“Secondo classificato” di Alberico Parente: quando la memoria di un padre diventa una storia di vita

 

Quanto può cambiare un rapporto quando ci si accorge che il tempo insieme non è infinito?

 

È intorno a questa domanda, profondamente umana, che si sviluppa “Secondo classificato” diAlberico Parente, una storia autobiografica che attraversa l’adolescenza dell’autore e, soprattutto, il rapporto con suo padre.

 

Un rapporto fatto di ammirazione, rispetto e affetto, ma anche di una distanza difficile da colmare. Un padre percepito come forte, autorevole, capace, ma allo stesso tempo inaccessibile. Un uomo che il figlio osserva da lontano, cercando forse quelle parole e quella vicinanza che nessuno dei due riesce davvero a trovare.

 

Poi arriva la malattia.

 

E ciò che per anni era rimasto sospeso comincia lentamente a trasformarsi.

 

Un padre e un figlio che imparano a conoscersi

Da bambino Alberico osserva suo padre cercando di comprenderne il mondo. Ne coglie i gesti, il modo di lavorare, il rapporto con le altre persone. Ne percepisce l’importanza, quasi senza riuscire a definirla.

 

È una figura da ammirare, ma anche da raggiungere.

 

Il loro è un rapporto nel quale l’amore esiste, ma fatica a diventare parola. Ci sono il rispetto, i rimproveri, le aspettative e quel pudore affettivo che spesso attraversava i rapporti tra genitori e figli di una certa generazione.

 

Poi la scoperta della malattia rompe quell’equilibrio.

 

Quando il tempo comincia ad assumere un altro significato, anche la distanza cambia. Parlare diventa più naturale. Condividere diventa necessario. Piccoli gesti quotidiani assumono un valore nuovo.

 

La malattia, pur nella sua drammaticità, crea così uno spazio che prima non esisteva: uno spazio nel quale padre e figlio possono finalmente incontrarsi.

 

È attraverso episodi apparentemente semplici, dalle amicizie adolescenziali alle prime esperienze sentimentali, dalla scuola allo sport, che Alberico racconta anche la propria crescita.

 

L’atletica, in particolare, diventa una metafora importante del percorso del protagonista. Correre significa misurarsi con sé stessi, accettare la fatica, imparare che arrivare secondi non significa necessariamente perdere.

 

Perché a volte il vero risultato non è arrivare primi, ma sapere di aver dato tutto.

 

E soprattutto sapere che qualcuno, dagli spalti, ti sta guardando.

 

Una generazione, un padre, una lezione di vita

“Secondo classificato” non racconta soltanto una vicenda personale.

 

Nella storia di Alberico si possono riconoscere esperienze appartenenti a un’intera generazione: il valore attribuito allo studio, il rapporto con i genitori, le amicizie nate sui banchi di scuola o sui campi da gioco, la scoperta dell’amore, il desiderio di essere all’altezza delle aspettative familiari.

 

E poi il momento in cui si diventa adulti quasi senza accorgersene.

 

Per Alberico questo passaggio coincide anche con la perdita del padre, avvenuta quando aveva appena diciotto anni.

 

La malattia diventa così una linea di confine: prima c’è un figlio che cerca di comprendere suo padre; dopo, c’è un uomo che deve imparare a camminare senza di lui, portando però con sé ciò che ha ricevuto.

 

La lezione più importante non arriva necessariamente attraverso grandi discorsi.

 

Arriva dall’esempio.

 

Dal modo in cui il padre affronta la malattia, continua a preoccuparsi per la famiglia, cerca di essere presente e, anche nei mesi più difficili, mantiene il proprio senso di responsabilità.

 

È un’eredità fatta di valori semplici e profondi: umiltà, altruismo, responsabilità e attenzione verso gli altri.

 

Alberico Parente: dalla perdita alla scelta di scrivere

Alberico Parente vive ad Avellino.

 

La perdita del padre, avvenuta quando aveva diciotto anni a causa di un tumore, è un’esperienza che ha segnato profondamente la sua vita.

 

Nel corso degli anni quel dolore non è però rimasto soltanto un ricordo personale. Si è trasformato in un impegno concreto.

 

Da quando ha iniziato a lavorare, Alberico ha cercato di raccogliere fondi da destinare alla ricerca, coinvolgendo anche i colleghi di lavoro.

