingigantire situazioni e problematiche, apparentemente insormontabili, ma risolvibili; le persone che fanno silenziosamente i conti con le proprie ombre; chiunque combatta segretamente la propria lotta interna; tutte le voci inascoltate; chiunque abbia sperimentato sulla propria pelle la sensazione dell’inadeguatezza e, infine, volendo parafrasare il verso finale della canzone dei Pooh (peraltro citata nel mio libro), tutti quelli che “perdendo il filo, rimangono soli”.

“Le proiezioni del cuore” è un libro che ha anche una forte valenza sociologica: nel capitolo in cui parlo del malessere che si annidava tra i banchi di scuola, alludo alle responsabilità umane che incombono sugli educatori.

In maniera velata e sottile, poi, lambisco appena il tema rincrescioso del bullismo; fenomeno questo che, ai miei tempi, evidentemente portava un altro nome.

Inoltre, attraverso la narrazione delle vicende drammatiche di mia madre naturale, collocate nel contesto storico degli anni Settanta, pongo l’accento su un altro importante tema: l’incidenza, sul destino di vite innocenti, dell’arretratezza culturale e delle deprivazioni economiche.

In questa ottica, il libro è dedicato a tutte le giovani madri, sole ed economicamente non autosufficienti, la cui disperazione può condurle a scelte sofferte e drastiche.

E qui, seppur indirettamente, apro una finestra sul tema dell’aborto, del quale esprimo dichiaratamente l’dea del rifiuto, in favore di una logica che tenda alla promozione della vita. Sempre e comunque!

Ma il messaggio più bello dell’opera, quello che vorrei toccasse sinceramente il cuore dei lettori – primi fra tutti i miei figli, cui il libro è teneramente e idealmente destinato – è contenuto nelle ultime pagine, in quella lettera, che è nel contempo un testamento umano e morale: “non rattristatevi durante i mattini di pioggia incessante; offrite sempre alla vita la possibilità di stupirvi”.

 

Guardando al futuro: stai già lavorando a nuovi progetti letterari o culturali? Hai in mente di proseguire questo viaggio di narrazione e consapevolezza in altri modi o con nuovi strumenti?

C’è già un altro manoscritto che “bolle in pentola”, sì.

Da poco ho messo mano a un nuovo progetto letterario, attraverso il quale vorrei trattare un tema che sento nel profondo: il confine tra la giustizia umana e quella divina.

Tra le pagine di questo libro, passeggerà Sant’Agostino, il quale pone la differenza tra il Tribunale terreno e il Tribunale celeste.

Robuccia da non poco, insomma!

Certo, il lavoro sarà complesso e impegnativo; richiederà approfondimento e documentazione, in relazione ai concetti che intendo sviluppare.

Pensa che quest’estate, sotto l’ombrellone, mi sono avvicinato alla lettura de “Le Confessioni di Sant’Agostino”, che costituirà un autorevole e prezioso spunto filosofico (so di essere folle).

Il romanzo che sto scrivendo non avrà nulla di autobiografico, ma sarà di pura invenzione (ora posso divertirmi).

Sento di essermi già innamorato dei due protagonisti, ai quali ho dato un nome, una storia e un destino.

Li farò provenire da contesti ambientali e familiari diversi; collocherò le loro origini in due paesini, appartenenti a regioni diverse d’Italia, rispettivamente del Sud e del Centro – Nord: il primo è un luogo che ho visitato qualche anno fa per motivi di lavoro e mi è rimasto impresso per la sua pittoresca bellezza; il secondo corrisponde alla Terra notoriamente associata ad alcune importanti figure di Santi, tra i quali quello che ho nel cuore da sempre.

Questi personaggi, a cui assegnerò percorsi traumatici e difficili, risponderanno in maniera diversa alle ingiustizie della vita e le loro anime si incroceranno sulla strada che conduce alla Redenzione.

La mostruosità del primo si contrapporrà alla santità del secondo: ma chi è veramente il mostro e chi il santo?

Secondo l’idea che ho in mente, lascerò il lettore con questo interrogativo, perché ciascuno, dentro di sé, può trovare la sua personale risposta.

Offrirò, però, uno spunto di riflessione che si sintetizza nel seguente incipit: in questo mondo, tendiamo a condannare i mostri; lassù, invece, si condanna la mostruosità.

A proposito di condanne e di assoluzioni, può darsi che in questo progetto metta a fuoco le mie conoscenze di Avvocato e mi diverta a inscenare un vero e proprio processo penale, con tanto di imputati, vittime, pubblici ministeri, difensori ecc… Vedremo!

In ogni caso, il messaggio che intendo consegnare al romanzo sarà improntato al sentimento della comprensione umana.

Sentimento che risplende anche tra le pagine di “Le proiezioni del cuore”.

 

 

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