“Racconti per italiani stranieri” di Francesco Brocchi: sette racconti per leggere il presente, tra tecnologia e società, e immaginare il futuro

 

Che cosa accade quando la realtà quotidiana viene osservata attraverso la lente dell’ironia e del paradosso? È da questa prospettiva che nasce “Racconti per italiani stranieri” di Francesco Brocchi, pubblicato da Bette Edizioni.

 

La raccolta comprende sette racconti che presentano un’Italia contemporanea e, in alcuni casi, proiettata verso possibili scenari futuri, utilizzando una narrazione ironica, graffiante e volutamente disincantata.

Un agente segreto tra i più famosi al mondo si trova a confrontarsi con un avversario che ha molto più successo di lui sui social network. Un commerciale della campagna veneta affronta l’epidemia di Covid-19. Un cittadino che si informa attraverso il Web riceve la visita della dea Natura senza riuscire a riconoscerla. In un futuro alternativo, una società composta prevalentemente da anziani determina gli equilibri politici e sociali, rendendo complessa la vita quotidiana di una coppia di trentenni alla ricerca di un’abitazione dignitosa. Un musicista affida all’intelligenza artificiale la creazione di un nuovo genere musicale, ma l’esperimento produce conseguenze imprevedibili.

 

Scritti tra il 2015 e il 2024, i racconti di Brocchi attraversano temi diversi, dalla trasformazione digitale alla comunicazione online, dalla pandemia all’intelligenza artificiale, fino ai cambiamenti demografici e sociali.

 

Racconti per italiani stranieri utilizza il linguaggio della satira per raccontare un Paese in trasformazione, mostrando attraverso situazioni paradossali alcune contraddizioni dell’Italia di oggi e forse di domani.

 

Nel 2026 l’opera ha ottenuto il secondo premio nella sezione Narrativa Edita del Premio Letterario La Ginestra di Firenze, riconoscimento che valorizza una raccolta capace di unire immaginazione narrativa, ironia e riflessione sulla contemporaneità.

 

Considerazioni sociologiche a margine

La satira possiede una caratteristica particolare: riesce a raccontare ciò che spesso sfugge alla percezione quotidiana. Attraverso l’esagerazione, il paradosso e l’ironia permette di osservare la realtà da una distanza diversa, mettendo in evidenza meccanismi sociali che, proprio perché diventati abituali, rischiano di apparire normali.

È questo lo spazio narrativo scelto da Francesco Brocchi in Racconti per italiani stranieri. I suoi racconti non descrivono semplicemente situazioni insolite o futuristiche, ma portano alle estreme conseguenze dinamiche già presenti nella nostra società: il peso crescente dei social network nella costruzione della reputazione, la centralità dell’informazione digitale, il rapporto ambiguo con l’intelligenza artificiale, la trasformazione del lavoro e gli effetti dei cambiamenti demografici.

 

La domanda che attraversa la raccolta sembra essere questa: che cosa accade all’essere umano quando gli strumenti che ha creato iniziano a modificare profondamente il suo modo di pensare, scegliere e vivere?

 

Per comprendere questa prospettiva è importante soffermarsi sul riferimento a Emanuele Severino, che rappresenta il filo conduttore filosofico dell’opera.

 

La riflessione di Severino sulla tecnica parte da un punto fondamentale: nella storia dell’Occidente la tecnica non può essere considerata soltanto come un insieme di strumenti neutri utilizzati dall’uomo per raggiungere determinati obiettivi. La tecnica è diventata progressivamente una forma di interpretazione della realtà, un modo attraverso cui misuriamo possibilità, scelte e prospettive future.

 

Siamo abituati a pensare che siano la politica, l’economia, il mercato o le diverse visioni del mondo a servirsi della tecnologia per realizzare i propri scopi. Secondo Severino, però, nel lungo periodo avviene un cambiamento decisivo: la tecnica tende a trasformarsi da mezzo a fine. Le diverse forze che competono per il controllo della società finiscono per dipendere sempre più dalla capacità di sviluppare e potenziare l’apparato tecnologico.

 

Il risultato è un progressivo spostamento del centro della società: non è più soltanto l’uomo a decidere come utilizzare la tecnica, ma è la logica tecnica a orientare sempre più ciò che viene considerato possibile, utile e necessario.

 

Questa riflessione aiuta a comprendere meglio il senso dei racconti di Brocchi. L’autore non propone una critica superficiale alla tecnologia e non rappresenta l’innovazione come una minaccia in sé. Il suo interesse è rivolto alle conseguenze culturali e sociali di un rapporto sbilanciato tra uomo e tecnica.