 

Con la pensione è venuta meno quella possibilità quotidiana di coinvolgere le persone che gli stavano accanto. Ma non è venuta meno la volontà di continuare a sostenere la ricerca.

 

Da qui nasce l’idea del libro.

 

“Secondo classificato” diventa così qualcosa di più di una storia autobiografica.

 

Alberico ha scelto infatti di destinare i diritti d’autore all’AIRC, trasformando una vicenda nata dal dolore in un gesto concreto di solidarietà.

 

Scrivere significa quindi tornare indietro nel tempo, ritrovare un padre perduto e dare forma a ricordi che hanno contribuito a costruire la persona che è oggi.

 

Ma significa anche provare a fare qualcosa per gli altri.

 

Una storia personale diventa così memoria condivisa e, allo stesso tempo, un piccolo contributo alla ricerca.

 

È forse questo il significato più profondo della scelta di Alberico: trasformare una perdita in qualcosa che possa generare speranza.

 

L’intervista ad Alberico Parente

Abbiamo chiesto ad Alberico di raccontarci cosa si nasconde dietro la nascita di “Secondo classificato” e quale significato abbia oggi, a distanza di tanti anni, tornare a raccontare il rapporto con suo padre.

 

 

Alberico, partiamo dal titolo: perché “Secondo classificato”? Cosa rappresenta per te questa espressione e quale significato assume all’interno della storia?

Il libro racconta un periodo molto particolare della mia adolescenza: anni segnati da tante vittorie sfiorate, da sconfitte arrivate sul filo di lana e da traguardi mancati per ragioni diverse.

 

Il significato più profondo del titolo, “Secondo classificato”, è però legato alla mia battaglia personale contro la malattia di mio padre. Da adolescente, con tutta l’ingenuità e la speranza di quell’età, pensavo e sognavo di poter vincere anche quella sfida. Purtroppo, non è stato così.

 

Nel libro racconti un rapporto con tuo padre fatto di ammirazione, rispetto, ma anche di silenzi e di una certa distanza. Quando hai iniziato a comprendere davvero quella relazione?

Ho iniziato a comprenderla davvero solo con il tempo, probabilmente quando non ho più potuto viverla,

“Il nostro era un rapporto semplice e rispettoso, ma segnato da una distanza silenziosa: poche parole, gesti essenziali, tutto ridotto all’osso.”

 

Con la maturità e ancora di più quando sono diventato padre, mi sono reso conto di aver sempre cercato di costruire ponti tra me e lui. Certe scelte, parole, decisioni e gesti andavano in quella direzione, ma lui restava lì: presente, ma distante.

 

Poi, negli ultimi mesi della sua vita, tutto cambiò. Divenne un amico, ma soprattutto un maestro di vita, lasciandomi insegnamenti profondi, destinati a restare.

 

La malattia sembra diventare una sorta di spartiacque: ciò che prima era difficile da dire improvvisamente diventa possibile. Che cosa è cambiato, dentro di te e nel rapporto con tuo padre, quando hai capito che il tempo a disposizione insieme stava diventando limitato?

Tutto accade in un giorno particolare della sua malattia. Un improvviso cambiamento, uno switching che mi coglie impreparato, ma che, allo stesso tempo, mi fa sentire libero di esternare ciò che ho dentro: i miei sentimenti, le mie idee, le mie preoccupazioni, le mie esigenze.

 

In quei momenti sono felice anche di ascoltarlo. Mi parla del suo passato, di quando aveva la mia età, delle sue conquiste e dei suoi fallimenti, delle esperienze che hanno segnato il suo cammino. Racconta, ricorda, si apre.

 

Ma soprattutto, non perde occasione per insegnarmi la vita. Mentre la malattia sembra voler prendere il sopravvento, trova il modo di lasciarmi qualcosa. Una parola, un consiglio, un insegnamento per indicarmi la strada.

 

Non ho mai voluto prendere in considerazione l’idea che il tempo a nostra disposizione stesse diventando sempre più limitato. Ho preferito pensare che il nostro modo di relazionarci fosse finalmente cambiato, e che quel nuovo rapporto, fatto di parole, confidenze e insegnamenti, sarebbe rimasto per sempre.

 

Non riuscivo ad accettare che tutto ciò potesse finire. Non volevo pensare a un tempo in cui non avrei più potuto ascoltarlo, parlargli, confrontarmi con lui. Forse, in fondo, continuavo a credere che ci sarebbe stato ancora tempo. Che quella nuova vicinanza ci sarebbe stata concessa ancora a lungo.

 

Nel libro racconti anche la tua adolescenza, le amicizie, la scuola, il calcio e poi l’atletica. Quanto è stato importante tornare a quei ricordi per comprendere l’uomo che sei diventato?

Raccontando la mia adolescenza, mi sono soffermato su quanto sia stato importante quel periodo della mia vita e su quanto abbia inciso profondamente sulla persona che sono oggi.

 

Ho raccontato volentieri le persone che hanno incrociato la mia strada in quegli anni: compagni di scuola che, con il loro esempio, sono diventati modelli da emulare; amici capaci di esserci davvero, soprattutto nei momenti più bui, quando una parola, un gesto o, semplicemente, la loro presenza potevano fare la differenza.

 

E poi c’è stato il calcio, ma soprattutto l’atletica. Uno sport che, per me, è stato molto più di una competizione. Mi ha insegnato che non sempre vincere significa primeggiare e che una sconfitta non è necessariamente una resa. A volte, la vittoria più importante è sapere di aver dato tutto ciò che si aveva, di aver superato i propri limiti, di non essersi risparmiati.

 

Perché lo sport, quando è davvero educativo, non insegna soltanto a tagliare per primi un traguardo. Insegna a rispettare gli altri, ad accettare le sconfitte, a rialzarsi dopo una caduta e, soprattutto, a misurarsi con sé stessi. Insegna che il valore di una persona non si misura soltanto dalle medaglie conquistate, ma dall’impegno, dalla determinazione e dalla capacità di non smettere mai di provarci.

 

Forse è proprio questo il senso più profondo della mia adolescenza: le persone incontrate e le esperienze vissute mi hanno lasciato qualcosa che sarebbe rimasto con me molto più a lungo di quanto allora potessi immaginare. Incontri, amicizie e passioni e gli insegnanti dei miei genitori hanno contribuito a costruire, la persona che sono diventato.

 

E guardandomi indietro, oggi lo so: quegli anni non sono stati soltanto una parte della mia vita. Sono stati una parte di ciò che sono.

 

Hai scelto di destinare i diritti d’autore del libro all’AIRC. Da dove nasce questa decisione e che significato ha per te trasformare una storia personale e dolorosa in un contributo concreto alla ricerca?

Ho perso mio padre quando avevo diciotto anni. È stata un’esperienza che ha segnato profondamente la mia vita e che, nel tempo, ha rafforzato in me la convinzione che sostenere la ricerca sia un modo concreto per offrire ad altre famiglie speranza e, possibilmente, certezze: per non sentirsi più, come me: “Secondo classificato”.

 

Da quando ho iniziato a lavorare, ho sempre cercato di raccogliere fondi da destinare alla ricerca, coinvolgendo anche i miei colleghi. AIRC è sempre stata la realtà alla quale ho scelto di destinare queste iniziative.

 

Con l’arrivo della pensione, non potendo più contare sul coinvolgimento quotidiano dei colleghi, ho cercato un modo diverso per continuare questo impegno. È nata così l’idea di pubblicare un libro, destinando i diritti d’autore ad AIRC.

 

A tal proposito vorrei informare che il prossimo 2 ottobre 2026, dalle 18:00 alle 19:00, sarò presente al Campania Libri Festival, presso il Palazzo Reale di Napoli, per un firmacopie del mio libro. Il Festival si terrà dal 1° al 4 ottobre.

 

Per sostenere ulteriormente la raccolta fondi a favore per l’AIRC, invito con piacere chiunque ami leggere a venirmi a trovare. Sarà un’occasione speciale per incontrarci e raccontarvi qualcosa in più su questo libro.

 

Se potessi tornare per un momento accanto a tuo padre, oggi, con la consapevolezza e la maturità che hai acquisito nel corso della vita, che cosa gli diresti?

Innanzitutto lo abbraccerei, per fargli sentire tutto quell’affetto che, per pudore, durante l’adolescenza non gli ho mai dimostrato.

 

Poi gli direi semplicemente: GRAZIE.

 

Grazie perché, negli ultimi cinque mesi della sua malattia, ha saputo insegnarmi il senso profondo della vita più di quanto molti riescano a fare in un’intera esistenza.

 

Tabella dei Contenuti