 

Nei suoi racconti la tecnologia diventa uno specchio attraverso cui osservare alcune fragilità contemporanee. Un successo sui social network può diventare più importante del valore reale di una persona; l’intelligenza artificiale può trasformarsi da strumento creativo a elemento incontrollabile; l’accesso continuo alle informazioni può non coincidere necessariamente con una maggiore conoscenza.

 

Il paradosso narrativo diventa così una forma di analisi sociale. Brocchi immagina situazioni estreme per mostrarci dinamiche che, in forme più quotidiane, fanno già parte della nostra esperienza.

 

Particolarmente interessante è anche la rappresentazione della generazione dei Millennials, una generazione cresciuta nel passaggio tra due mondi: quello analogico e quello digitale. Una generazione che ha vissuto profonde trasformazioni economiche, sociali e tecnologiche, confrontandosi con precarietà lavorativa, crisi globali e la necessità continua di ridefinire la propria identità in un contesto in rapido cambiamento.

 

Racconti per italiani stranieri riesce quindi a unire narrativa e riflessione sociale senza trasformarsi in un saggio. La filosofia di Severino rimane sullo sfondo, ma offre una chiave interpretativa preziosa: ci invita a chiederci se stiamo ancora utilizzando la tecnica come strumento oppure se, lentamente, abbiamo iniziato ad adattare noi stessi alle sue esigenze.

 

È proprio questa la forza della raccolta: non offre risposte definitive, ma crea uno spazio di interrogazione sul presente. E forse è questo uno dei compiti più importanti della letteratura contemporanea: aiutarci a guardare con maggiore consapevolezza il mondo che stiamo costruendo.

 

Francesco Brocchi

Nato a Udine nel 1982, Francesco Brocchi ha una formazione umanistica e digitale.

 

Ha lavorato nell’industria e nell’ambito dell’innovazione e attualmente opera nel settore della digitalizzazione presso l’Università di Padova.

 

Con i suoi racconti ha ottenuto diversi riconoscimenti in concorsi letterari, classificandosi sul podio in manifestazioni come Una piazza un racconto, Schifanoia, Ulcigrai e Melegnano. È coautore della biografia aziendale A mano a mano (Graus, 2022).

 

Con Bette Edizioni ha pubblicato Il canto del germano (2020), opera che ha ricevuto importanti riconoscimenti come il Premio Kafka e il Lord Byron Opera Prima, e Racconti per italiani stranieri (2024).

 

I suoi interessi spaziano dalla storia alla filosofia, dallo shiatsu alle discipline orientali, dallo yoga alla fotografia, senza dimenticare, con un certo senso dell’umorismo, anche la passione per gli aperitivi.

 

 

Intervista a Francesco Brocchi

 

Francesco, i racconti della raccolta sono stati scritti nell’arco di quasi dieci anni, dal 2015 al 2024. Rileggendoli oggi, hai la sensazione di aver raccontato alcuni cambiamenti che stavano già emergendo nella società oppure il presente ha superato alcune delle tue intuizioni iniziali?

È una domanda che mi fa sorridere perché ho visto già diversi scenari del libro che si sono avverati nella realtà, e non erano così prevedibili all’epoca della stesura, per esempio Meloni al governo. Ma mi fa anche riflettere su che cosa sia in fondo la fantasia, su quanto davvero questa possa spaziare. Per esempio, nel racconto sul delirio delle produzioni artistiche fatte con l’intelligenza artificiale ho immaginato video musicali in cui compaiono legionari romani in contesti senza senso, e lo scorso anno, al concerto degli Eiffel 65 a Padova, è stato trasmesso un video generato dall’intelligenza artificiale, probabilmente uno dei primi utilizzati su larga scala, dove comparivano proprio legionari romani, i classici del cliché peplum col pennacchio rosso, in un contesto in cui non c’entravano niente. Sono stato bravo io, oppure la fantasia è soltanto all’inseguimento della realtà?

 

Di sicuro, alcuni elementi si ripresentano e altri sono prevedibili almeno in parte, e secondo me un autore, qualunque genere scriva e qualunque sia il suo stile, ha il compito di intrufolarsi nei meandri di queste possibilità umane o naturali (oramai anche artificiali) che la scienza e la conoscenza della verità non possono anticipare.

 

La satira è il linguaggio principale attraverso cui racconti il nostro tempo. Che cosa riesce a esprimere l’ironia che forse una narrazione più realistica non riuscirebbe a comunicare con la stessa efficacia?

Per me l’ironia è un grande strumento della vita oltre che della satira. Con l’ironia ho visto fare grandi cose: fa uscire dai circoli viziosi, ci fa vedere le cose in modo diverso, fa perfino digerire, che sono un po’ gli scopi della letteratura (sì, anche digerire). I miei autori preferiti usano tutti l’ironia, chi più chi meno, e mi ci sono cimentato anch’io già dal primo romanzo, Il canto del germano, dove l’ho usata per raccontare una fase tragica della nostra storia: in quel romanzo l’ironia aiuta a stare a contatto con l’elemento umano, ci avvicina ai personaggi. Ma non è semplicissimo usarla, ed è importante mantenersi sempre seri e competenti come autori anche quando si scrive qualcosa di buffo e ridicolo.

 

Qualche altra volta l’ironia fa giocare con l’esagerazione, ed è un atteggiamento che a me piace molto e che credo di usare forse un po’ troppo anche nella vita quotidiana. L’esagerazione ci fa vedere l’estremo delle situazioni in cui ci troviamo già: rimaniamo all’interno di un contesto realistico ma leggiamo la realtà con una lente distorta e amplificata, e questo è un modo di farcela vedere meglio o in maniera diversa.

 

Il pensiero di Emanuele Severino rappresenta il filo conduttore della raccolta. Come sei arrivato a confrontarti con la sua filosofia e in che modo questa riflessione ha influenzato il tuo modo di raccontare la società contemporanea?

Be’, ho sempre avuto bisogno di un filosofo. È strano da dirsi così, eppure secondo me ogni autore dovrebbe avere una preparazione filosofica. Nessuno dovrebbe mai cimentarsi a scrivere qualcosa di narrativo senza aver interiorizzato opere saggistiche, altrimenti rischia di sventolare al vento delle proprie sensazioni, e la filosofia sta a sua volta a monte dei saggi e aiuta a mantenere una impalcatura robusta di pensiero.

 

Nel mio caso ho sentito una grande affinità con Emanuele Severino già quando ne ricevevo le emanazioni studiando a Venezia e trovo sia un punto di giunzione potentissimo con le filosofie orientali di cui mi interesso. Non posso dire che sia un filosofo definitivo, perché non lo si deve dire, ma riesce come nessun altro a fare luce con ben poche contraddizioni sul mondo in cui ci troviamo e sui problemi che la scienza ci presenta, come ad esempio il tempo.

Come poi la filosofia si possa tradurre in scrittura, questa è chiaramente una sfida.

 

Non è detto che il pensiero filosofico debba emergere dichiaratamente. Molto spesso mi accontento che rimanga il mio bagaglio personale, una predisposizione che contribuisce a costruire lo scenario. Più di rado mi è capitato di far emergere alcuni grandi temi del pensiero di Severino nella storia in maniera dichiarata. In casi del genere la sfida come autore è evitare di cadere nella morale, tanto più che… Be’ te lo spiego meglio con un esempio.

 

L’atteggiamento dei maniaci delle cospirazioni, che ho presentato nel mio racconto Dialogo tra la Natura e un cittadino, secondo il pensiero severiniano è una conseguenza della volontà di potenza: l’individuo nega la natura osservabile, segue teorie non suffragabili e fa violenza alla propria capacità di conoscere. Questa storia è stata per me un pretesto per parlare dei nostri limiti come umani, e senza giudizio: la stessa alienazione si manifesta in qualcuno di noi sotto forma di complottismo, in altri sotto altre forme. Mostrare questi aspetti per me è un altro modo di parlare della natura delle cose e di noi stessi.

 

Nei tuoi racconti affronti temi come social network, intelligenza artificiale, pandemia e trasformazioni demografiche. Quale di questi fenomeni senti oggi più urgente da osservare e raccontare?

Per me la questione demografica e l’intelligenza artificiale sono i temi più urgenti in ambito letterario, con le dovute differenze, mentre pandemie e social network mi hanno un po’ stomacato.

 

Adesso è l’epoca di massima energia dei millennial e mi sembra che questa generazione venga raccontata poco e male. Per esempio siamo pieni di film italiani dove i miei coetanei affrontano problemi apparentemente simili ai miei e poi abitano in un attico in centro a Roma: saranno anche produzioni carine, ma mi sembra che mi prendano in giro. Oppure adesso torna di moda mostrare le borgate dei super poveri, nei film e nei libri, ma molto spesso mi sembra che dietro ci sia sempre l’occhio di un uomo di uno status superiore. Io sono convinto di aver parlato della mia generazione con più concretezza, con dati statistici ed economici chiari, e con un’esperienza personale un po’ più esportabile.

 

Dell’intelligenza artificiale invece penso si debba parlare, sì, purché con una seria cognizione di causa. Adesso c’è il cosiddetto hype sull’argomento, perfino la Chiesa si è espressa, con un’enciclica che secondo me tocca dei nodi molto importanti come la disparità tra chi utilizzerà la vera AI e chi come molti di noi si accontenterà di farsi dettare le ricette di cucina. Secondo me è necessario che manteniamo l’interesse sulla complessità del tema e che non ci lasciamo prendere da semplificazioni come la storiella delle macchine che prendono il controllo del pianeta per un errore (bello, ma trito e ritrito e pure invecchiato) o altri cliché da bar.

 

Quindi sì, questi sono i temi che mi entusiasmano di più e che affronto con un certo senso di responsabilità e di urgenza e credo che non sia un caso se i due racconti più lunghi della raccolta, praticamente due mezzi romanzi, La pianura degli infissi dorati e Bravs of Lap, parlano proprio del conflitto generazionale tra i millennial e le due generazioni precedenti e di intelligenza artificiale. Ho insistito tanto per farli uscire insieme dentro Racconti per italiani stranieri a costo di realizzare un libro di 400 pagine, che pare oggi vada poco di moda come insegnano i grandi esperti di mercato editoriale, perché non volevo permettermi che uno dei due racconti aspettasse un anno o due per essere pubblicato.

 

Alcuni protagonisti dei tuoi racconti sembrano vivere una distanza tra ciò che la società promette e ciò che realmente offre. Quanto c’è della tua esperienza generazionale nella costruzione di questi personaggi?

Non avevo mai messo la mia narrativa su questo piano e devo dirti che mi ci trovo e ti ringrazio. C’è un punto del libro, lo ricordo a memoria, in cui una medica, ormai costretta a fare assistenza di base agli anziani in una società iperassistenziale, dice “In realtà sarei cardiochirurga”, e il commento del protagonista è “Quel sarei non è solo un verbo, è il riassunto di un’intera generazione”.

 

Nel raccontare questa generazione del sarei mi sono basato sulla mia esperienza personale, che è limitata al mio orizzonte di esperienze e di conoscenze, che comunque non sono poche, ma poi c’è stato un lavoro concreto di documentazione e di analisi dei dati.

 

Non amo lamentarmi dell’Italia, trovo che sia così italiano, ma se dobbiamo parlare delle sue debolezze, i dati sembrano individuarne tre: invecchiamento della popolazione, bassa produttività oraria e alto debito pubblico. Questi tre fattori derivano dalle politiche attuate prima che la mia generazione avesse voce in capitolo e le conseguenze di queste politiche le viviamo noi. Partendo da qui, come autore, ho colto gli scenari più rappresentativi e ci ho scritto una storia.

Per quanto mi riguarda, ho l’impressione che la mia generazione rimasta in Italia si senta in gabbia. Questa gabbia è fatta di modelli sociali conservativi e di contesti economici in cui noi quarantenni e trentenni facciamo un sacco di fatica a lavorare e a raggiungere i nostri obiettivi. È rappresentativo anche della mia vita? Certo, visto che non abito in un attico vista Campidoglio come i personaggi dei film italiani, e sì, visto che questa gabbia non è soltanto reale e simbolica ma è anche psicologica e fisiologica. Per me lavorare sul lungo racconto La pianura degli infissi dorati è stato anche un modo di conoscere me stesso e le mie emozioni.

 

Guardando al futuro, quali sono i prossimi progetti a cui stai lavorando? Hai già in mente una nuova opera narrativa oppure aspetti ancora che sia la realtà, con le sue trasformazioni, a suggerirti la prossima storia?

Sono stato indeciso per diversi mesi se scrivere il seguito del mio primo romanzo, Il canto del germano, o di continuare la serie di racconti di attualità con una sorta di Racconti per italiani stranieri volume 2, oppure iniziare un romanzo nuovo pescando tra le varie idee che ho nel cassetto e per le quali in qualche caso ho anche già buttato giù mezza scaletta. Nel frattempo anche a livello personale ho avuto un’altra serie di impegni, non sono uno scrittore a tempo pieno e non so se sarei felice a esserlo. Alla fine non ho preso ancora una vera decisione però sto scrivendo dei racconti, il che fa pensare che punterò al seguito di Racconti per italiani stranieri, anche se non sento più l’esigenza di parlare di tecnologia ma soltanto di dinamiche umane. Vedremo che cosa ne uscirà.

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